Tuam Custodi Civitatem (II)

TUAM CUSTODI CIVITATEM
Rime, riti e ritmi di fondazione

(II parte – per la lettura della I parte, clicca qui)

Da: DANTE ALIGHIERI

Ed egli a me: Le cose ti fien note

quando noi fermerem li nostri passi

sulla trista riviera d’Acheronte (…)

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio bianco per antico pelo,

gridando: Guai a voi, anime prave;

non isperate mai veder lo cielo!

I’ vegno per menarvi all’altra riva,

nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo (…).

E il Duca a lui: Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà, dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare.

Quinci fur quete le lanose gote

al nocchier della livida palude,

che intorno agli occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime ch’eran lasse e nude,

cangiar dolore e dibattero i denti,

ratto che inteser le parole crude.10

Da: A. FERRARI, DIZIONARIO DI MITOLOGIA

CARONTE. Figlio di Erebo, era il nocchiero che faceva transitare attraverso i fiumi degli Inferi le anime dei morti. Egli si serviva allo scopo di un’antichissima barca formata da pezzi di corteccia d’albero cuciti insieme. Per il suo compito di traghettatore veniva retribuito con un obolo che i morti dovevano portare con sé: è quindi ricordata l’usanza di porre in bocca al defunto una moneta per questo scopo, prima di procedere alla sepoltura (v. Obolo di Caronte). Il nocchiero era rappresentato, nel mondo greco come in quello romano, come un uomo molto anziano con una sudicia e folta barba. Nonostante le fattezze di vecchio, era ricordato soprattutto per la sua forza enorme. (…) Nella letteratura neogreca alla figura di Caronte è stata affiancata quella della madre del nocchiero infernale, che conferisce anche a quest’ultimo un tocco di umanità ignoto alla tradizione classica.

OBOLO DI CARONTE. Nome popolare con il quale è indicata la monetina (in Grecia propriamente ναύλον – naülon) che veniva posta in bocca al defunto al momento della sepoltura. L’opinione più diffusa vuole che la moneta rispecchiasse la credenza, di antichissima origine, che Caronte, per traghettare le anime dei defunti sulle acque dell’Acheronte, il fiume infernale, volesse una retribuzione; secondo altre interpretazioni l’obolo rappresenterebbe invece l’antica usanza di seppellire il morto con tutti i suoi beni, di cui la piccola moneta costituirebbe il simbolo. La tradizione è nota per il mondo greco, quello etrusco e quello romano, ma si è conservata in certe aree anche attraverso il Medioevo per giungere fino ai giorni nostri (v. anche Naulon).

NAULON. Propriamente, ‘noleggio’ o ‘prezzo del passaggio’. Era chiamata con questo nome, in Grecia, la moneta che veniva messa in bocca al cadavere prima della sepoltura, per pagare a Caronte il transito nell’aldilà sulla sua barca. Il nome deriva da ναύς (naùs), ‘imbarcazione’.11

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Da: RICCARDO BACCHELLI (FORSE)

Il Borgo Panigale è posto sulla sinistra del fiume Reno a ugual distanza da Bologna e dalla chiostra delle colline. Guarda il santuario della Madonna di San Luca da quel tanto in linea d’aria che scopra la vista intiera delle spalle di un colle modesto, pur non uscendo dai limiti che si possono un po’ largamente chiamare il piede di una altura. Il ponte di rossi mattoni si dice Pontelungo, propriamente, e la sua costruzione che rende oggi agevole e dolce il passaggio, non fu a suo tempo né dolce e né agevole. I vecchi tramandavano ancora, cent’anni fa, che ci si era provati più e più volte ad erigerlo, alzando con costanza e perizia possenti piloni di qua e di là dal fiume ma, al momento di gettare la campata, o venivano giù le impalcature o il Reno d’improvviso s’ingrossava portandosi via, in un sol colpo, insieme alle impalcature i piloni ancora freschi.

“Solo il diavolo è in grado di costruire questo ponte”, pare avesse detto l’ultima volta l’arciprete di Borgo Panigale mentre, dalla sponda, osservava mestamente con i suoi parrocchiani il Reno tumultuoso trascinare l’ultimo mattone.

“A disposizione vostra”, disse subito il diavolo, materializzatosi lì in mezzo sull’istante in gibus e stiffelius: “Si può fare”.

L’arciprete guardò i suoi, interessati al ponte, e chiese il prezzo.

“Poco. Solo l’anima del primo essere che lo attraverserà”.

“Si può fare”, risposero in coro i parrocchiani e il diavolo, ripiegato lo stiffelius su di un masso lì di fianco e poggiatoci sopra il suo gibus, si mise all’opera: “Pagamento alla consegna”, disse: “Il primo che passa è mio”.

Quando il ponte fu finito, tutto il popolo di Borgo Panigale era schierato sulla riva. Era un ponte bellissimo, Pontelungo fu chiamato, ma il diavolo, rimessisi gibus e stiffelius, stava ritto al centro, poggiato ad un bastone nero con il manico di madreperla, ad aspettare la mercede: “Chi passa per primo?”, sorrideva beffardo.

Il popolo si aprì e fece largo. Si avanzò un bambino con un cagnetto in braccio. Piangeva. Le lagrime gli rigavano il viso. “Che gente!”, pensò il diavolo.

Il bambino titubava. L’arciprete da dietro lo spingeva. “Quello è peggio di me”, ripensò il diavolo.

Poi il bimbo si fece coraggio. Poggiò il cane a terra, dietro di sé, e si piegò a salutarlo. Era nero, con il petto bianco. L’arciprete trasse dalla tasca una cotica di maiale, la gettò oltre il centro del ponte e il cane, scodinzolettando, oltrepassò tranquillo il figuro in stiffelius per andarsela a mangiare al di là del Reno. Al diavolo non restò che prendersi il suo cane e svanire, poiché un patto è un patto e il Pontelungo è ancora là.12

Da: STANIS RUINAS, VIAGGIO PER LE CITTÁ DI MUSSOLINI

(Littoria) – Due torri si profilano contr’aria: una vicina, di Foce Verde; una più lontana, l’Astura, quadrata, senza merli, senza aperture. Quadrato e merlato è il castello che la sostiene, unito alla terra da un ponte a molte luci. In quella torre Corradino di Svevia si rifugiò, sfinito, assieme a pochi compagni, nel 1270, e là fu consegnato a tradimento da Jacopo Frangipane a Carlo d’Angiò, che lo fece uccidere a Napoli.

Fra il primo lago e il secondo, tra Monaci e Fogliano, il passaggio era [allora] assolutamente impossibile. Come ovunque, d’inverno: non v’era spazio per un corpo d’uomo fra i canniceti alti due volte un uomo. Paesaggio deserto, squallido, d’una tristezza senza nome. Mare vuoto, senza ancoraggi, senza navi, colle torri slabbrate e ruinose come sepolcri di giganti a guardia non più di predoni ma della palude infinita.

Un canale divide oggi i due primi laghi: incorniciato da due strade nette, se ne va verso il mare, largo, solenne, di quel colore intenso che fonde coll’indaco il viola, particolare a tutte le acque dell’Agro. E’ il Rio Martino, il Collettore delle acque medie e piovane che un tempo si spiccava dal Sisto, presso la fossa milliara 45, e oggi discende da Ninfa e si snoda per trentadue chilometri, tutto raggiato di canali che gli portano l’acque dai terreni medi a sinistra del canale Mussolini. Per farlo passare vicino a Littoria, nella duna quaternaria, si è utilizzata la trincea che già esisteva, un cavo colossale, preromano, che assieme a quello di Augusto e alla trincea del Gorgolicino, era una delle più antiche tracce di bonifica nelle Pontine. Qui, dove corre, teso come una seta, tra le due sponde scoperte, nell’ultimo suo tratto navigabile, s’apriva come un baratro nella boscaglia, colle pareti a picco, vere muraglie ciclopiche, così alte che gli alti alberi cresciuti nel suo fondo asciutto non toccavano colla vetta la proda. “Centinaia di operai, seminudi, hanno scavato a mano questo canale, affogati nel fango fino al petto”, dice l’ingegnere. I badili, pesanti, volteggiavano quasi irosamente sopra le teste nel ritmo ininterrotto. Qualcuno ha d’improvviso lasciato l’arma e si è abbattuto fulminato dalla sincope. L’hanno tirato su insozzato di fango. Molti son morti di malaria.

Il pescatore che vive qui da anni, qui sulla riva in questa baracchetta di legno, lucido come il bronzo, nodoso come un vecchio ramo, sembra uomo di poche parole. E’ un toscano: “In certe ore del giorno, specie di primavera, pareva ch’ogni filo di canna avesse voce, tanto era il frusciare, il trillare, il gracchiare, lo starnazzare. Quando tirava vento pareva che ci fossero i demòni: fischi da uscir di senno. Quasi sempre, però, un silenzio di tomba… A viver qui, l’inverno per un conto e l’estate per un altro, bisognava davvero avere la cotenna dura, o una miseria birbona. Ma ormai ci s’era avvezzi… Si restava bloccati per settimane e mesi senza un cane che ti dicesse amen se crepavi. Ti potevano accoltellare, rubare la moglie e il porcello che nessuno ti faceva giustizia se non te la facevi da te. Non c’era da levarsi che la voglia dell’acqua: acqua nel mare, nei laghi, tutt’attorno nelle bassure con que’ ciuffetti d’erbe palustri. Vedete voi costaggiù, fino alla Foce Verde, e dalla Foce Verde fino a costassù, sotto il Circeo, eran tutti pantani: un cinturino largo qualcosa come due o tre chilometri e lunga una quarantina. Non molto fonda, l’acqua: uno, due metri al più, nei laghi. Ma sotto l’acqua c’era il fango. Quando hanno scandagliato il Caprolace, il più perfido di questi tre, misurava in profondità fino a dodici metri di limo. Uno ci ho visto sprofondare, non son dieci anni. Era a cavallo, sul filo delle dune. Andava verso Astura. Che è che non è la bestia adombra, scarta, precipita nel pantano e in men che un amen non s’è visto più. Corremmo colle stuzze a sfrucugnare ma non trovammo intoppi: eran calati giù come nel burro fuso”.13

Da: TITO LIVIO

Lo Stato romano era già così forte da poter tenere fronte in guerra a qualsiasi tra le popolazioni confinanti: ma per la penuria delle donne la sua grandezza sarebbe durata una sola generazione, poiché non v’era in patria speranza di prole, né avvenivano connubi coi vicini. Allora Romolo inviò messi alle genti vicine a chiedere alleanza e connubi per il nuovo popolo.

Nusquam benigne legatio audita est: in nessun luogo l’ambasceria fu accolta benignamente. Ordina quindi di annunziare uno spettacolo per i popoli vicini. Accorse molta gente e venne tutta la popolazione dei Sabini, con le figlie e le spose. Quando fu giunto il momento dello spettacolo, ecco scoppiare un tumulto e al segnale convenuto i giovani romani si lanciano da ogni parte a rapire le fanciulle. Molte furono rapite a caso dai primi in cui si erano imbattute; alcune, particolarmente belle, erano destinate ai più insigni tra i senatori.

Turbata per lo spavento la festa, i genitori delle fanciulle, contristati, si danno alla fuga, denunziando la violazione delle leggi dell’ospitalità, ingannati dalla loro fiducia nei sacri diritti. Né migliore speranza sulla loro sorte o minore sdegno nutrivano le fanciulle rapite. Ma Romolo andava personalmente tra loro: sarebbero state tenute come mogli e fatte partecipi di tutti i beni, frenassero lo sdegno e a coloro i quali la sorte aveva dato il loro corpo dessero anche il cuore; spesso da un’offesa nasce in seguito l’accordo. S’aggiungevano poi – accedebant blanditiae – le moine dei mariti, che giustificavano l’accaduto con l’ardore della passione, e queste sono le preghiere che più fanno effetto sull’animo femminile.

Ormai gli animi delle fanciulle rapite erano del tutto pacificati, ma i genitori di quelle, vestiti a lutto, allora più che mai eccitavano con lacrime e lamenti i concittadini. Un’ultima guerra scoppiò da parte dei Sabini comandati da Tito Tazio, e fu quella di gran lunga più dura. I Sabini s’impadroniscono della rocca. I due eserciri si danno battaglia nella regione che s’estende tra il Palatino e il Campidoglio. Da entrambe le parti i capi animano il combattimento: da quella dei Sabini Mezzio Curzio, da quella dei Romani Ostio Ostilio. Ma non appena Ostio cadde, l’esercito romano ripiegò e fu respinto. Presso l’antica porta del Palatino, Romolo, travolto egli pure dalla turba dei fuggiaschi, levando le armi al cielo esclama: “O Giove, sotto i tuoi auspici io ho gettato qui, sul Palatino, le prime fondamenta di questa città; ma tu, padre degli dèi e degli uomini, almeno da qui respingi i nemici, libera i Romani dal terrore e arresta questa fuga vergognosa”. Dopo che ebbe così pregato, disse: “Di qui, o Romani, Giove Ottimo Massimo vi ordina di fermarvi e di riprendere il combattimento”. I Romani si fermarono come se avessero ricevuto questo ordine dal cielo. Romolo stesso vola nelle prime file. Dalla parte dei Sabini Mezzio Curzio s’era lanciato giù dalla rocca per primo e aveva volto in fuga disordinata i Romani per tutto il Foro. Romolo piomba su di lui con una schiera di giovani animosissimi. Mezzio Curzio, spaventatosi il suo cavallo per le grida, andò a cacciarsi in una palude – in paludem sese strepitu equo coniecit – e questo incidente, per il pericolo che correva un personaggio sì importante, aveva fatto sbandare i Sabini.

Allora le donne Sabine osarono gettarsi tra il volare dei dardi – ausae se – e imposero la pace tra i loro padri e i mariti. I capi si avanzano per concludere un’alleanza, né fanno soltanto la pace, ma di due popoli un solo popolo, si dividono il regno, trasportano tutto il governo a Roma e a ricordo di quella battaglia chiamarono lago Curzio – Curtium lacum appellarunt – il luogo dove il cavallo, riemerso dal fondo della palude, mise Curzio fuori di pericolo.14

DIGRESSIONE A LATERE DEL RAPTUS SABINARUM

I coloni dell’Agro Redento si caratterizzarono subito come unica comunità pur provenendo da tre aree diverse – Veneto, Friuli e Ferrarese – poiché le differenze fra di loro erano assai meno di quelle tra loro e le popolazioni indigeno-lepine, proprio come i Wasp e gli Apaches, i pellirosse e i visi bianchi. Alla tradizione dei filò – le riunioni in stalla la sera dopo cena di tutto il vicinato, a raccontarsi fole e roba varia – si aggiunge come forte rito integrativo-aggregativo il ballo sull’aia.

Il ballo inteso in senso stretto – e cioè consuetudinario, relazionale e di pura espressione artistica – non è un portato di tutte e tre le regioni di provenienza: appartiene in origine solo ai ferraresi. Ma in Agro si estende all’intera nuova comunità “veneto-pontina” e si qualifica – insieme all’uso della bicicletta anche da parte delle donne, con la conseguente messa in mostra di porzioni di gambe assolutamente mai viste fino allora da queste parti – come segno “morale” distintivo dalle popolazioni autoctone. I lepini chiamano difatti tuttora i veneti “cispadani” o “polentoni”, e i veneti li richiamano “marocchini”. Per gli abitanti dei Lepini le donne dei veneti sono un po’ puttane, sia perché vanno in bicicletta sia perché, a Sezze, se fai un giro di ballo una volta con una, poi te la devi sposare. Queste invece ballano con tutti e i loro maschi non dicono niente. Così non sono infrequenti – nei balli più grossi: nelle sale, nelle feste e nelle trebbiature, specie nei borghi “di margine” – fraintendimenti che portano a risse, anche con coltellate, tra le due etnie. Prassi che si è consolidata e protratta fino a tutti gli anni Settanta. Al Milleluci, al Podgora, ogni sabato erano scazzottate come a Borgo Grappa e a Borgo Pasubio. Questo non significa che non si instaureranno, gradualmente, rapporti di convivenza: i matrimoni misti – che ne sono il primo e più importante segno – inizieranno già negli anni Quaranta, a meno di una decina d’anni dalla colonizzazione. Ma manterranno sempre caratteri di tipo imperialistico.

La prima fase di questi matrimoni difatti – fino a tutti gli anni Sessanta – si svolge rigorosamente a senso unico: è il maschio veneto che sposa la donna dei Lepini e la porta a vivere in pianura, nel podere. Qui lei impara a parlare in veneto – in dialetto quindi, non in italiano – e parla soltanto quello. Deve letteralmente dismettere e dimenticare – come mia zia Edilia che veniva da Norma o mia suocera da Itri – il dialetto del suo paese. Eppure non basta.

Nella tassonomia della superfamiglia di tipo patriarcale del podere difatti, l’ultima nuora entrata in casa non ha mai nome proprio: ella si chiama semplicemente “la sposa” o “Sposa“. Quando qualcuno del podere va al borgo e si mette a fare quattro chiacchiere, la gente gli chiede: “Come stàla la sposa?“. Riprenderà a chiamarsi con il suo nome proprio solo quando – grazie a un nuovo matrimonio – arriverà una nuora nuova. Se non arriva, si chiamerà Sposa fino alla morte. Solo di mia suocera o di mia zia Edilia – o delle altre indigene venetizzate come loro, anche dopo che avrebbero potuto laurearsi a pieni voti in Filologia veneto-arcaica – la gente al borgo chiedeva: “Come stàla la marochina?“. A mia suocera ancora rode perché il termine, evidentemente, non implicava connotazioni di tipo laudativo.

Negli anni seguenti si avranno sempre più diffusamente anche matrimoni in senso alternato – con donna veneta che sposa uomo dei Lepini – ma il luogo di abitazione e residenza della nuova famiglia, anche quando la struttura patriarcale sarà definitivamente implosa, resterà rigorosamente quello: la pianura. Il sezzese sposerà pure la veneta, ma dovrà venire ad abitare in Agro, e se non proprio in campagna per lo meno a Latina. Non c’è una veneta sui monti Lepini (l’unica di cui si avesse notizia era la madre di Lidano Grassucci, ma ulteriori ricerche hanno definitivamente confermato che anche lì fu il padre – ed erano comunque gli anni Sessanta – a dover scendere in pianura, a Santa Fecitola: lui parla sezzese solo perché il nonno ogni tanto se lo veniva a prendere. Lo rapiva). Ma non sono altro, del resto, che i meccanismi delle politiche matrimoniali studiati da Lévi-Strauss in tutti gli ambiti di tipo imperialistico, dal ratto delle Sabine fino ai film di John Wayne: Wasp contro Apaches.15

Da: TITO LIVIO

(362 a.C.) Nell’anno consolare di Quinto Servilio Aala e Lucio Genucio, in seguito a un terremoto o a qualche altro cataclisma, s’aprì nel Foro, quasi nella parte centrale, un vasto e profondissimo baratro, e non si riuscì a riempire quella voragine per quanta terra vi si gettasse, portandone ognuno in proporzione delle proprie forze, prima che si fosse cominciato per avvertimento degli dèi a cercare quale fosse il principale fattore della potenza del popolo romano. Predicevano infatti gli indovini ch’esso doveva essere consacrato a quel luogo, se si voleva che la Repubblica romana durasse in eterno. Allora Marco Curzio, giovane prode in guerra, rimproverò coloro i quali si chiedevano se potesse esservi per i Romani qualche bene più grande delle armi e del valore, e, imposto il silenzio, volgendo lo sguardo ai templi degli dèi immortali che dominano il Foro e al Campidoglio, e tendendo le mani ora al cielo, ora alla spaccatura che s’apriva nella terra, si votò agli dèi Mani; montando quindi in armi un cavallo il più possibile bardato, si lanciò nel baratro. Doni votivi e biade furono ammassati sopra di lui dalla folla degli uomini e delle donne, e il lago Curzio avrebbe preso nome non da quell’antico Curzio Mezzio soldato di Tito Tazio, ma da questo.16

Da: ROMOLO A. STACCIOLI, ROMA ENTRO LE MURA

Press’a poco al centro [del Foro], in uno spazio trapezoidale più basso del livello circostante, dove sono visibili resti del pavimento cesariano e tracce di un pavimento più antico, di tufo, è da riconoscere il sito del Lacus Curtius, ultimo relitto della palude che un tempo invadeva la valle del Foro. Il luogo, colpito da un fulmine che vi avrebbe aperto una voragine nel 445 a.C., fu fatto “consacrare” per ordine del Senato dal console Gaio Curzio mediante la costruzione di un pozzo che doveva essere collocato al centro del basso basamento poligonale di tufo ancora oggi visibile sotto una tettoia. La leggenda voleva invece che nella voragine si fosse gettato per sacrificarvisi agli dèi, secondo il responso di un oracolo, il cavaliere romano Marco Curzio oppure che in essa fosse caduto a cavallo il capo sabino Mezio Curzio durante una battaglia coi Romani: alla leggenda si riferisce il rilievo di età repubblicana, cui fu poi aggiunta sul rovescio l’iscrizione del pretore Surdino, qui scoperto nel 1553. Presso il Lacus Curtius, nel cui pozzo la gente era solita gettare monete, fu ucciso nel 69 d.C. l’imperatore Galba.17

Da: STANIS RUINAS

Siamo nell’Azienda dell’Ermada. Non piove da sessanta giorni e mentre altrove la terra sbianca e sfarina, qui è iridata di rivoletti. Distese di grano e di bietole da zucchero. Il grano ha dato quaranta quintali all’ettaro, la bietola ottocento. Non v’è bisogno di concime, ché i fiumi hanno portato e depositato per un numero d’anni infinito un humus generoso. Sull’orlo della strada che il canale dei Pantani da Basso attraversa e cui fa da sfondo l’idrovora che l’ha bonificato, biancheggia una sabbia leggera come pomice, d’origine stromboliana. E’ stata portata all’aria dal fondo del canale sotto la torba alta fino a due metri. Tre anni or sono qui dove il grano infittisce e abbrivida, e quand’è il tempo della fioritura il lino stende coltri di seta azzurra e il cotone alza cespugli di rose, qui qualche centinaio di bestie pascolavano. E i butteri e i vaccari erano armati di lazzi come i gauci delle pampas per afferrare a volo per le corna le bestie che affondavano nei subdoli pantani. In una settimana sei ne morirono affogate nel fango. Durante i lavori di disboscamento, una Fowler, fuorviando dal ponte di tavole che era stato appositamente costruito sopra la melma, affondò e nessuno poté ripescarla.18

Da: VALENTINO ORSOLINI CENCELLI

Mentre prendeva avvio la coltivazione dei campi, Littoria cresceva con i suoi edifici. Avevo fissato la data della sua inaugurazione per il 18 dicembre ma, visto la stagione, venimmo notevolmente ostacolati dalle piogge, tanto che fu dubbio se si potesse mantenere tale data che, fra l’altro, era stata diramata attraverso gli inviti. Il 17 dicembre il quadro era desolante e preoccupante, anche perché i canali di bonifica erano al massimo livello, sì che temetti che potessero straripare e la piazza di Littoria divenire un pantano vero e proprio.

I camion che trasportavano la pietra per la massicciata, affondavano e non riuscivano più a muoversi. Allora diedi ordine che tutti i trattori fossero prelevati dal loro parcheggio e messi a rimorchiare i camion. Quando, verso le dieci della sera, lasciai la piazza, la massicciata era stata eseguita per meno della metà e si stava incominciando a trasportare il pietrisco per la cilindratura.

Il 18 mattina, quando arrivai, sotto uno splendente sole che ci ripagava dalle ansie dei giorni precedenti, la piazza era completamente finita, rullata ed asfaltata, con i cigli di travertino lungo i marciapiedi posti perfettamente in ordine.19

Da: PALUDE. STORIA D’AMORE, DI SPETTRI E DI TRAPIANTI

Secondo la voce popolare, il Duce farebbe il fantasma dell’Agro Pontino. Il nume protettore. Girerebbe avanti e indietro sulla sua moto Guzzi 500. Ectoplasmatica anche quella. Quasi sempre sull’Appia, perché le vuole bene come alla città. Difatti questo tratto è come se lo avesse fatto lui, non Appio Claudio Cieco. Erano più di cinque secoli che le Paludi se l’erano mangiata e la via di Napoli correva per la Consolare, sotto la montagna. E’ la bonifica che ha ridato vita all’Appia.

Il Duce gira in moto e controlla le strade e i canali. Si dispera a vederli in quello stato. Ferma la moto e scende. E sta per delle ore dentro un fosso – in mezzo alle canne ed all’erbaccia alta – a tentare di rimuovere le tazze di gabinetto e i bidè che la gente ci butta dentro. Ma a volte le mani gli passano attraverso. Non sempre accade che riesca ad influire per davvero sul reale. Passa le ore e gli anni a pentirsi dei suoi mali. E qualche volta si svaga coi lavori più impensati: va a trebbiare sul podere dei Guerra, o davanti a quelle che avrebbero dovuto essere le Terme di Fogliano. Oppure va in piazza del Popolo. Qualche volta si mette sul balcone, e gli pare ancora di avere tutta la gente che lo adora di sotto. Ma più spesso si mette al centro, alla fontana con la palla, dove un camion affondò il giorno prima dell’inaugurazione, sabato 17 dicembre 1932.

Era già pomeriggio inoltrato. Quasi sera. La mattina dopo doveva essere tutto finito. Pioveva. Il camion era carico di pietrame. Prima s’affondò da una parte, con la ruota motrice. Poi, a forza di farle girare per tirarsi fuori, affondò pure l’altra. Più giravano le ruote più si apriva la voragine di fango limaccioso. Era già notte oramai. Hanno provato a trainarlo con altre macchine, con le locomotive. Ma niente da fare: il piccolo ma potentemente limaccioso pantano lo risucchiava. Non c’era più tempo da perdere: domani era il grande giorno. Allora hanno scavato un altro poco attorno e il camion lo hanno seppellito. E poi altro pietrame. E l’asfalto. Di notte. E la mattina la piazza era finita. Il camion sta ancora là sotto. Insieme alle pietre e al gattino dell’autista, che s’era spaventato dai rombi dei motori e dalla gente che stava intorno, e non era voluto scendere. Miagolava. Era un gattino bianco e nero. Più nero che bianco. Nero, con giusto qualche macchia bianca sul petto. Ha miagolato fin che è stato ricoperto.

Il fantasma del Duce pare si metta in piazza di notte, quando piove a dirotto. E si mette a tirare a tutta forza. Tende i muscoli delle braccia e dell’addome. Digrigna. Vuole tirare fuori il camion e il gattino. Ma tra gli scrosci d’acqua e i lampi di qualche fulmine di passaggio, non succede niente. Si sente giusto, qualche volta, un vago rombore di diesel e una specie di pianto di gattino. Non c’è nonno – di giorno – che non dia al nipotino una moneta da gettare nell’acqua della vasca.20

Provenendo i coloni per gran parte dalle Tre Venezie, come santo protettore di Littoria e dell’Agro fu scelto San Marco. Nella chiesa cattedrale a lui titolata, sotto la monumentale statua di bronzo è scritto a caratteri cubitali: “Tuam custodi civitatem“, che vuol dire custodisci, preserva e proteggi la tua città.

Fondata nel 1932 con i bei palazzi per gli impiegati al centro – appartamenti spaziosi con tanto di corridoi, bidè e vasche da bagno – Littoria costruì poi al di là della circonvallazione, extra moenia direbbe Livio, come un ghetto, il quartiere delle Case Popolari per gli operai e la bassa forza: loculi di trenta o quaranta metriquadri per famiglie numerosissime, sette od otto in una stanza, e w.c. con solo la tazza e il lavandino. Ci si lavava con le bagnarole. Gli abitanti del centro – i piazzaroli – negli anni Cinquanta e Sessanta lo chiamavano la casba. Ma era il 1934 e neanche dieci anni dopo – nel gennaio del ’44, quando i muri erano ancora freschi ed erano ancora freschi tutti i muri dell’Agro Pontino – la guerra distrusse tutto quanto. Le armate anglo-americane, la potenza di fuoco degli Stati Uniti – direttamente chiamata e provocata alla guerra dagli stessi che avevano pur fondato la città – s’abbatté su di noi e sulla nostra ùbris.

Forse non tutti sanno che dove adesso i ragazzini si rincorrono e la sera le badanti rumene in libera uscita incontrano i loro innnamorati – nella piazza di S. Maria Goretti, nei giardini davanti alla chiesa – lì sotto c’era il rifugio antiareo per il popolo della casba, per gli operai delle Case Popolari. Suonava la sirena e tutti dal terzo lotto, con i bambini in braccio, correvano – se facevano in tempo – a rifugiarsi lì. Ma anche se facevi in tempo non era detto. Non doveva essere stato costruito molto bene quel rifugio e il 26 gennaio del 1944 – sbarco di Anzio – una bomba navale riuscì a entrare vicino all’ingresso. Un’intera famiglia di nove persone – i Gennaro: padre, figli e un nipotino – perse la vita. Chiunque va al cimitero vecchio di Latina, al secondo campetto a sinistra davanti alla chiesetta, può ancora vedere la tomba in marmo grigio scolorito dal tempo – e speriamo che a nessuno venga in mente di sostituirlo con dozzinali nuove lastre – che li raccoglie. Sotto la fila delle foto con cornice ovale di Ernesto, Nereo, Mario, Marino, Irma, Romilda, Antonio, Luigi e del piccolo Gianni Roma, figlio di Marino e di Gennaro Maria, c’è scritto:

QUI DEPOSTI SONO DI ERNESTO GENNARO E DELLA FAMIGLIA / GLI SVENTURATI RESTI MORTALI / RESI ESANIMI NON DA NATURAL DECESSO / MA DA OMICIDA FUROR DEL CANNON E DELLA MITRAGLIA / 26 GENNAIO – 2 MARZO 1944 / I POCHI SUPERSITI POSERO“.

TUAM CUSTODI CIVITATEM ?

Ma San Marco, perché non m’hai lasciato

a casa mia in mezzo alla mia fame,

e m’hai portato qua, abbacinato

con promesse di terre e di bestiame?

Ho prosciugato l’acqua, fabbricato

dove prima era solo la boscaglia.

Ma è questo il prezzo che tu hai scontato?

Il sangue mio sotto la mitraglia?

Antonio Pennacchi

10 Dante, Inferno, III, 76-102.

11 A. FERRARI, Dizionario di mitologia greca e latina, Torino 1999, pp.147, 488, 505.

12 Il curatore giurerebbe di averla letta trent’anni fa in: R. BACCHELLI, Il diavolo al Pontelungo, ma non è più riuscito a ritrovarcela. Per cui l’ha riscritta più o meno a memoria. Diciamo che è un BACCHELLI-PENNACCHI. (O era Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina?)

13 Cfr.: S. RUINAS, Viaggio per le città di Mussolini, Milano 1939, pp. 147-151.

14 Cfr.: LIVIO, cit., I, 9-13.

15 Cfr.: A.PENNACCHI, Viaggio per le città del Duce, Milano 2003, pp. 175-177.

16 Cfr.: LIVIO, VII, 6

17 R.A. STACCIOLI, Roma entro le mura, Roma 1985, pp. 56-57.

18 Cfr.: RUINAS, cit., p. 175.

19 V. ORSOLINI CENCELLI in: T. STABILE, La Palude, Littoria, I Grattacieli, Fascismo e Postfascismo, Velletri 1998, pp.76-77.

20 Cfr.: A. PENNACCHI, Palude. Storia d’amore, di spettri e trapianti, Roma 1995-2000, pp. 87-88.

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