Comunisti. E Ferrero sia…

La rifondazione di Rifondazione

Alla fine ce l’ha fatta proprio Paolo Ferrero (a destra nella foto), le cui quotazioni non sono mai state più di tanto alte. Forse perchè il suo aspetto ascetico (che pare corrisponda alla realtà e ciò gli farebbe onore, in contrapposizione allo sfarzo visivo bertinottiano) male si intona con la carta patinata di molti giornali, che ha subito ripagato con la stessa moneta annunciando che il suo partito sarà più tra la gente e meno in televisione. Forse perchè, non avendo mai fatto parte del vecchio PCI, lo si giudicava poco incline agli intrighi di corte di cui un congresso che si rispetti è popolato. O forse più semplicemente perchè Ferrero tenta di parlare con un linguaggio troppo poco politichese per quelli che sono gli standard attuali.

Fatto sta che l’ex ministro ce l’ha fatta ad avere ragione sulla classe dirigente che ha portato alla deriva l’ultimo partito comunista d’Italia di dimensioni medio grandi, sostituendo Gandhi a Lenin e contrabbandando il socialismo con i diritti dei gay e il belante pacifismo, oltre che con strategie di alleanze sempre più inverosimili e controproducenti. Dichiarando che, siccome la barca affondva, era meglio mettersi in salvo saltando su un’altra più solida (“il comunismo resterà solo come tendenza culturale” è l’affermazione di Bertinotti che Ferrero ha subito rivoltato). E proprio la classe dirigente sconfitta ha reagito male, invocando lo squadrismo e minacciando addirittura (seppur per scherzo) di chiamare il 113! La classe dirigente giordano – bertinottiana, che politicamente vale meno di zero ed è stata nel tempo non solo quanto di più lontano ci sia dal comunismo, ma anche da una moderata socialdemocrazia, ha reagito nell’unico modo in cui può reagire chi non ha contenuti ed è artefice della rovina propria e degli altri, ossia istericamente. E la forma di manifestazione migliore dell’isteria giordano – bertinottiana è proprio il loro candidato Nicky Vendola (a sinistra nella foto), che reagisce scompostamente dal palco, e che si ritira poco prima del crollo (è azzardato un paragone con Menem?). La maturità di un partito politico si misura anche dalla mancata uscita con scissione della corrente sconfitta. Vendola ha annunciato battaglia dall’interno, ma nessuno ne è così sicuro.

La vittoria di Ferrero è comunque preferibile a quella di Vendola per una serie di ragioni. Ferrero è, a conti fatti, un uomo nuovo e un politico relativamente giovane, almeno per le alte sfere. Pur essendo un ex ministro impegnato politicamente da una vita, Ferrero è stato eletto deputato per la prima volta solo nel 2006. Dalla sconfitta elettorale dell’Arcobaleno ha cercato di realizzare una nuova sintesi differente da quella del suo avversario. Una nuova sintesi che risponda all’interrogativo “come facciamo a ritornare tra la gente?”, invece che all’interrogativo “come facciamo a ritornare in parlamento?” E ha impostato un progetto nuovo, ambizioso e di difficile realizzazione (http://partitosociale.wordpress.com). Di difficile realizzazione perchè, oltre a richiedere una apertura mentale che in questi tempi è difficile trovare, si andrà a scontrare con l’immobilismo tardo massimalistico delle altre correnti con le quali Ferrero si è alleato per riuscire a diventare segretario. Ma la strategia utilizzata sembra comunque la migliore possibile. Perchè Ferrero e la sua cospicua corrente potevano pure perdere e staccarsi da Rifondazione per creare il Partito Sociale autonomamente, ma a quel punto sarebbero stati spazzati via per sempre dalla politica. Il nome e il simbolo del partito (oltre che le strutture e l’organizzazione) serviranno come non mai. Per una volta l’ “ombrello del partito” sembra non fagocitare chi ha scelto di mettersi al suo riparo. E lo scrive un nemico giurato e non pentito dell’entrismo.

Giovanni Di Martino

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