Tuam Custodi Civitatem (I)

TUAM CUSTODI CIVITATEM
Rime, riti e ritmi di fondazione

Da: TITO LIVIO, AB URBE CONDITA

Cacciato Numitore re di Alba, il fratello Amulio regnò in sua vece. Egli aggiunge misfatto a misfatto: sopprime i nipoti maschi e alla nipote Rea Silvia, nominata Vestale sotto il pretesto di onorarla, toglie con la perpetua verginità la speranza di generare figli. Ma era destinato dai fati che dovesse sorgere sì grande città e che avesse così inizio l’impero più potente, subito dopo quello degli dèi.

La vestale, essendole stata fatta violenza e avendo dato alla luce due gemelli, sia che ne fosse realmente convinta sia perché meno disonorevole apparisse una colpa di cui era responsabile un dio, attribuì a Marte la paternità della illegittima prole. Ma la crudeltà del re riduce la sacerdotessa in catene e, quanto ai bimbi, egli ordina che siano gettati nella corrente del fiume. Per un caso che ha del divino il Tevere, che era straripato dilagando in placidi stagni, non permetteva di accostarsi fino al letto normale del fiume, mentre dava ai portatori l’illusione che i bimbi potessero ugualmente venir sommersi dalle acque. E così, convinti di aver eseguito l’ordine del re, espongono i bimbi nella più vicina pozza, nel punto in cui oggi si trova il fico Ruminale, un tempo detto Romulare. Quando le acque poco profonde lasciarono in secco l’ondeggiante canestro nel quale i bimbi erano stati abbandonati, una lupa assetata, scesa dai monti circostanti, fu attratta dai loro vagiti. Abbassatasi, offrì le sue poppe ai piccini con tanta mansuetudine che il mandriano del re, Faustolo, la trovò nell’atto di lambire i bimbi con la lingua, lingua lambentem pueros. Faustolo li portò nelle sue stalle e li diede da allevare alla moglie Larenzia che, per aver spesso prostituito il suo corpo, tra i pastori veniva chiamata Lupa.

Romolo e Remo fattisi grandi, furono presi dal desiderio di fondare una città negli stessi luoghi in cui erano stati esposti ed allevati. Sovrabbondava infatti la popolazione degli Albani e dei Latini, e ad essi per di più si erano aggiunti i pastori. Poiché erano gemelli e non valeva dunque come criterio risolutivo il rispetto dovuto all’età, affinché gli dèi sotto la cui protezione erano quei luoghi indicassero con segni augurali chi dovesse dare il nome alla nuova città e chi, dopo averla fondata, dovesse regnarvi, Romolo, per prendere gli auspici, occupò come luogo d’osservazione il Palatino, Remo l’Aventino.

A Remo per primo apparvero come segno augurale sei avvoltoi e poiché, quando ormai l’augurio era stato annunziato, se ne erano offerti alla vista di Romolo il doppio, le rispettive schiere li avevano acclamati re entrambi: gli uni pretendevano d’aver diritto al regno per la priorità nel tempo, gli altri invece per il numero degli uccelli. Venuti quindi a parole, dalla foga della discussione furono spinti alla strage. Fu allora che Remo cadde colpito nella mischia: ibi in turba ictus Remos cecidit. Ma è più diffusa la tradizione che Remo, in atto di scherno verso il fratello – ludibrio fratris – abbia varcato con un salto le nuove mura: novos transiluisse muros. Per questo fu ucciso da Romolo infuriato, il quale inveì pure: “Così d’ora in poi perisca chiunque altro varcherà le mie mura”.

Et interfectum fratrem – ucciso il fratello – Romolo ebbe da solo il potere e fondò la città che da lui prese nome. Fortificò il Palatino, dov’egli era stato allevato, offrì sacrifici a Marte suo padre, agli altri dèi secondo il rito albano e secondo quello greco già istituito da Evandro ad Ercole. Questo solo, di tutti i riti forestieri, fu allora accolto da Romolo, fin da allora presago dell’immortalità alla quale il suo fato destinava la città.

Fatto ciò, compiute le cerimonie sacre secondo il rito – rebus divinis rite perpetratis – convocato in assemblea il popolo e circondatosi di dodici littori, dettò le leggi e le norme giuridiche.1

Dice: “Vabbe’ ma qual è stata la prima città costruita dall’uomo?”

Ur dei Caldei.

Dice: “E chi l’ha fondata questa Ur?”

Enoch.

E chi era Enoch?”

Enoch era un grande patriarca, visssuto secondo la Genesi 365 anni e poi non morto ma scomparso, volendolo Iddio con sé. Fu anche padre di Matusalemme, che visse 969 anni.

Dice: “Vabbe’, ho capito di chi era padre, ma qui mi interesserebbe pure sapere di chi era figlio questo Enoch”.

Be’, Enoch era figlio di Caino.

E chi è Caino?”

Caino è il primo assassino della storia.

Da: LA BIBBIA, GENESI

Adamo conobbe la moglie Eva, la quale concepì e partorì Caino, dicendo: “Ho ottenuto un uomo con l’aiuto di Dio”. In seguito partorì il fratello di lui Abele. Abele fu pastore di pecore; Caino invece agricoltore.

Ora avvenne che dopo molto tempo Caino fece al Signore un’offerta dei frutti della terra. Anche Abele gli offrì dei primogeniti del suo gregge, i più grassi. Il Signore guardò benignamente Abele ed i suoi doni; ma non volse lo sguardo a Caino ed ai doni suoi. Caino ne fu molto irritato e il suo volto fu stravolto: iratusque est Cain vehementer.

E Caino disse ad Abele suo fratello: “Andiamo fuori, Egrediamur“. E quando furono nei campi, Caino saltò addosso al fratello Abele e lo uccise.2

Da: GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI

Nun difenno Caino io, sor dottore,

ché lo so più de voi chi fu Caino:

dico pe di’ che quarche vorta er vino

po’ accecà l’omo e sbarattaje er core.

Capisch’io puro che agguantà un tortore

e accoppacce un fratello piccinino

pare una bonagrazia da burino,

un carciofarzo de cattiv’odore.

Ma quer vede ch’iddio sempre, ar zu’ mele

e a le su’ rape je sputava addosso,

enno’ ar latte e a le pecore d’Abbele,

a un omo come noi de carne e d’osso

aveva assai da inacidije er fele:

e allora, amico mio, taja ch’è rosso. 3

Da: GENESI

Tutta la terra aveva una sola lingua con identiche parole e, partendosi dall’oriente, gli uomini trovarono una pianura nella terra di Sennaar e vi abitarono. Si dissero l’un altro: “Venite, facciamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco”. E si servirono di mattoni anziché di pietre, e di bitume anziché di cemento. Dissero: “Venite, edifichiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo, e rendiamo famoso il nostro nome prima di disperderci per il mondo”. Il Signore sceso a vedere la città e la torre che stavano fabbricando i figli d’Adamo, disse: “Ecco, sono un solo popolo, hanno tutti la medesima lingua e, avendo cominciato a far quest’opera, non desisteranno dai loro disegni. Andiamo, dunque, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio in modo che non s’intendano più” e il Signore li disperse da quel luogo per tutto quanto il mondo.

Questa è la posterità di Sem figlio di Noè.

Sem generò Arfaxad che generò Sale.

Sale Eber, ed Eber generò Faleg, e Faleg generò Reu, e Reu generò Sarug, e Sarug generò Nacor, e Nacor generò Tare, e Tare generò Abramo, Nacor ed Aran.

Aran generò Lot e morì prima di suo padre Tare nella terra dove era nato, in Ur dei Caldei.

Tare prese suo figlio Abramo e Lot, il figlio di suo figlio Aran che era morto, e li condusse via da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan, ma giunti a Haran vi abitarono.

E il Signore disse ad Abramo: “Parti da questa tua terra, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, e vieni nel paese che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e farò grande il tuo nome”.

Partì dunque Abramo secondo l’ordine del Signore, prese con sé tutto quello che possedeva e insieme a suo nipote Lot andò nella terra di Canaan. Qui sua moglie generò un figlio e il Signore disse ad Abramo: “Gli porrai nome Isacco ed io stabilirò il mio patto con lui e con la sua progenie dopo di lui, con una alleanza eterna”.

Ma dopo tutte queste cose – quae postquam gesta sunt – Dio mise alla prova Abramo: “Prendi il tuo figliolo unigenito, il tuo diletto Isacco e vai nella terra della visione, ove lo offrirai in sacrificio sopra uno dei monti che io ti indicherò”.

Prese Abramo le legna per l’Olocausto – ligna holocausti – e le pose addosso ad Isacco suo figlio. Egli invece con le sue mani portava il fuoco e il coltello, e giunsero al luogo che Dio aveva stabilito. Abramo vi eresse un altare e vi accomodò le legna. Poi legò Isacco suo figlio, lo collocò sull’altare sopra le legna – super struem lignorum – stese la mano e prese il coltello per immolare il suo figliolo.

Ma ecco l’Angelo del Signore gridare dal cielo: “Non stendere la mano sopra il fanciullo, perché ho già conosciuto che temi Dio e che per me non hai risparmiato il tuo figlio unigenito”.

Abramo alzò gli occhi e visto dietro di sé un ariete impigliato per le corna tra le spine, lo prese e l’offrì in Olocausto al posto del figliolo. L’Angelo del Signore chiamò dal cielo per una seconda volta Abramo e disse: “Lo giuro su me stesso, dice il Signore: siccome tu hai fatto questo e per causa mia tu non hai risparmiato il tuo figlio unigenito, io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo e come la rena che è sulla sponda del mare. La tua progenie possederà la porta dei suoi nemici e nella tua discendenza tutte le nazioni saranno benedette, perché hai obbedito alla mia voce”.4

Da: GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI

[Abbramo] chiamò Isacco, e disse: “Fa’ un fascetto,

pija er marraccio, carca er zomarello,

chiama er garzone, infìlete er corpetto,

saluta Mamma, cércheme er cappello;

e annamo via, perché Dio benedetto

vò un zagrifizzio che nun pòi sapello” (…)

Dopo fatta un boccon de colazzione

partirno tutt’e quattro a giorno chiaro,

e camminorno sempre in orazzione

pe quarche mijo più der centinaro.

“Semo arrivati: alò”, disse er vecchione,

“incòllete er fascetto, fijo caro”;

poi, vortannose in là, fece ar garzone:

“Aspettateme qui, voi cor zomaro”.

Saliva Isacco, e diceva: “Papà,

ma diteme, la vittima indov’è?”.

E lui j’arisponneva: “Un po’ più in là”.

Ma quanno finarmente furno sù,

strillò Abbramo ar fijolo: “Isacco, a te,

faccia a terra: la vittima sei tu”.

“Pascenza”, dice Isacco ar zu’ padraccio;

se butta s’una pietra inginocchione,

e quer boja de padre arza er marraccio

tra cap’e collo ar povero cojone.

“Fermete, Abbramo: nun calà quer braccio”,

strilla un Angiolo allora da un cantone:

“Dio te vorze provà co sto setaccio…”.

Bee, bee… Chi è quest’antro! è un pecorone.

Inzomma, amici cari, io già so stracco

d’ariccontavve er fatto a la distesa.

La pecora morì: fu sarvo Isacco (…)5

Da: GENESI

Abramo essendo vecchio e in età avanzata, e benedetto dal Signore in ogni cosa, disse al servo più vecchio: “Andrai nella mia patria Ur dei Caldei nella terra di Sennaar, dai miei parenti, e lì prenderai una moglie per mio figlio Isacco”. E questa fu Rebecca, che era figlia di Batuel figlio di Nacor fratello di Abramo, e Rebecca aveva anche un fratello chiamato Labano, habebat autem Rebecca fratrem nomine Laban. E dopo la morte di Abramo, Dio benedisse Isacco suo figlio, che abitò presso il pozzo detto “del vivente che vede” nella terra di Canaan.

Isacco figlio di Abramo aveva quarant’anni quando sposò Rebecca figlia di Batuel Siro della Mesopotamia e sorella di Labano. Quando aveva sessant’anni gli nacquero due gemelli. Quello che venne fuori per primo era rosso e fu chiamato Esaù. L’altro che uscì subito dopo teneva con una mano il calcagno del fratello e per questo fu chiamato Giacobbe.

Giacobbe figlio di Isacco figlio di Abramo fu benedetto dal Signore e da lui chiamato Israele. Con lui concluse una santa alleanza per tutte le sue generazioni.

Giacobbe ottenne dapprima da suo fratello Esaù, in cambio di un piatto di lenticchie, il diritto alla primogenitura poi, con l’aiuto della madre, ottenne con l’inganno anche la benedizione del padre. La madre Rebecca allora, per sottrarlo alle ire di Esaù, lo mandò da suo fratello Labano nella terra di Ur. Giacobbe sposò Lia e Rachele, figlie di Labano, e mentre era al servizio dello zio generò dodici figli da cui presero vita le dodici tribù di Israele benedette per sempre da Dio.

Figli di Giacobbe: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon; Giuseppe, Beniamino; Dan, Neftali; Gad e Aser. Ma il preferito era Giuseppe. Questi sono i dodici figli che nacquero a Giacobbe nella terra di Ur in Mesopotamia di Siria.6

Da: THOMAS MANN, IL GIOVANE GIUSEPPE

“E’ vero” continuò Giacobbe “pensavo alla festa imminente, alla notte dell’olocausto che è prossima, in cui, dopo il tramonto del sole scanniamo l’agnello e intingiamo un ramoscello di issopo nel suo sangue per segnarne gli stipiti delle porte affinché l’angelo sterminatore passi oltre. Perché è la notte in cui egli passa e risparmia uomini e animali in grazia dell’olocausto, e il sangue sugli stipiti placa l’angelo sterminatore che passa oltre. Il sangue gli indica che il primo nato è stato offerto per placarlo, per sostituire uomini e animali, che avrebbe avuto voglia di ammazzare. E su questo io meditai più volte, poiché l’uomo fa una cosa, ed ecco, non sa quello che fa, ma se lo sapesse e vi riflettesse è probabile che lo stomaco gli si rovescerebbe, e per il disgusto ciò che è sotto andrebbe sopra, come più volte mi accadde nella mia vita, e la prima volta quando appresi che Labano a Sinear, al di là dell’ Eufrat, aveva ammazzato il suo figlioletto primogenito per offrirlo in olocausto e, chiuso nell’orcio, l’aveva seppellito nelle fondamenta per protezione della casa. Ma credi tu che gli portasse benedizione? Tutt’altro. Sventura invece, maledizione, paralisi della sua attività; e se non fossi venuto io a mettere un po’ di vita nella sua casa e nella sua azienda, tutto sarebbe ristagnato in una tetra malinconia ed egli non sarebbe ridiventato fecondo in sua moglie Adina. E tuttavia egli non avrebbe murato il suo figlioletto se ciò non avesse recato benedizione ad altri uomini prima di lui, nel passato.”

“Questo che mi dici” rispose Giuseppe che aveva intrecciato le mani dietro la nuca “mi fa capire come la cosa accadde. Labano agì seguendo un uso ormai sorpassato, commettendo con ciò un grave errore. Giacché al Signore ripugna ciò che è sorpassato, da cui vuole liberarsi insieme a noi e da cui egli si è già liberato, e che aborre e maledice. Perciò se Labano avesse compreso il Signore e lo spirito dei tempi, invece del bambino avrebbe sacrificato un capretto e con il suo sangue avrebbe segnato la soglia e gli stipiti, ciò sarebbe stato accetto, e il suo fumo sarebbe salito al Signore.”

“Dunque lo dici anche tu” replicò Giacobbe “e mi previeni e mi togli la parola di bocca. L’angelo sterminatore ha voglia non solo del bestiame, ma anche del sangue umano, e quando noi segniamo con il sangue dell’animale gli stipiti, e anche quando facciamo nella notte il banchetto del sacrificio, mangiando tutto, fino all’ultimo resto, in gran fretta, affinché dell’arrosto nulla rimanga per il giorno dopo, anche allora noi plachiamo la sua avidità, non solo riguardo al gregge. Ma se ben si riflette, di che arrosto si tratta? E l’agnello che ammazziamo è forse solo l’offerta espiatoria per il gregge? Che cosa ammazzeremmo e mangeremmo se fossimo tanto stolti come Labano e che cosa si ammazzò e mangiò in età remote ed immonde. Sappiamo noi dunque veramente che cosa facciamo solennemente quando mangiamo? E, a rifletterci, non dovrebbero rovesciarsi i nostri visceri così da farci vomitare?”

“Lascia che si segua l’uso e si mangi” disse Giuseppe alzando senza accorgersene la voce e dondolando il capo nelle mani intrecciate dietro la nuca. “L’usanza è buona e l’arrosto è gustoso: se rappresentano un progresso accettiamoli e liberiamoci dai riti immondi, comprendendo il Signore e lo spirito dei tempi. Vedi, babbo, là c’è un albero” esclamò indicando con la mano tesa verso l’interno della tenda come se là dentro si potesse vedere ciò di cui parlava “un albero stupendo nel tronco e nella corona, piantato dai padri per il diletto dei posteri. La sua cima si muove e scintilla nel vento, ma le sue radici affondano nella buia profondità della terra, tra i sassi e la polvere. La corona ridente sa forse molto della radice fangosa? No, ma col Signore si è innalzata al di sopra di essa, l’ha superata e si culla nell’aria, e alla radice non pensa. La stessa cosa, a parer mio, si può dire dell’usanza e della sua origine immonda. Ma se l’usanza ci piace, è necessario che la sua origine resti nascosta laggiù nel profondo, e non appaia alla luce.”7

Da: O.N.C., “LA CONQUISTA DELLA TERRA“, FEBBRAIO 1939

(Fondazione di Segezia e Incoronata.) Nel nome del Duce, le LL. EE. Tassinari e Di Crollalanza danno inizio ai lavori per la bonifica del Tavoliere di Puglia.

(Segezia)

Il 30 gennaio ha avuto luogo a Foggia l’inizio dei lavori di bonifica e di trasformazione fondiaria del tavoliere di Puglia, da parte dell’Opera Nazionale Combattenti, presenziato, d’ordine del Duce, da S. E. Tassinari, Sottosegretario per la Bonifica Integrale. Le Gerarchie del Partito ed Autorità Civili e Militari di Capitanata, hanno compiuto il giro delle varie zone di appoderamento.

Prima sosta alla zona di appoderamento sulla strada nazionale di Napoli, al bivio Tuoro. Accolto da fervide dimostrazioni al Duce da parte dei lavoratori, S. E. Tassinari ha iniziato i lavori di questa zona che comprende 48 poderi con 45 case coloniche, e un secondo lotto di 30 poderi con 27 case coloniche.

Le Autorità hanno poi proseguito per la zona di appoderamento al bivio di S. Marco in Lamis, sulla strada per Manfredonia che comprende 38 poderi con 31 case coloniche, e quindi per il Borgo Tavernola e il Villaggio La Serpe. Dopo la rapida visita al Borgo Tavernola e prima della sosta al Borgo La Serpe, S. E. Tassinari ha dato inizio ai lavori di altri due lotti, uno per 45 poderi con 36 case coloniche e l’altro per 66 poderi con 51 case coloniche. Infine nella zona dell’Incoronata ha avuto luogo la cerimonia per l’inizio delle fondamenta della prima casa colonica. L’arrivo delle autorità è stato salutato da una grandiosa manifestazione all’indirizzo del Duce.

Per la cerimonia erano adunate sul luogo le rappresentanze di donne fasciste, giovani rurali, massaie rurali, Camicie Nere di Foggia, Stornara, Stornarella, Ortanova, Ordona, Carapelle, Cerignola, San Ferdinando di Puglia, Trinitapoli e Margherita di Savoia; le rappresentanze dell’Unione Provinciale Fascista degli Agricoltori, dell’Unione Provinciale Fascista degli Industriali e della Federazione Provinciale dell’Artigianato; una imponentissima rappresentanza dell’Unione Provinciale dei Lavoratori dell’Agricoltura e di quella dei Lavoratori dell’Industria.

Dopo la benedizione, nel solco è calato il masso in cui è stata murata la pergamena, che ricorda l’avvenimento e che è firmata dagli onorevoli Tassinari e Di Crollalanza, dal Prefetto, dal Federale e dal Prof. Carrante. Insieme con la pergamena sono state racchiuse quattro monete, fuse in occasione della fondazione di Littoria, Pontinia, Sabaudia e Aprilia, simbolo della volontà bonificatrice del Duce.8

Da: VALENTINO ORSOLINI CENCELLI

La mattina del 30 giugno 1932, gli invitati e tutti gli operai che erano nelle Pontine si trovarono riuniti intorno al blocco di travertino sul quale era stato inciso O.N.C. Fondazione di Littoria A.X.

(Littoria)

La pietra fu bendetta da Mons. Navarra, vescovo di Terracina. Poi il segretario federale di Roma, Nino D’Aroma, lesse la seguente pergamena:

“Su questa terra già regno di morte e di desolazione, che leggende e storie sacrarono alla grandezza di Roma, e che, dopo l’inutile sforzo di secoli, risorge ora per volontà di Benito Mussolini a luce di nuova vita, l’Opera Nazionale per i Combattenti, gelosa custode della tradizione del “miles agricola” sotto la guida di Valentino Orsolini Cencelli, getta oggi 30 giugno dell’anno X dell’era fascista, le fondamenta di Littoria, centro di bonificamento e di colonizzazione, auspicio e promessa per l’avvenire”.

La pergamena, firmata dai presenti ed in fine da me, fu rinchiusa in un cilindro di vetro e poi in un tubo di piombo, nel quale, prima di essere saldato e murato nel cavo al centro del blocco di travertino, furono collocate le serie complete delle monete di bronzo, di argento e di oro del Regno d’Italia e dello Stato del Vaticano con l’anno di conio 1932.

Il blocco rettangolare tra l’entusiasmo e gli applausi frenetici dei presenti venne calato nello scavo, dal quale si sarebbe innalzata l’attuale torre del Municipio.9

Dice: “Sì vabbe’, ma che nuova c’è? Lo sanno tutti che da sempre e ancora adesso, fin dai tempi degli antichi, ogni volta che si incomincia a costruire qualunque fabbricato – dalla casa di campagna al grattacielo – il capomastro, prima di gettare le fondazioni, getta nello scavo delle monete. Porta bene. E’ un gesto augurale. Nessun muratore si metterebbe a lavorare in un cantiere se sotto non ci fossero delle monete. Porta male.”

Dice: “E perché?”

Perché la moneta sta al posto del morto. Sublima l’olocausto. (I – continua)

Antonio Pennacchi

1 Cfr.: TITO LIVIO, Storia di Roma dalla sua fondazione, Milano 1987 (trad. M. Scàndola), I, 3-8.

2 Cfr. Genesi, 4, 1-8.

3 G.G. BELLI, Sonetti, “Caino”, 184 [180]).

4 Cfr. Genesi, 10-22

5 BELLI, cit., “Er zagrifizzio d’Abbramo”, 757-759.

6 Cfr. Gen., 24-35.

7 T.MANN, Il giovane Giuseppe, Milano 1998 (Der junge Joseph, 1934; trad. B. Arzeni), pp. 76-78.

8 O.N.C., “La Conquista della Terra“, febbraio 1939.

9 V. ORSOLINI CENCELLI, “Come nacque Littoria. Una testimonianza”, in: “La mostra. Storia di una città“, Latina 1982.

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