Sport: tra doping e violenza

Le notizie recenti sono queste:

Roma, 3 luglio Mark Iuliano, tesserato per il Ravenna e già calciatore della Juventus, è stato sospeso in via cautelare da ogni attività sportiva dalla Corte di Giustizia Federale, su richiesta dell’Ufficio di Procura del Coni, per essere risultato positivo a metaboliti della cocaina

Catania, 8 luglio – Antonino Speziale, il giovane accusato di aver ucciso il 2 febbraio del 2007 l’ispettore di polizia Filippo Raciti, durante gli scontri del derby Catania-Palermo, sarà processato per concorso in omicidio. Lo ha deciso il Gup del tribunale per i minorenni etneo Francesco Monaco, accogliendo la richiesta del Pm Angelo Busacca. L’imputato sarà giudicato dal tribunale per i minorenni perché all’epoca dei fatti non era ancora maggiorenne. La prima udienza del processo si terrà il prossimo 30 settembre.

Da qui, la proposta dello studio di Costantino Corsini, specialista in medicina dello sport e laureando un scienze della formazione.

La redazione

SPORT: DOPING E VIOLENZA
UN DIVERSO PUNTO DI VISTA

Introduzione

Dei problemi che in generale affliggono lo sport, due hanno assunto particolare evidenza e sono oggetto di dibattito e studio. Questi sono rappresentati dal fenomeno “doping” e dalla violenza che accompagna alcune attività sportive.

Il doping viene giustamente definito “fenomeno” perché rappresenta una evidenza tangibile di una situazione e di un alterato concetto di approccio allo sport che insiste in una larga parte di praticanti attività sportive.

Non ci si riferisce tanto al doping oggetto delle cronache sportive e giudiziarie, alla alterazione delle competizioni di alto livello, alla volontà di procurare ad ogni costo il massimo rendimento ma con un obiettivo ben preciso di natura quasi essenzialmente economica. In questo caso il doping, sia pure nella sua aberrazione, trova una motivazione ben definita e plausibile in quanto il ricorso a sostanze che possono, anche di poco, favorire un “qualche cosa di più” produce dei tangibili effetti di natura economica o di evidenza sociale. Di conseguenza in questo caso non si devono prendere in considerazione motivazioni sociali, psicologiche, relazionali che fanno parte della sfera dell’intimo, ma solo fattori di natura materiale ed utilitaristica. La correttezza del risultato ed il rispetto delle regole, oltre che la tutela della salute dell’atleta, sono l’obiettivo principale della lotta al doping.

In questo breve lavoro intendiamo occuparci del doping utilizzato e praticato da migliaia di sportivi dilettanti ed amatoriali che non trovano nella possibile vittoria tangibili soddisfazioni economiche ma che sono spinti all’utilizzo di sostanze farmacologicamente attive da ragioni inconsce e da motivazioni che trovano corrispondenza nella sfera della psiche.

Nel caso degli sportivi di élite che vivono come professione la prestazione sportiva giustamente viene fatto riferimento al concetto di “lista”, ossia ad un elenco di sostanze di cui si possiede l’evidenza clinica di efficacia. Nel secondo caso riteniamo sia più corretto il concetto espresso da Christophe Brissonneau “l’intention fait le dopage“.

Non importa l’efficacia o meno delle sostanze impiegate, ciò che importa è l’immagine che lo sportivo ha di esse. Il vedere in questo uno strumento per conseguire una affermazione non consentita dai propri limiti.

La vera “anormalità” non consiste quindi nell’utilizzo delle sostanze ma dall’errata interpretazione che si ha dello sport, di una distorsione dell’immagine dello stesso, dal voler trasferire nel reale ciò che dovrebbe corrispondere ad un momento ideale.

L’altro problema che affligge lo sport è la violenza negli stadi ed attorno ad essi. Un fenomeno che non viene prodotto dallo sportivo praticante ma da quelli che partecipano a quel rito collettivo che è la competizione agonistica sotto forma di spettatori.

Sarebbe errato ed ingiusto identificare il gioco calcio come causa di tale evento. In realtà il calcio ne rappresenta l’occasione, sia per la contrapposizione di fazioni opposte in campo che per la spersonalizzazione dello spettatore che si trova inserito in un contesto di massa.

Apparentemente questi fenomeni non sembrerebbero avere un punto in comune. Ciò è corretto solo se ci si limitasse ad una analisi superficiale, fenomenologica, essenzialmente alla ricerca di una causalità razionale, di un rapporto aristotelico tra causa ed effetto. Ovvero se ci si limitasse ad una analisi sociologica dei soggetti coinvolti senza cercare di identificare le più intime relazioni con l’aspetto immaginale della psiche.

Cercheremo pertanto di esaminare le correlazioni tra doping e violenza alla luce non tanto dell’epifenomeno tangibile quanto dell’immagine all’origine di tali comportamenti.

Vedere nello sport un’affermazione personale

Siamo immersi in una società razionale e razionalista. Ogni cosa deve trovare una collocazione utilitaristica, pragmatica. Ci viene insegnato a “fare qualche cosa” per ottenere “qualche altra cosa“. Si studia e ci si laurea per ottenere un lavoro migliore, più retribuito, non per migliorare le nostre conoscenze. Andiamo in palestra per scolpire un fisico che possa apparire apprezzato dagli altri e non per conoscere i propri limiti fino alla fatica. Persino sentimenti facenti parte di una antica tradizione culturale hanno cambiato la loro dinamica. La pubblicità ci insegna che pudore non è più il timore di mostrare parti del nostro corpo, etimologicamente collegato a pudenda, ma quello di far vedere la cellulite.

Questo razionalismo nella realtà fa violenza a quella che è l’essenza dell’animo umano. Un celebre motto di Jung è “invitati o no, gli dei saranno presenti“. Ed appunto gli dei ed anche le malattie che essi rappresentano sono continuamente presenti nel nostro mondo. Soltanto che non sappiamo riconoscerli, oppure se li vediamo li rinchiudiamo nel nome di un onnipresente razionalismo in un sacco nero che potrebbe essere il subconscio con il rimosso di Freud ma, soprattuto, l’inconscio di Jung o l’ombra di Bly.

Li rinchiudiamo in cantina, non li affrontiamo. Siccome non siamo capaci di leggere il mito e ciò che rappresenta ne neghiamo l’evidenza o cerchiamo di dimenticarli come le cose vecchie ed inutili. Crediamo che sia sufficiente negare l’esistenza del male per sconfiggerlo. Ma come scritto da Baudelaire la maggior astuzia del diavolo è stato quello di convincerci che non esistesse. Non si tratta del demònio biblico, dell’angelo decaduto, figure indipendente che si contrappone in un dualismo manicheo al bene superiore. Si tratta del dèmone di Dostoevskij che alberga in ognuno. Del daimones greco descritto dal Cratilo di Platone nei dialoghi di Socrate con Ermogene, di quello che la mitologia dice scelto dall’anima dell’uomo prima della sua incarnazione. Corrisponde al destina, alla Moira. Il negarne l’esistenza non comporta la scomparsa dello stesso ma la mancata comprensione. Comprensione intesa non tanto nel termine intellettiva, razionale ma nel com-prendere, riconoscere fare proprio, saper individuare.

L’uomo è nato con una competizione” filogeneticamente innata, possono essere le pulsioni e l’istinto di trasmissione del proprio DNA di natura darwiniana, può essere una esigenza dell’anima mossa dalla “volontà di potenza” ma comunque sia ci si trova di fronte ad un desiderio di autoaffermazione. Questa volontà di auto-affermazione viene quotidianamente frustrata: insoddisfazioni familiari, mobbing sul lavoro, una bocciatura all’esame, fratture tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere.

Tanto più se i modelli esistenziali sono modelli materialistici, edonistici, consumistici. Non viene lasciato spazio alla fantasia, alla costruzione di un proprio mondo immaginale. Solo ciò che si può possedere concretamente nell’evidenza ha valore, tutto il resto non esiste.

Il tremendo bisogno storico della nostra insoddisfatta cultura moderna… lo struggente desiderio di conoscenza.. che cosa indica tutto questo, se non la perdita del mito, la perdita della patria mitica? (Nietzsche).”

Questo conflitto del mondo infero continua a bruciare proprio come una brace sotto la cenere, che può essere portata in superficie anche da un debole soffio di vento ed dar vita ad un incendio.

A questo malessere quali rimedi propone la società attuale? Innanzi tutto negarne l’esistenza intrinseca, archetipica. Se esiste un comportamento violento, di sopraffazione, di affermazione è perché abbiamo avuto una infanzia infelice, perché la mamma non ci sorrideva mentre ci imboccava con il biberon. Oppure a causa di una società che ci sfrutta e ci opprime. Un concetto molto roussoniano della società che non spiega perché alcuni ed altri no.

Lo stesso Hillman nel suo libro intervista “l’anima del mondo” mette in guardia dalla idea di un incondizionato ritorno alla natura. Cita “cuore di tenebra” di Conrad in cui l’abbandono della civiltà, delle tradizioni, della gerarchia non ha prodotto il buon selvaggio ma ma creato Kurtz.

Un’altra via risiede nella fuga. Si riconosce l’aspetto daimonico dell’animo umano ma si cerca di sopprimerlo come se fosse demoniaco, un fratello minore deforme da nascondere.

Si cerca rifugio nella trascendenza, nella dottrina del distacco che viene rappresentata non solo dalla dottrina orientale buddista e zen ma anche da una via occidentale praticata da mistici cristiani come mastro Eckart.

La soluzione rincorsa è un vuoto interiore, un distacco dalle proprie pulsioni e dalle proprie fantasie, non il viverle ma il lasciarle scorrere senza darvi attenzione. Si tratta quai di una “disumanizzazione”, di un sacrificio rituale di ciò che può portare sofferenza. Edipo che gli strappa gli occhi per non dover vedere. Nella pratica l’essenza del distacco è la ricerca di una condizione di “non sofferenza”. Non una tecnica attiva, creativa ma una tecnica di “sopravvivenza”.

Forse questa pratica potrebbe dare qualche risultato in una remota valle del Tibet od in un monastero Zen. Ma quanto si dimostrerebbe difficile applicare il distacco vivendo in questa società che crea continuamente nuovi modelli materialistici e nuove esigenze.

Allora ecco che la nostra psiche, la nostra anima continua a produrre immagini di competizione. La fusione del mito, degli dei con l’uomo ha generato l’eroe. E di eroi vive ancora la nostra epoca. Solo che non si chiamano più Ercole, Teseo, Giasone ma hanno il nome ed il volto di un calciatore. Anzi l’eroe dello sport deve abbandonare il proprio nome anagrafico ed assumere un nome rituale quasi che “in nomina omina” e coì nascono i Ringhio, gli aeroplanini, i puponi, i pirati. Perché l’eroe deve essere unico ed idealizzato, non può chiamarsi Gennaro, Giuseppe, Luigi come il postino od il salumiere.

Se questi sono gli eroi e quello il loro campo di battaglia anche l’uomo comune cerca di vivere un campo di battaglia simile. Ma non è sufficiente la dimensione fantastica per soddisfare il proprio Es o il proprio dèmone. Anzi la fantasia, come nella storia infinita di Ende è quasi scomparsa del tutto ed il nulla avanza e divora tutto. “Il deserto cresce, guai a chi cela in se deserti”. Si realizza quindi una frattura, il desiderio, le fantasie non appagate divengono paranoie. Assistiamo alla letteralizzazione delle immagini. Il mondo infero si confonde con il mondo reale e ciò che insiste nel mondo infero viene ritenuto reale. Quindi anche in una competizione priva di reale significato di deve vincere. Si deve vincere a tutti i costi perché lo reclama la nostra anima, perché lo reclama il mondo delle immagini. Ma siccome per vincere nel mondo reale si deve fare i conti anche con le leggi della fisica e della fisiologia allora l’eroe non utilizza più soltanto la propria forza e la propria astuzia ma tutte le risorse che il mondo reale può dargli. Trova appagante questo comportamento? La risposta è no. Perché solo uno può vincere ed anche se vince vi è sempre qualche cosa in più da conquistare. Intanto l’anima reclama il proprio bisogno che non è una medaglia di latta ed una bottiglia di vino.

Il doping del dilettante, dell’amatore è quindi solo l’espressione di una immagine mal percepita del successo e dell’affermazione, di una fantasia che vuole trovare corrispondenza con la realtà ma ne è fatalmente esclusa. Nasce da una volontà di affermazione e di successo non primitiva, archetipica, ma indotta dalle frustrazioni della vita reale e che in essa cerca soddisfazione. Nasce dalla confusione delle immagini tra la nostra mente e quella scatola chiamata televisione.

Anche Marte va alla partita

All’inizio di questo lavoro avevamo citato il celebre motto di Jung “invitati o no, gli dei saranno presenti”. Questa citazione compare anche nella presentazione di un piccolo ma significativo testo di Hillman “città, sport e violenza” che riprende una conferenza tenuta dallo stesso a Firenze nel ’90.

Allora non vi erano ancora le leggi speciali contro la violenza negli stadi, non esistevano ancora i tornelli agli ingressi od i biglietti nominali. Sicuramente il problema della violenza delle tifoserie era meno sentito ma certamente non mancavano episodi anche più gravi di quello di Catania. Uno fra tanti basti citare il 39 morti dello stadio Haisel.

Da allora ad adesso il problema è stato affrontato esenzialente come problema di ordine pubblico e quindi i rimedi proposti sono stati quelli tipici dell’ordine pubblico.

L’ultras, equivalente italico dell’huligan, è stato studiato come soggetto agente, da riconoscere, da sottoporre a misure restrittive. Poco si è scritto o studiato su quali che siano le cause che fan si che un tranquillo studente, un idraulico, un apprendista meccanico si trasformino in vandali devastatori animati da cieca violenza.

Eppure proprio Hillman in “città, sport e violenza” mostra il ritratto tristemente veritiero del tifoso ultras:

«Guarda, io mi ammazzo di fatica tutta la settimana. Non sono nessuno. Se tutto va bene fra dieci anni sarò capo magazziniere, cioè nessuno. Invece allo stadio, con i miei amici, per un giorno sono qualcuno. Capisci?».

Si tratta di un essere umano che ha già perso a vent’anni la propria visione eroica della vita. Il protagonista della canzone di Pino Caruso cantava:

«avrei potuto avere la pensione, la cinquecento, la moglie grassa, il doppio mento, ma ho deciso di andare per il mondo ed ora sono qui a crepare nel basso Congo». Il mercenario di Lucera ha inseguito il proprio demone, la propria Moira, l’ultras ha dichiarato sconfitta ed ha ucciso a vent’anni l’anima.

Ha perso il mondo immaginifico e lo surroga un pomeriggio alla settimana.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Y2QoGYb8iSo
(Riki Tognazzi, Ultras, 1990)

Il senso di appartenenza è probabilmente un archetipo che sopravvive nel profondo. Nei territori degradati delle downtowns, delle suburbs, nelle banlieu, nelle favelas, dove regna una subcultura i giovani si riuniscono in bande, non solo per un bisogno di protezione reciproca, ma anche e soprattuto per il desiderio e l’esigenza di fare gruppo, di identificarsi. Così nascono i gesti rituali, le divise, le uniformi ed i comportamenti uniformi imitativi. L’ultras cerca un’appartenenza. Intervistati pongono in cima alla scala dei valori l’amicizia e la solidarietà del gruppo. Solidarietà che va oltre ogni altro valore: l’autorità costituita, la giustizia. Denunciare un proprio compagno equivale a ricevere la stigma dell’infame. Sono dei ragazzi della via Pal, solo un po più cresciuti, un po più violenti un po più senza futuro.

Quando si è costituito il gruppo, o la banda a seconda dei punti di vista, il super IO scompare, diviene inefficace e vengono allo scoperto gli dei e le loro malattie che “anche se non invitati, sono comunque presenti”.

Marte in testa, ma anche Venere e Dioniso e tutto il pantheon tenuto nascosto durante la settimana in cui si timbra il cartellino.

Che Marte sia all’origine delle competizioni sportive è cosa indubbia. Quanti campi sportivi si chiamano ancora “Campo Marte” e non solo perché appartenenti al demanio militare? In molte popolazioni antiche le competizioni sportive erano una ritualizzazione della competizione militare.

Gli Orazi ed i Curiazi non sono stati precursori degli scontri sportivi tra città? Il Palio di Siena è solo uno corsa di cavalli o presuppone una competizione tra le identità rappresentate dalle diverse contrade? Il calcio fiorentino non si disputava su quello che veniva definito “campo di battaglia”? E la definizione “campo di battaglia” non viene ancora oggi utilizzata per definire il terreno della competizione sportiva?

Tutte queste ritualizzazione avevano compreso lo spirito marziale e sublimavano la violenza rappresentata nel suo massimo dalla guerra.

Nel libro di Massimo Fini “Elogio della guerra” viene riportato l’episodio di un diplomatico africano che narrava:”noi per anni la guerra l’abbiamo fatta tutti i giorni, poi ci è scappato il morto ed allora abbiamo smesso”. Le danze tribali, le maschere minacciose, le lance levate al cielo, non sono il preludio ad una guerra sanguinaria ma il modo di evitarla. Rappresentano la ritualizzazione della violenza, trasferire la stessa dalla dimensione reale a quella immaginifica. Un esempio mirabile e visivo di ciò è dato nel film “Hero” del regista cinese Zhang Yimou in cui si assiste ad un duello unicamente immaginifico nella mente dei due contendenti.

Anche nello sport assistiamo a qualche cosa di simile: gli All Blacks neozelandesi eseguono prima della partita l’Haka, danza maori di guerra ma in campo si comportano si con forza ma con minor violenza e maggior correttezza rispetto a calci da dietro, gomitate, testate e sputi all’insegna del fair play calcistico.

Lo spirito marziale sopravvive quotidianamente nella nostra società. Ma non viene riconosciuto. Anzi siamo inflazionati da menti pensanti che censurano videogiochi, spiegano che non bisogna far giocare i bambini con le cerbottane e le pistole di plastica, che i giochi di ruolo sono pericolosi, meglio il lego o Barbi e Ken. Ma quella violenza esorcizzata dal razionalismo utopico rimane comunque presente tutti i giorni, nella televisione, nel cinema, nella letteratura, nella pubblicità. Fa poca audience una notizia positiva, fa più ascolto un morto ammazzato che però non va mostrato perché la morte c’è ma non si deve vedere. Perché la summa della violenza e dell’angoscia è la morte ed anch’essa deve essere esorcizzata non mostrandola. Nasconderla ripaga. Il governo spagnolo di Aznar è stato battuto anche perché aveva mostrato i cadaveri dei morti dell’attentato alla stazione di Antocha. Non è scesa la popolarità di Blair perché nessun inglese ha visto in televisione le vittime dell’attentato alla metropolitana di Londra. Si è artefatto il mondo reale. Ma il dio Marte continua ad essere presente tutti i giorni, anche nello sport. Chi assiste ad un incontro di pugilato non lo fa solo per vedere una bella “tecnica” ma anche per assistere a due che se la suonano di santa ragione. Infatti gli incontri più memorabili della storia sono quelli che hanno presentato molti KO.

I romani, che di mito, di dei e di civitas, avevano un concetto meno offuscato da secoli di razionalismo sapevano che il popolo chiedeva due cose: “panem et circenses”. Quando il malumore serpeggiava in Roma ecco che si organizzavano settimane di giochi sanguinari in cui avveniva si la celebrazione della gloria di Roma ma anche la soddisfazione dell’istinto marziale.

Oggi quindi gli spettatori vanno ad assistere ad una competizione sportiva a cui si cerca di dare, con scarso risultato, le caratteristiche della festa del patrono, con relativa sfilata di majorette. Ma Marte siede a fianco e reclama il bisogno di emozioni forti. La voglia di sentire l’adrenalina che si rilascia nelle arterie. Non per niente ci si diverte sull’otto volante, per rilasciare adrenalina non certo per farsi venire il mal di mare. Non solo l’adrenalina entra in gioco, anche il testosterone sale, e con esso l’aggressività.

Ma l’istanza di eroismo marziale non trova l’alveo corretto in cui scorrere.

Le cause sono citate ancora da Hillman: carenza di disciplina, disciplina della bellezza, disciplina dell’interconnessione, disciplina gerarchica.

Marte si accompagna sempre a Venere che non ne rappresenta l’opposto ma la complementarietà. La bellezza non è costituita solo da un parametro fisico ma viene rappresentata da una eticità, dalla volontà del rispetto della natura, dall’amore verso la stessa. Anche l’avversario era una persona da “amare” perché non si presentava come nemico ma come lo strumento per il raggiungimento della soddisfazione personale. Nelle arti marziali classiche, occidentali ed orientali, l’avversario merita rispetto sia nella vittoria che nella sconfitta. Alla fine anche l’ira di Achille trova pace di fronte alla piètas del padre di Ettore e ne consente l’onore delle spoglie. La bellezza, anche come canone estetico, si accompagna al comportamento marziale. Le danze di guerra, gli ornamenti delle armature, i decori delle armi, ma anche l’ordine e lo splendore delle parate concorrono al matrimonio alchemico tra Marte e Venere.

Nel degrado da comportamento marziale a teppismo, gioca un ruolo cardine anche la mancata coscienza di appartenenza e di interconnessione con la civitàs, la polis e la mancanza del senso gerarchico. Come precedentemente accennato ci si trova di fronte ad una esigenza, se non archetipica, almeno filogenetica rappresentata dal senso di appartenenza. L’essere umano ha necessità di identificarsi con altri, di condividere una cultura che ne rappresenti l’identità, avere un comune sentire. L’individualismo ed il materialismo hanno comportato un vuoto che è stato colmato da impropri surrogati che mancano di idealità, immagine, continuità.

Una società pervasa dall’anomia il surrogato è rappresentato da una guerra tra bande animate da una subcultura.

Anche la mancanza di gerarchia produce la trasformazione della cultura marziale in teppismo. Lo sport che primo fra tutti vede il rispetto delle regole, una gerarchia ben definita viene dimenticato sotto questo aspetto per far posto ad una gerarchia nata sul campo. La ciivitas, la polis regrediscono a tribù.

In questo paradossalmente possiamo vedere il riaffermarsi dello spirito individualista che aveva contribuito alla nascita del problema.

Non esiste una gerarchia riconosciuta, un comune sentire, un voler agire “per qualche cosa” ma si agisce contro un “nemico” comune, ciò che lega non è una comune cultura di appartenenza ma una ribellione verso ciò che si percepisce come autorità e quindi come causa delle proprie insoddisfazioni che sconfinano nelle paranoie.

Non sanno leggere cosa sia il mito, cosa Marte chieda, richieda e significhi. Trasferiscono su un soggetto pubblico o privato il malessere dell’inconscio.

Riprova di questo è che negli ultimi anni il teppismo e la violenza non si sono più indirizzate verso la tifoseria opposta se non in casi eccezionali. Al contrario l’oggetto avverso è rappresentato dalle forze dell’ordine, simbolo dello stato e quindi del responsabile “ideale” di ciò che di peggio ci accade.

Anche il rapporto tra tifoseria e presidente della società sportiva è, salvo rari casi, fortemente conflittuale. Frequentemente il presidente è un nemico da combattere. Anche in questo caso possiamo vedere quanto sia aleatoria l’identificazione con la società ed elevato il quoziente di individualismo.

La società greco romana al contrario difendeva ad oltranza l’immagine del re perché oggetto di rappresentazione ideale del popolo. La frattura nasceva quando l’essere materiale, l’incarnazione dell’autorità non era in grado di assumere appieno il ruolo immaginifico della guida della polis. Dai fattori prima elencati emerge dunque una necessità. Citiamo ancora Hillman, cerchiamo di comprendere cosa queste immagini significhino. Non prendiamole alla lettera. Non consideriamole solo come epifenomeni da trattare alla stregua di una causalità etiologica lineare mediante una compensazione alloterapeutica della loro fenomenologia. Consideriamoli sintomi e cerchiamo comprendere cosa cerchino di dirci. Non dobbiamo avere timore dell’esistenza di un lato oscuro, di un’ombra. Perché l’unico modo di non avere un’ombra è un’assenza di luce. L’inconscio umano, ma anche l’inconscio collettivo posseggono un lato oscuro. L’ombra rappresenta uno dei primi archetipi che si incontrano nel processo di individuazione. Non è un elemento aprioristicamente negativo. Lo diviene se non viene riconosciuto. L’ultimo autore che descrisse un viaggio dell’anima nella discesa agli inferi fu Dante Alighieri. Dopo di lui si sono avute discese ad inferi sociali, della degradazione, della tossicodipendenza ma mai dell’anima e, soprattuto, non si è più tornati a “riveder le stelle”.

Esiste un parallelo tra la lotta al doping e le teorie psicologiche

La lotta al doping prevede essenzialmente due momenti, uno continuativo ed organizzato ed uno sporadico, occasionale, non organizzato.

Abbiamo regolamenti sportivi, nazionali ed internazionali e leggi penali dello stato che ne sanciscono l’illegittimità. La pena prevista è rappresentata da squalifiche, radiazioni ed anche da reclusione. Questa è il tipico comportamento della psicoterapia comportamentista.

Si ritiene che l’unica ( o la prevalente) azione possibile sia la modifica dei comportamenti che avviene attraverso un condizionamento. Può essere un condizionamento operante che si basa su rinforzi positivi o negativi. Nel caso della legislazione il rinforzo è negativo. Privazione della libertà, limitata alla possibilità di gareggiare o estesa alla persona fisica (reclusione). La limitazione è posta dal fatto che comportamenti e stimoli che inducono all’uso del doping possono essere superiori ai comportamenti ed agli stimoli che dovrebbero limitarlo. Le esigenze di affermazione, di guadagno, di visibilità condizionano di più della paura di essere scoperti. La conseguenza è che l’intervento viene condiviso tra la necessità di ridurre gli stimoli inducenti ( cosa che raramente avviene) ed il rinforzo allo stimolo evitante rappresentato da maggiori controlli, maggiori sanzioni, maggiori condanne.

Il condizionamento può avvenire anche attraverso rinforzi positivi: l’atleta “pulito” si sente più gratificato agli occhi del pubblico, sa che tale stima potrebbe cadere se trovato dopato. Anche in questo caso ci si deve chiedere se è più forte l’immagine pubblica del vincitore o quella dell’atleta corretto. Per avere una risposta basterebbe valutare con quanta indulgenza e comprensione siano stati trattati gli “eroi” domenicali trovati positivi.

Un altro tipo di approccio psicologico e psicoterapeutico è rappresentato dal cognitivismo. Il paradigma dello stesso sono le innumerevoli campagne di informazione, di prevenzione che vengono realizzate per combattere gli errati stili di vita, sedentarietà, alcolismo, tabagismo, dipendenza da droghe e da farmaci, doping.

Nella convinzione che la persona sia un essere razionale dotato di libero arbitrio, che la stessa abbia intrapreso comportamenti sulla base di pensieri irrazionali si agisce fornendo una serie di informazioni che dovrebbero correggerne la “irrazzionalità2 del comportamento. Sui pacchetti di sigarette si scrive che “nuoce gravemente alla salute”. Sulle confezioni di medicinali si appone il simbolino doping.

Ma questo comportamento per essere modificato prevede che la persona sia cosciente, consapevole e libera di agire.

Forse che è libero di agire un tabagista dipendente dalla nicotina? O un alcolista dipendente da alcool? Ma anche dove non venissero chiamati in causa i recettori cannabinoidi non esiste forse anche una dipendenza della psiche verso quella che è un’immagine di sé secondo modelli che ci sono imposti.

Due studi realizzati, uno dall’ASL di Brescia ed uno dall’ASL di Bergamo hanno messo in evidenza il problema.

Nel primo si rilevava che una percentuale compresa tra il 10 ed il 12 % di giovani compresi tra i 12 ed i 15 anni sarebbe stata disposta a sacrificare la propria salute per il successo sportivo (per giocare in una importante squadra saresti disposto a nascondere eventuali malattie?).

Nel secondo, realizzato tra praticanti atletica in provincia di Bergamo si è suddiviso la coorte un due gruppi. Uno era rappresentato da sportivi che avevano a cuore la propria salute, non bevevano, mangiavano correttamente, non fumavano, praticavano solo sesso protetto. L’altro gruppo conteneva quelli che vivevano più “allegramente”. In questo secondo gruppo la percentuale di utilizzo di sostanze dopanti era dodici volte superiore al primo.

Soggetti che traducono in realtà una tale immagine difficilmente potrebbero prendere in considerazione un messaggio “salutista”.

Ciò che chiamiamo il nostro Io, si comporta nella vita in modo essenzialmente passivo e noi, veniamo vissuti da forze ignote ed incontrollabili… L’uomo è vissuto dall’Es. (G.Groddeck ” il libro dell’Es)”

Se quindi l’Io, quella che dovrebbe essere la razionalità, la consapevolezza viene nell’agire tiranneggiato da questo Es dispotico come potrebbe considerarsi esaustivo un intervento che gli psicoterapeuti chiamerebbero cognitivo e gli igienisti di educazione sanitaria?

Un aspetto che sicuramente è stato regolarmente e sistematicamente dimenticato è quello della psicologia del profondo. Quali sono le motivazioni che portano uno sportivo a doparsi. Abbiamo visto che sono differenti tra sportivo professionista e sportivo amatoriale. La repressione, la punizione ha una sua ragione nel professionista. Serve per tutelare la liceità del risultato. Ed è la ricerca del risultato la motivazione originale. Ma se siamo di fronte ad uno sportivo che non avrebbe nessun vantaggio materiale dalla vittoria ma che agisce come prigioniero delle pulsioni e delle immagini non risulterebbe più efficace andare ad interpretare queste pulsioni e queste immagini.

Nasce ora una considerazione. Il doping è un fenomeno di massa che interessa circa mezzo milione di soggetti in Italia. Un intervento cognitivo o comportamentale trova possibilità anche in campagne collettive a larga diffusione. Possiamo mettere in psicoterapia mezzo milione di italiani? Forse singolarmente non ma in fondo le varie realtà sono dei gruppi che agiscono con immagini complessi, traumi comuni. Inoltre assistiamo quotidianamente ad interventi che tendono a modificare i nostri comportamenti agendo sul sommerso, sull’inconscio, sul simbolo ed il suo significato. Si chiamano pubblicità ed in questo caso gli dei vengono scomodati, principalmente Venere, per acquistare una vettura od un aperitivo. Analizzando immagini e simboli dell’inconscio collettivo potrebbe essere possibile modificarne la risposta.

Conclusioni

In questo breve e forzatamente incompleto lavoro abbiamo affrontato alcune problematiche che lo sport produce sulla società ma soprattutto sulla persona. Non che non esistano trattazioni e lavori sul doping e sulla violenza sportiva ma il contenuto che essi esprimono si limitano ad aspetti medici, tossicologici, sociologici, giuridici o di ordine pubblico. Abbiamo cercato di mettere in relazione queste problematiche con l’alterazione dell’immagine che lo sport ci fornisce, principalmente in termini di affermazione individuale, di comportamento eroico e dell’influenza del mito marziale nella cultura.

L’immagine fornita dal dio della guerra riporta allo spirito di identità ed alla competizione. In entrambi i casi l’universo immaginifico ed infero viene confuso con il mondo reale ed induce questi comportamenti anormali che possono condurre alla paranoia.

La terapia non consiste nel negare l’esistenza di queste fantasie, sarebbe come voler aggiustare un muro ammuffito con una semplice mano di pittura. Prima o poi la muffa ritornerebbe in superficie.

La soluzione proposta è una ritualizzazione anche della forza e della volontà di potenza, una progressiva individuazione che ci porti a saper distinguere tra il mondo dell’inconscio e delle ombre, senza negarlo, ed il mondo reale.

Costantino Corsini

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