Le colonie di Sion

Proviamo a immaginare che l’Italia rioccupi la Libia, requisisca una gran quantità di terre di quella nazione a scapito dei legittimi occupanti e costituisca sulle stesse degli insediamenti di propri cittadini sotto il nome di «colonie».

Penso che nei confronti dell’Italia non ci sarebbe solo una condanna formale da parte dell’O.N.U., ma verosimilmente il nostro paese verrebbe sottoposto a sanzioni, non fittizie ma reali, e non sarebbe affatto remota l’ipotesi di un interveto militare per indurlo ad abbandonare i detti insediamenti e a sgomberare i territori occupati; e questo varrebbe non solo per l’Italia ma per qualsiasi altro paese che tentasse una simile azione.

Eccetto uno.

Infatti lo stato di Israele non solo continua ad occupare i territori conquistati con la proditoria guerra del 1967, ma anche si fa letteralmente beffe di tutte le (blande) risoluzioni dell’O.N.U. che gli impongono di ripristinare lo «status quo ante» e continua invece ad espandere le sue colonie in Cisgiordania contro tutte le regole del diritto internazionale.

(In bianco le terre israeliane, in verde quelle palestinesi, nel 1946, nel piano si spartizione previsto dall’ONU, tra il 1949 e il 1967, e nel 2000)

Il colonialismo come fenomeno storico-culturale gode di una pessima nomea presso l’attuale opinione pubblica, a mio avviso per fondati motivi (anche se forse sarebbe il caso di fare qualche piccolo distinguo), e la parola ad esso correlata, «colonie», assume presso quasi tutti gli orecchi un suono stridulo e assai sgradevole, a meno che non sia riferita alle colonie dello stato d’Israele; allora quel suono attenua molto il suo stridore alle orecchie dei benpensanti, assume una connotazione molto più sfumata, non dico che diventi gradevole, ma ci manca poco.

E come se le colonie dello stato d’Israele non avessero la stessa valenza invasiva e distruttiva che ha avuto nei paesi del Terzo Mondo la colonizzazione otto-novecentesca (italiana compresa), ma fossero invece dei bucolici insediamenti privi di qualunque impatto negativo sulle popolazioni autoctone e che si integrano alla perfezione con il paesaggio!

La realtà è invece ben diversa, dal momento che le colonie installate in Cisgiordania sono uno strumento fondamentale nella politica di etnocidio che lo stato di Israele sta attuando nei confronti dei palestinesi.

A questo punto ci si chiede da cosa l’opinione pubblica (oltre ai governi e alle istituzioni) sia stata indotta ad assumere questo benevolo atteggiamento nei confronti dell’opera di colonizzazione israeliana; ovviamente dai mezzi di comunicazione di massa (giornali e televisioni in primis, perché finora internet è molto più libero).

Viene quindi da chiedersi come mai i mezzi di comunicazione di massa propagandino una visione così distorta della realtà: la risposta è che in realtà c’è una lobby molto potente che sta dietro a tutto ciò, e oltre a fare apertamente pressioni su uomini politici e istituzioni, le fa anche in maniera più o meno surrettizia sui mezzi di informazione.

Solo che questa lobby, a differenza delle altre (lobby omosessuali, cattoliche, dei produttori di petrolio, del nucleare, delle energie alternative ecc. ecc.), non si può nominare, se no scatta immediatamente l’accusa di antisemitismo: accusa che personalmente non mi tange affatto, quindi dirò senza mezzi termini che stiamo parlando della lobby ebraica, anzi più corretto sarebbe parlare di «lobby ebraiche», al plurale, dal momento che si tratta di vari gruppi di pressione che hanno come minimo comun denominatore l’essere composte da ebrei e il sostenere lo stato d’Israele, pur avendo magari posizioni politiche variegate ed essendo anche rivali tra loro; queste lobby ovviamente si valgono, per ottenere i loro scopi, dell’ausilio di altre lobby economiche e finanziarie non-ebraiche con le quali esse hanno più di un addentellato e con le quali parzialmente i loro obbiettivi coincidono.

Aggiungo infine che intenzionalmente ho parlato di lobby «ebraiche» e non di lobby «sioniste» o «filo-sioniste», dal momento che dopo la Seconda Guerra Mondiale e quell’immane tragedia che è stata l’Olocausto si è assistito a una pressoché totale identificazione degli ebrei con il sionismo, tant’è vero che oggi sono pochissimi e del tutto ininfluenti gli ebrei anti-sionisti.

E qui arriviamo al punto dolente, perché è proprio grazie ai profondi sensi di colpa, consci e inconsci, che gli occidentali in generale e gli europei in particolare hanno maturato nei confronti degli ebrei in seguito all’Olocausto, che gli ebrei hanno potuto ottenere la costituzione nel dopo guerra dello stato di Israele, in spregio sia al diritto naturale del popolo palestinese sia al diritto internazionale; al tempo stesso gli occidentali e gli europei favorendo la fondazione dello stato ebraico in Palestina e continuando a sostenerlo in maniera pressoché acritica (salvo rare eccezioni non significative) hanno trovato, a spese altrui, una compensazione morale a buon mercato per i loro sensi di colpa (non del tutto ingiustificati, a voler essere sinceri).

Ora bisogna chiedersi se si può fare qualcosa. La risposta è certamente sì. Bisogna innanzitutto ragionare, riflettere e comprendere che una ingiustizia subita da un popolo 60 e più anni fa non può servire da giustificativo per un’altra ingiustizia che quello stesso popolo compie quotidianamente ai danni di un altro popolo che nulla gli aveva fatto prima.

Partendo da questo presupposto occidentali ed europei potranno assumere un atteggiamento meno partigiano nei confronti di Israele, che verosimilmente sarebbe indotto dalla consapevolezza di non avere più alle sue spalle un sostegno incondizionato dell’opinione pubblica che conta, a impostare una nuova politica che metta fine alla colonizzazione e apra così la strada alla costituzione di uno stato palestinese, unica premessa possibile a una pace durevole in Medio Oriente che metta fine al multidecennale conflitto in corso.

Francesco Ferrari

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