Ustica. Cossiga parla…

Il pezzo che segue è del nostro collaboratore Luigi Di Stefano, già Perito di Parte Civile Itavia nell’inchiesta sul disastro aereo di Ustica, consulente tecnico del quotidiano La Repubblica e autore del libro Il Buco. Scenario di guerra nel cielo di Ustica (Vallecchi, 2005), di cui consigliamo vivamente la lettura.

La redazione

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NUOVE INDAGINI SULLA STRAGE DI USTICA

E’ di pochi giorni fa la decisione di due PM romani di aprire un nuovo fascicolo per riprendere il filo delle indagini sul disastro aereo di Ustica, accaduto quasi trenta anni e che è stato uno degli eventi più gravi e misteriosi della storia italiana.

La riapertura delle indagini è da considerarsi quasi doverosa dopo le dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (che all’epoca del fatto era Presidente del Consiglio). Quindi un ruolo istituzionale, quello di Cossiga, di primissimo piano e di chi avrebbe dovuto avere potere e strumenti per accedere a qualsiasi segreto.

In sostanza il Presidente Emerito della Repubblica ha dichiarato, riprendendo un argomento su cui era già intervenuto in modo meno preciso, che la responsabilità dell’abbattimento dell’aereo civile con 81 persone a bordo fu di aerei francesi, arrivando a scendere in dettagli tecnici (un missile a “risonanza”) che starebbero ad indicare una precisa conoscenza dei fatti.

E’ evidente che dichiarazioni pubbliche tanto importanti, fatte da persona tanto autorevole, non potevano passare sotto silenzio. Si tratta di una strage irrisolta (purtroppo non l’unica) subita dal nostro paese negli anni bui del terrorismo interno e internazionale.

Di qui la decisione dei due PM romani di riaprire il caso, nonostante venti anni di indagini e tre anni di processo penale non abbiano ne svelato l’autore del crimine ne svelato eventuali responsabilità di coperture e depistaggi, mandando assolti i due alti gradi militari che erano imputati per aver taciuto al governo dell’epoca e successivi fatti importanti relativi alla strage.

Cossiga si è sempre dimostrato sensibile alla vicenda. Fu proprio Cossiga, ormai divenuto Presidente della Repubblica, ad accogliere le richieste dell’Associazione dei familiari delle vittime per il recupero del relitto che giaceva da anni nella Fossa del Tirreno, ad oltre tremila metri di profondità.

Nel corso degli anni si sono fatte le più varie e fantasiose ipotesi: responsabilità delle forze aeree italiane, americane, francesi, libiche;

  • si è indicata in una bomba esplosa a bordo la causa del disastro,
    si è parlato del tentativo di abbattimento del leader libico Gheddafi,
    di cedimento strutturale spontaneo di una “carretta del cielo”,

tutti “filoni di indagine” che poi non hanno portato a una risposta definitiva e che hanno alimentato sconcerto e rabbia nell’opinione pubblica.

Ma ora Cossiga rilancia con dichiarazioni precise: le forze aeree francesi, nel tentativo di abbattere il jet del colonnello Gheddafi, avrebbero causato il disastro.

Ma quante possibilità ci sono di riesumare una inchiesta tanto complessa e arrivare finalmente a sapere come andarono i fatti? A meno che Cossiga non possa dare indicazioni nuove si deve ammettere: poche.

  • Relitto e dati radar di quella notte sono stati esaminati da decine di esperti, testimonianze sono state raccolte da centinaia di persone,
    sono state fatte centinaia di analisi balistiche,
    esplosivistiche,
    frattografiche,
    medico legali…

milioni di pagine giacciono negli archivi del tribunale, dalle quali nel corso del processo si è tentato di definire ruoli e responsabilità.

Di fatto però il relitto dell’aereo è ora in un museo, smontato e rimontato fuori del controllo della magistratura e quindi non più utilizzabile come corpo di reato.

I tempi lunghissimi hanno fatto cadere in prescrizione qualsiasi responsabilità penale di militari addetti ai radar, e quindi delle uniche persone che potrebbero fornire testimonianze o dare indicazioni sull’accaduto.

E non basta certo una dichiarazione, se pur autorevole, ad indicare responsabilità penali, a tracciare scenari operativi, a estrarre nuove evidenze tecniche che possano supportare una nuova azione penale sulla vicenda.

Anche le imputazioni di “depistaggio” fatte contro i vertici dell’Aereonautica Militare furono in realtà poca cosa: si trattava di una lettera scritta il 23 dicembre ’80 dallo Stato Maggiore Aereonautica al Presidente del Consiglio (On. Forlani, democristiano) in cui si esprimeva l’opinione che il velivolo fosse rimasto vittima di un attentato dinamitardo, rimandando però le definitiche conclusioni ai risultati della commissione di inchiesta che stava lavorando.

Poteva essere questa lettera l’elemento che ci impediva di conoscere la “Verità” contro inchieste e indagini giudiziarie, ministeriali, giornalistiche?

Evidentemente, no.

Del resto svelare il rebus del DC9 dell’Itavia non potrebbe prescindere dall’analisi tecnica. Quali che siano le “testimonianze” se ne dovrebbe trovare riscontro su relitto e dati radar, altrimenti chiunque, in tutta buona fede, potrebbe accusare questo o quello, indicare questa o quell’altra causa. Per essere puntualmente smentito da nuove “rivelazioni” di un altro soggetto convinto che non sia colpa dei francesi bensì degli americani, non è stato un missile ma una bomba.

Siamo andati avanti così per anni e anni, non è una novità, fino a sconcertare l’opinione pubblica che ha visto lo Stato dibattersi nell’impotenza di indagine e processuale.

E’ utile andare avanti? In che termini si può andare avanti?

Un reato di strage non cade mai in prescrizione, e quindi è dovere fondamentale dello Stato perseguire i colpevoli ogni volta che se ne adonti la possibilità. Ma la riapertura delle indagini non potrà prescindere dalle indagini pregresse, è negli archivi che i PM romani dovranno andare a cercare i riscontri delle dichiarazioni di Cossiga, perchè non sarà possibile eseguire nuove analisi, sentire nuovamente il personale militare, sarà difficile ascoltare personalità politiche e istituzionali che comunque non potranno che confermare quanto detto in precedenti testimonianze rese alla magistratura.

Quindi il compito che si assumono i PM romani è assai arduo. Ma onorevole, perchè comunque testimonia la volontà dello Stato di rendere giustizia ai suoi cittadini.

Luigi Di Stefano

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