Il ricatto libico…

ITALIA-LIBIA
Riparare i danni. Quali danni?

31 Luglio 2008 | ROMA
Dall’edizione stampata di The Economist

Che cosa spera di guadagnare l’Italia nel fare ammenda verso un’ex-colonia?

Dopo anni di difficili trattative, l’Italia e la Libia potrebbero essere sul punto di sotterrare l’ascia sul tema della breve ma dura colonizzazione italiana di un paese che il dittatore fascista Benito Mussolini aveva soprannominato “la quarta costa d’Italia”.

Il 24 Luglio, Saif al-Islam, il potente figlio del leader libico Muammar Quaddafi, ha annunciato l’imminente firma di un accordo che dovrebbe compensare la Libia per i trentadue anni di occupazione coloniale da parte dell’Italia. Ha dichiarato che saranno spesi “miliardi” (ma non ha precisato la valuta) per costruire, tra le altre cose, un’attesissima autostrada costiera.

Tripoli, casa per mutilati nel quartiere di "Porta Benito Mussolini", 1937 c.a. - Umberto di Segni arch. (Architettura, n. 4, aprile 1939)

I diplomatici italiani sono intervenuti in fretta per smorzare le aspettative, ma la loro cautela è stata resa vana dal premier Silvio Berlusconi, che ha dichiarato di voler portare a termine l’accordo entro la fine di Agosto.

Tripoli, Villa Putaggio, 1938 - Giovanni Pellegrini arch. (Architettura, n. 12, dicembre 1939)

Come tutte le relazioni tra le nazioni e le proprie ex-colonie, quella tra l’Italia e la Libia è sia delicata che molto stretta. Pur essendo il partner commerciale più potente della Libia, la colonizzazione ha causato notevole risentimento nei confronti dell’Italia. Decine di migliaia di libici sono morti in campi di concentramento costruiti per schiacciare una ribellione durata ventitre anni. Nel 1970 il Colonnello Qaddafi ha espulso ventimila italiani, i quali insistono che sarebbe a loro, e non ai libici, che spetterebbe un eventuale risarcimento. Inoltre le recenti relazioni tra i due paesi sono state rese difficili dal problema dell’immigrazione clandestina. La maggior parte degli immigrati che arrivano sulle isole italiane, in particolare Lampedusa, partono dai porti della Libia.

Tripoli, quartiere fieristico permanente, padiglione di Genova, 1936 - arch. Riccardi (Rassegna d'Oltremare, n. 10, ottobre 1936)

Risolvere definitivamente il problema dell’immigrazione è una priorità di Berlusconi, e questo spiega la sua ansia di chiudere un accordo che a novembre era sfuggito al precedente governo di centrosinistra, e il premier ha condotto in prima persona le trattative con il leader libico.

Coloro che partono dalle sponde libiche, solitamente a bordo di barche gonfiabili pericolanti, costituiscono solo una piccola percentuale dei clandestini presenti in Italia. Ma i loro sbarchi hanno un impatto mediatico di gran lunga superiore rispetto agli arrivi di clandestini che arrivano via terra, o a quelli che rimangono dopo che i permessi di soggiorno sono scaduti. Ogni volta che i media trasmettono immagini di sciagurati africani che sbarcano sui lidi italiani, il pubblico si preoccupa del problema immigrazione. A dicembre il precedente governo italiano ha firmato un accordo con la Libia per un maggiore controllo sull’immigrazione, ma la Libia non ha ancora messo nulla in atto. Il 25 luglio l’Italia ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per l’aumento spropositato del numero di sbarchi a Lampedusa. Un accordo con la Libia può essere presentato come un importante passo verso la risoluzione della crisi.

Tripoli, Villa Salvi, 1934-35 - Giovanni Pellegrini arch. (Rassegna di Architettura, gennaio 1936)

Ma ci sono due domande in cerca di risposta. La prima riguarda la volontà e la capacità della Libia, con i suoi oltre 1.700 km di costa, di arginare il flusso migratorio. Nel 1998 l’Italia concluse un accordo con l’Albania che riuscì a ridurre l’immigrazione clandestina, ma quell’accordo implicava una presenza massiccia di agenti delle forze dell’ordine italiane in Albania, ed è improbabile che la Libia possa accettare una simile proposta.

La seconda è come l’accordo sarebbe visto dagli italiani, considerato che compenserebbe una nazione ricca di petrolio. Diversamente dalla Gran Bretagna e dalla Francia, l’Italia non si fa molti problemi riguardo al proprio passato coloniale. Nei testi scolastici è difficile trovare critiche di quel periodo. Nel 1981 i petrodollari libici hanno finanziato un film sulla resistenza contro la dominazione italiana. Leone del Deserto annoverava un cast di stelle, tra cui Anthony Quinn e Oliver Reed. Il governo vietò il film, dichiarando che era un’opera “dannosa” all’onore dell’esercito. Pochissimi italiani l’hanno visto.

traduzione di Andrea Gigliesi

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks