L’oasi del gioco

Il gioco è una cosa seria. Se volessimo riassumere con una formula quanto scritto da Eugen Fink (1905-1975) nel libretto recentemente pubblicato da Raffaello Cortina Editore (Oasi del gioco, 7), questa non sbaglierebbe il punto. Il suggestivo e luminoso titolo con cui questo filosofo tedesco, morto nel 1975 e che ebbe occasione di lavorare con Husserl e Heidegger, presenta un tema a lui molto caro, non può che attrarre fin da subito i gioiosi e gaudenti nietzscheani e in generale gli anarchi alla Jünger. D’altronde l’autore deve più di qualcosa a Nietzsche e nel breve saggio in questione emerge un importante riferimento a una visione presocratica della festa e del gioco che non possiamo ignorare. Ma andiamo con ordine.

Nella quotidianità il gioco è considerato cosa per bambini e infanti, un qualcosa che riguarda gli “immaturi” e chi ha tempo da perdere. Nei ritmi snervanti della società mercatista non c’è tempo né spazio per lo svago, l’uomo maturo non dovrebbe perdersi in inutili passatempi da bimbi; ci sono poi quei tristi giochi che dovrebbero educare e preparare a una professione futura. Il gioco è tutt’al più concepito come un qualcosa di marginale, da affiancare all’impiego quotidiano, una pausa, un momento per rinfrancare le energie al fine di poter riprendere con maggior motivazione. «Quanto più si mostra la serietà della vita, tanto più il gioco perde in estensione e significato».

Il problema fondamentale per l’uomo postmoderno è che non riesce ad andare a fondo della questione, il gioco gli appare come un qualcosa di incomprensibile, una realtà parallela che rompe con il tempo e lo spazio quotidiani e perciò diventa irraggiungibile dalla razionalità. «Di fronte all’invadenza del concetto razionale, il gioco sfugge nella polivocità delle sue maschere». Lo sforzo del Fink si fa notevole e guida il lettore, con i saltelli lenti ma sicuri del pettirosso, verso la comprensione autentica e originaria del gioco.

Si delinea sin dalla prima metà del breve saggio una visione dell’uomo e del suo essere-nel-gioco debitrice a Nietzsche e Heidegger. Si parte da un presupposto quasi intuitivo, l’uomo è un lavoratore, un mortale, un lottatore, un amante, ma è anche un giocatore; uno che gioca con tutti questi aspetti della sua vita. Ricorda quasi Jünger quando in Oltre la linea indica nell’amore, nell’arte e nella morte le tre “oasi di libertà” in cui l’uomo può trovare conforto nel tempo cupo dell’universalismo livellante. Alla triade aggiungiamo ora il gioco, e stiamo certi che al centenario eroe di guerra non dispiacerebbe affatto.

«Il carattere del gioco è l’azione spontanea, il fare attivo, l’impulso vitale; il gioco è per così dire l’esistenza che si muove da sé».Il gioco interrompe il normale susseguirsi di minuti e ore, spezza la continuità per inserirsi come un’oasi, come una realtà a sé stante con le sue regole, i suoi tempi e i suoi scopi strettamente limitati alla sua durata. Il gioco è un qualcosa che fa comparire l’irreale, l’immaginario, nella realtà. Il gioco esprime insomma la fantasia e l’irrazionale con una innocenza e una limpidezza disarmanti. Quando si gioca si gioca seriamente, cioè ci si attiene a delle regole concordate e ci si cala in un ruolo ben preciso. Ecco dunque che il giocatore crea un mondo a parte, un’oasi in cui respirare diversamente. Il gioco, ogni gioco, ha un suo linguaggio. Ed è precisamente nel momento in cui ci si cala nel ruolo che si esprime un aspetto importante del giocare, il rapporto con gli altri, cioè la creazione di una comunità di gioco. Perché il gioco non è mai un’azione individuale, è aperto agli altri, siano uomini veri o immaginari.

Inoltre nel gioco fa la sua comparsa il magico. Il giocattolo in sé potrebbe essere un qualcosa di indifferente e inutilizzabile, sino al momento in cui si carica, per la comunità di giocatori, di un significato e di un utilità ben precisa. Il giocattolo riassume in sé il mondo reale e quello di fantasia, sta a metà strada: «ogni gioco è un tentativo di vita, un esperimento vitale, che esperisce in generale nel giocattolo la quintessenza di tutto l’ente che gli sta di fronte». Dal calarsi in un ruolo e rispettare delle regole condivise, fino al rapporto che si crea tra i giocanti, emerge con evidenza il fatto che il gioco dà vita a un mondo reale ma al di là del reale, esistente ma non soggetto alle leggi e ai condizionamenti della quotidianità, il mondo del gioco è un’oasi che libera dal peso della vita quotidiana, permette all’uomo di sprigionare la sua fantasia creativa e di divenire pienamente “signore”, cioè creatore di mondi.

Ma richiamarsi al gioco e studiarne fenomenologia e struttura non significa averne colto l’essere profondo. Per questo il calmo percorso tracciato da Fink si apre poi all’originario, alla visione del gioco per le comunità arcaiche, che riassume le caratteristiche sin qui accennate. Attraverso il gioco si forma una comunità, che nel momento rituale può raffigurarsi e comprendere la totalità della sua esistenza storica. «La festa arcaica è più che semplice sollazzo per il popolo, essa è la realtà della vita umana in tutti i suoi aspetti, innalzata nella dimensione magica, è rappresentazione cultuale in cui l’uomo percepisce la vicinanza degli dei, degli eroi e dei morti».

Giocare riacquista tutta la sua serietà e importanza proprio se ci si rifà a una visione originaria, se ci si richiama poi a Eraclito e Nietzsche si raggiunge un grado ulteriore di consapevolezza: il gioco è un modo di raffigurarsi il mondo e il divenire. Per questo i diversi modi di giocare distinguono le diverse visioni e identità. Per questo il gioco non è cosa solo “per bambini”, ma è una cosa seria.

Il breve saggio di Eugen Fink è poi seguito da una sua conferenza inedita riguardante l’occasione le Olimpiadi del ’72 e il problema dei giochi organizzati con modalità industriali. Nelle società tecnologicamente avanzate il tempo libero deve essere organizzato e impiegato, per questo si giunge a una condizione inquietante in cui persino una dimensione “altra” come il gioco deve venire controllata e inserita all’interno del più ampio processo industriale. Esiste quindi una fabbrica del gioco che ha il compito di amministrarlo e controllarlo. Dove l’uomo potrebbe sentirsi pienamente libero da vincoli, non manca però d’essere sorvegliato.

Ma non bisogna dimenticare l’aspetto comunitario del gioco e il suo significato come mondo. Pur essendo momento di sospensione dello sforzo lavorativo, il gioco non cessa però d’essere azione, pure se animata da una fantasia che lo può far apparire irreale. «Il mondo del gioco è un ambito particolare, una singolare sfera che affascina, seduce, ci libera dai vincoli e temporaneamente ci trasforma».

Il gioco come suprema origine delle religioni e delle arti, è un fattore antropologico che coinvolge anche il corpo umano. Lo sport a Sparta ed Atene aveva a che fare con il gioco e la preparazione alla guerra; il corpo doveva rispettare dei canoni di forza e bellezza ben definiti. Oggi, con il contributo significativo della tecnica contemporanea, non è più soltanto svago, ma è un lavoro che s’inserisce nel contesto attuale in modo problematico. Il testo ha qui un’impennata, il corpo è stato per secoli screditato e vilipeso, lo spirito è stato allontanato da esso e collocato in una sfera distante, ma qui il Nietzsche in Fink emerge e il corpo riacquista il suo ruolo: spirito e fisicità sono tutt’uno e nell’azione si compenetrano. La bellezza e l’espressione fisica sono necessarie alla comprensione umana e alla rappresentazione che ci si fa del mondo. «Nella competizione che ha rifiutato l’armamentario tecnico, tranne pochi attrezzi, il corpo si dà in uno splendore illuminante, si mostra in un modo originario».

Quanto scritto dal filosofo tedesco, allievo di Husserl e Heidegger, conserva una sua lucida attualità ed efficacia. Già Hakim Bey amava citare la frase di Nietzsche che annunciava l’avvento di Dioniso trasformatore del mondo in una festa, e un tale auspicio può diventare realtà quando si sappia considerare il momento ludico non come semplice svago e “pausa”, ma come una componente costitutiva di una comunità, come momento aggregante e rituale.

Non molto distante fu ad esempio l’esperienza giocosa, anarchica e guerresca della Fiume d’annunziana. Una lunga festa di soldati, artisti e belle donne che con il suo carattere piratesco ha influenzato quei territori urbani liberati che ovunque vediamo sorgere da uno spirito divertito e ridanciano. E questo bel titolo, Oasi del gioco, fa subito pensare a luoghi di libertà e fantasia, tutto un altro mondo, dove non c’è posto per il grigiore della vita estenuata, ma dove invece soffia il vigoroso spirito dell’avventura e della vita piena.

Quelle comunità che cercano di pensare e costruire un nuovo modo di essere-nel-mondo devono dunque, seguendo il ragionamento di Fink e l’insegnamento nietzscheano «non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco» (Ecce Homo), considerare l’importanza della festa e del giocare dal punto di vista originario, di un’origine che è bene ci si diverta a risvegliare.

Francesco Boco

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