Beijing Olympic 2008

A Pechino sono stati inaugurati i Giochi della XXIX Olimpiade e visto che il numero 8 in Cina è il numero della prosperità il sipario sulle gare si è alzato il giorno 8 agosto 2008 ovvero l’08/08/08 alle ore 08 e 08 e 8 secondi. E di prosperità (nel senso di abbondanza) si può davvero parlare visto che questi Giochi Olimpici sono stati accompagnati da una montagna di polemiche e da un mucchio di ipocrisia. Per poter sopravvivere a tutto ciò, ecco un po’ di libri da leggere e qualche considerazione supplementare.

Premesse mitiche: le Olimpiadi degli Uomini Eroi

Potete cominciare dalle origini, con un libro per l’infanzia “La fantastica storia della prima Olimpiade” di Andrea Valente edito da Gallucci in questi giorni (io l’ho solo leggiucchiato rubacchiando qualche pagina in libreria), dove sono narrate le peripezie di Alessandro il Piccolo proiettato nell’Olimpia del 776 a.c. Per saperne di più sulle prime Olimpiadi greche potete andare a ritrovare di Piero Mei e Mario Pescante “Le Antiche Olimpiadi” edito da Rizzoli, per scoprire che i nostri antenati avevano anche loro problemi di atleti corrotti, tentativi di avvantaggiarsi in modo irregolare, divismo dei campioni contesi a peso d’oro. Ma se tutto questo non basta, è sempre possibile rintracciare, in una qualche antologia della lirica greca “Le Olimpiche” di Pindaro, inneggianti ai vincitori “(O Agesidamo) su di te la lira dal bel suono / ed il dolce flauto spargono grazia / e vasta gloria nutrono le Pieridi, figlie di Zeus. / Anch’io insieme ad esse con solerzia / venni alla gloriosa stirpe di Locri / recando miele alle città forti, / ed ho lodato l’amabile figlio di Archèstrato / che vidi in quel giorno vittorioso e valoroso presso l’altare di Olimpia / bello ed immerso in quella giovinezza / che un tempo, grazie alla Ciprigna, / da Ganimede la spietata morte allontanò”.

Sì! Pindaro è la lettura migliore per ricordarsi come i tempi antichi descrivevano i loro eroi atleti, mentre a noi al massimo ci tocca Candido Cannavò.

Mitologia moderna: le Olimpiadi degli Uomini Contemporanei

Sono anch’esse cariche di leggende, prendete, ad esempio, la corsa per antonomasia: la maratona.

Posso segnalarvi due libri che narrano le vicende note solo in superficie di Dorando Pietri. “Dorando Pietri e gli altri” di Vinicio Ongini edito da Sinnos in cui è tratteggiata la vicenda a tutti nota della sconfitta alla maratona di Londra del 1908, e “Il Sogno del Maratoneta” di Giuseppe Pederiali edito dalla Garzanti che ci permette di conoscere meglio un personaggio noto solo per quello straziante arrivo con successiva squalifica.

Quell’icona, resa celebre dagli Album delle Edizioni Panini, ridotta a figurina è l’immagine di un omino con un fazzoletto annodato in testa, con le gambe piegate dalla fatica, sorretto da un omone che lo aiuta a tagliare il traguardo. Dorando rappresenta un fragile eroe dei nostri tempi, senza quelle evidenti caratteristiche da Semidio della tradizione classica. Non è bello, non appare forte e vigoroso, non è baciato dalla fortuna. È un uomo piccolino, gracile, al limite della cardiopatia, con uno sguardo spiritato che lo fa apparire sempre inadeguato. È un umile lavoratore, disponibile e cortese. È un eroe moderno, fatto di nervi e muscoli smagriti, mal nutriti ma sorretti da una tempra d’acciaio e da una volontà al di sopra di tutto che me lo fa affiancare ai miti futuristi fatti di ferro, fuoco e velocità. È il capostipite di una genìa di podisti leggendari. Abebe Bikila, lo scheletro etiope, che scalzo nella notte romana del 1960 mette in fila tutti. Paul Tergat, capofila della marea nera che viene dagli altopiani del Kenia. Haile Gebrselassie che fa da apripista al ritorno degli etiopi. Gelindo Bordin che in un’intervista mi folgorò con quella sua tautologia che spalanca le porte dell’ultramondo “la Maratona non è una corsa. La Maratona è la Maratona!”. Per finire con Stefano Baldini trionfatore nell’ultima Olimpiade di Atene.

La triste realtà: le Olimpiadi degli Uomini d’Affari

Se vogliamo per forza farci male, ma guardare, con consapevolezza, questi Giochi Olimpici, leggiamo “Le Olimpiadi degli Affari” di Roberto Bosio edito da Arianna Editirice.

Nel libro vengono elencati tutti i motivi per cui, nonostante gli appelli, le pressanti richieste, le promesse, le Olimpiadi si svolgeranno a Pechino e non saranno boicottate da nessuno. L’autore lo spiega assai bene ed elenca puntigliosamente molte delle cose che, in maniera meno sistematica, ognuno di noi aveva già raccolto. Si scopre il nocciolo della questione. La Cina è un enorme mercato (che va conquistato) e nessuno si può permettere di rimanere tagliato fuori dalla grande torta. La Cina si avvia a diventare una grande potenza economica mondiale e può permettersi di fare la voce grossa, mostrare i muscoli, rispondere ruvidamente a chi gli chiede di cambiare.

Non vorrei qui rifare una tiritera nota a tutti; lascio solo un elenco di parole che nessuno di noi dovrebbe mai dimenticare.

Ecco le parole (se ne possono aggiungere a piacimento molte altre).

Tibet; la cui indipendenza è stata e continua ad essere soffocata nel sangue della repressione.

Pena di morte che in Cina corre al ritmo di 22 persone al giorno.

Tienanmen per tenere in vita quel flebile ricordo che ancora permane della piazza simbolo.

Generazione Z; una nuova generazione di giovani cinesi, benestanti, integrati, consumisti, stressati, smemorati, indifferenti che rincorrono telefonini, vestiti e oggetti di culto, sempre più lontana dall’impegno sociale e politico.

Uyghuri; la popolazione di origine turcomanna, duramente repressa dalla Cina, che viene accusata di essere l’esecutrice (per mano di due suoi indipendentisti) dell’attentato dei giorni scorsi nella regione dello Xinjiang

Internet; oscurata nei siti ostili al regime e solo parzialmente liberalizzata che ci fa ricordare i diktat che Google subì dal governo cinese che impedì la presenza nel motore di ricerca di parole come Tibet.

Censura; in questi giorni l’ultimo episodio che ha coinvolto due giornalisti giapponesi pestati a sangue perché cercavano notizie sull’attentato nello Xinjiang.

Laogai; i famigerati “campi di rieducazione” dove persero e perdono la vita milioni di individui responsabili non di un dissenso sibilato ma semplicemente colpevoli di essere.

Smog; simbolo di una politica che, in nome di una crescita economica galoppante, è disposta ad utilizzare qualsiasi mezzo: dagli impianti obsoleti ed inquinanti, ai bambini schiavi addetti alla produzione.

Deriva postmoderna: le Olimpiadi degli Uomini Chimera

Se n’è accorta anche l’editoria per i fanciulli. Esce in questi giorni una nuova puntata della saga di Geronimo Stilton “Lo strano caso dei giochi olimpici” edito da Piemme, in cui si narrano le investigazioni di Geronimo e dei super detective di Topazia (anche questo leggiucchiato qua e là di contrabbando, soffiandolo a mio nipote) su una squadra di “cloni” che sta primeggiando in tutte le discipline sbancando il medagliere.

Non stiamo parlando di un libro per bambini frutto della fantasia ma della trasposizione della realtà.

Le continue notizie di atleti squalificati perché positivi ai controlli antidoping si inseguono ormai costantemente. Tra autotrasfusioni, lavaggi ematici, farmaci, ormoni non si capisce più dov’è il limite. Se aggiungiamo poi Pistorius con i suoi arti al carbonio siamo proprio alle Olimpiadi degli Uomini Chimera. Forse già qualcuno ha pensato a trapianti d’organo per migliorare le prestazioni atletiche, o la sostituzione di parti del corpo con protesi artificiali, più leggere, più resistenti della carne e delle ossa. Ipotizzare Uomini/Cavallo frutto dell’incrocio di cellule di donatori non è poi così lontano. Che spettacolo sarebbe un ottocentista nato dalla sintesi tra Fiasconaro e Ribot! Già immagino enormi spazi cintati in cui individui gamma, subumani decerebrati atleticamente perfetti, vengono fatti pascolare e crescere solo per essere poi squartati e i loro organi usati per creare perfetti mostri atletici. Si prepara una nuova era. Mi immagino già giocatori di pallacanestro/giraffe, pugili/gorilla, calciatori/muli, cyber tiratori con l’arco dalla vista infallibile a cui sono stati espiantati i bulbi oculari sostituiti da ottiche di precisione Zeiss. Io sogno di vedere in vasca il nuotatore/squalo con scheletro cartilagineo impiantato dopo essere stato divelto dal dorso di uno squalo tigre, dalla testa a cono, idrodinamica come il muso di un grande squalo bianco, dalle mani palmate, e dai piedi a pinna, glabro ma con una pelle zigrinata e ruvida, come la famosa carta abrasiva “smeriglio”, per annullare la turbolenza e migliorare la velocità in acqua, modificato geneticamente impiantando cellule di merluzzo per aumentare la quantità d’olio del suo fegato diventato enorme (occupa la metà dell’addome) per esasperare il galleggiamento e l’acquaticità. Il suo naturale antagonista sarà il nuotatore/teleosteo che, se presenta ancora un vecchio scheletro osseo, può vantare una mutazione genetica della vescica, trasformata dopo iniezioni di cellule di trota in vescica natatoria. Non sarà più in grado di orinare, ma il suo perfetto galleggiamento gli consentirà magari di strappare un record mondiale.

Conclusioni: le Olimpiadi e una modesta proposta

La modesta proposta è la totale liberalizzazione di tutto per evitare inutili ipocrisie. Siano organizzate delle Olimpiadi, sempre itineranti, in cui uomini, donne, sessi incerti, transgender, replicanti, mutanti, bionici, chimere si scontrano tra loro. Sia dato libero accesso a tutti i doping per migliorare le prestazioni; sia concessa la possibilità di trapiantare, impiantare, sostituire come, quando e cosa si vuole. Dovrebbe essere concesso barare, drogarsi a vicenda con sonniferi, frustare e sgambettare i rivali in corsa, corrompere i giudici e gli altri atleti. L’esempio c’è già, adottiamo le regole del Palio di Siena.

Commento finale: ripensamento postumo

A questo punto mi rendo conto di aver selvaggiamente fatto a pezzi il corpo olimpico e della profonda ingiustizia delle mie parole.

In un mondo che propone (ed in cui prevale) un modello che impone la prestazione ad ogni costo e che disprezza la sconfitta (e non ha letto “La nobiltà della sconfitta” di Ivan Morris) perché non aiutarsi nella pratica sportiva con il doping, quando ogni giorno ci si aiuta con dosi massicce di droga televisiva, quando cerchiamo l’erezione clamorosa ed eterna immolandoci al dio Viagra, quando per divertirci e ballare tutta la notte ci inchiniamo alla sacralità dell’Ecstasy, quando per sopportare il prossimo consiglio di Amministrazione ci imbottiamo della divina Cocaina?

Lo sport fa parte di quello stesso mondo che ricorre al novello dio della chimica per raggiungere l’invasata esperienza del “fuori da sé”, dimenticando così la via del sacro e dei suoi antichi Dei: Priapo, Dioniso, Marte (perché anche la guerra la facciamo in Mondovisione).

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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