La storia “con-divisa”…

I segnali ci sono tutti, basta decifrarli.

Ma prima di elencarli senza la noia di un vero elenco, è opportuno fare una premessa. Storia condivisa, si dice, come se fosse una cosa semplice. E come se bastasse, finalmente, raccontare la storia poco raccontata di un’Italia lontana nel tempo ma le cui ferite non riescono proprio a rimarginarsi. C’è chi dice, e sono in molti: adesso tocca a voi di destra raccontare quella storia, dell’Italia che ha scelto e perso, che si è inabissata, senza voce, o con voce flebile, le vicende di un”Italia depennata dalla storiografia ufficiale e dalla cultura alta. «Adesso tocca alla destra», come se fosse una sorta di riscatto dovuto: «Sono passati sessant’anni, è giusto il vostro turno, prego accomodatevi, parlate della vostra storia, delle vostre tragedie, dei vostri morti.».

Un ragionamento in apparenza ineccepibile, se non fosse che ripropone pedissequamente, senza nemmeno rendersene conto, una spaccatura verticale della società, della cultura e della politica italiane. Una spaccatura che però non esiste più: da una parte i vincitori, dall’altra i vinti. Come se, oggi in Italia, esistessero veramente, ben distinti, gli eredi di una parte e quelli dell’altra: dei partigiani e dei ragazzi di Salò, dei “buoni” e dei “cattivi”. Come se la storia debba diventare proprietà privata. E come se non fossimo, invece, tutti insieme eredi di una storia patria, certo non condivisa, ma sicuramente scomposta in mille rivoli che con gli schieramenti di questo inizio millennio hanno veramente poco a che vedere.

E allora, a ben vedere, forse è giusto che gran parte dei racconti sulle storie dimenticate di un’Italia reietta arrivino non da destra ma da sinistra: perché la storia di un paese non può andare avanti per atti dovuti e per spirito di rivalsa. Una cosa, infatti, è il valore sacrosanto delle autobiografie personali, dei ricordi e delle memorie personali; tutt’altra cosa, invece, è la loro strumentalizzazione culturale e politica. Una strumentalizzazione che non può che essere intimamente di parte, quindi funzionale a obiettivi altri rispetto alla possibilità arrivare, finalmente, a una qualche forma di pacificazione nazionale. E allora, a ben vedere, è doveroso ringraziare sinceramente i tanti che, da sinistra, in questi anni hanno fatto quello che da destra non si poteva fare senza cadere nel sospetto, legittimo anche se non sempre veritiero, di agire per spirito di ripicca storiografica.

Sorvolando, senza ovviamente dimenticare, sui Luciano Violante, sui Piero Fassino, sui Carlo Azeglio Ciampi, piace iniziare con l’ultimo dei segnali che arrivano da una sinistra culturale che si sta accollando l’onere storico di raccontare quello che fino a poco tempo fa era irraccontabile: il regista “anarchico e individualista” Umberto Lenzi – famoso per i suoi poliziotteschi degli anni Settanta – ha appena mandato in libreria il suo primo giallo, Delitti a Cinecittà (Coniglio editore, 2008), che vede protagonisti senza retorica e senza moralismi ideologici proprio gli stessi Osvaldo Valenti e Luisa Ferida che un altro regista, Marco Tullio Giordana, ha deciso di portare sul grande schermo col suo Sanguepazzo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=w6x2zg7c2ro

«Occorre riportare alla luce spiega Giordana in un’intervista che sta per uscire sul mensile Charta minutal’immensa rimozione che ha caratterizzato la storia parallela d’Italia: che cosa pensava uno dei cosiddetti ragazzi di Salò? Gli italiani hanno il diritto-dovere di saperlo. Che cosa si poteva fare nel dopoguerra? Sono stati commessi errori? Credo che onestamente tutti nel dopoguerra abbiano lavorato per una pacificazione, De Gasperi e Togliatti furono tra i promotori dell’amnistia per tutti i fascisti. Fu un atto coraggioso, pose le basi della riconciliazione, eppure non bastò. Occorreva anche una sorta di pacificazione “culturale” che invece, e lo capisco, tardò a venire. Occorreva dare la possibilità a chi era stato fascista di potersi anche “raccontare” e non di doversi nascondere o convertire».

Il “sangue pazzo” del film di Giordana non è quello di Valenti e Ferida. No, è quello di un Paese alla deriva tra occupazione, repubblica di Salò, Resistenza. E una guerra civile non ancora finita. «Quando metà del Paese combatte l’altra – è l’idea di Giordana che ha fatto più scandalo – chi vince deve fare qualcosa di riparatore». Grazie a Umberto Lenzi e Marco Tullio Giordana, quindi, perché hanno fatto quel qualcosa, perché dicono le cose che da destra è opportuno non dire. Perché raccontano quel vissuto quotidiano che va oltre la grande storia, esaltando la storia minima di piccoli uomini e donne che hanno fatto scelte diverse per mille possibili motivi: tutti profondamente umani. A volte giustificabili, a volte solo spiegabili. Comunque umani.

Ma se ringraziamento deve essere, da destra verso sinistra (un ringraziamento sincero, senza secondi fini politici, ideologici o settari che siano), non ci si può certo dimenticare degli altri protagonisti di una pacificazione nazionale faticosa ma ormai inesorabile. Giampaolo Pansa, ovviamente; e poi Francesco De Gregori; quindi Luca Telese; e i tanti altri eroi intellettuali di una pacificazione che poteva arrivare solo da loro. Perché, è inutile gridare all’ingiustizia, quelle stesse cose dette da destra avrebbero avuto molto, molto meno valore: va bene così.

Giampaolo Pansa è uscito da poche settimane in libreria con l’ultimo libro su quella che fino agli anni Novanta era blasfemo persino chiamare “guerra civile italiana”. Non è certo il caso, in questa sede, di ricordare, dai Figli dell’Aquila in poi, le pietre benefiche che il monello e guastafeste Pansa ha scagliato contro i cristalli infrangibili di una certa cultura italiana. Ma una cosa va detta: il suo ultimo I tre inverni della paura (Rizzoli, 2008) rappresenta l’ultimo degli ardimenti possibili, trasformare quella storia, quella tragedia, quell’odio fratricida, in un romanzo collettivo, in saga nazionale («Un Via col vento della guerra civile italiana», è stato detto a ragione). E’ per questo che gli ultimi guardiani dell’ortodossia odieranno Pansa più per questo romanzo che per tutti gli altri suoi saggi storici. Se lo segneranno al dito.

In modo diverso, è un po’ quello che è successo con Cuori neri di Luca Telese: il libro che ha ridato legittimità tragica ai morti di serie b degli anni Settanta. La memoria collettiva, infatti, è un corpo complesso, in cui ogni atomo, ogni granello, è diverso dall’altro e genera patrimoni emotivi differenti. Fin quando ogni granello rimane isolato, analizzato razionalmente in laboratorio dagli storici di professione, non si corre nessun “rischio”: tutto rimane immobile. Quando, invece, le storie si fanno “romanzo”, solo a quel punto possono dirsi “condivise”, nel senso genuino del termine.

Ognuno rimane della sua idea ma ognuno partecipa della storia dell’altro:

Che qui si fa l’Italia e si muore

dalla parte sbagliata

in una grande giornata si muore

in una bella giornata di sole

dalla parte sbagliata si muore

come ha cantato nel 2001 Francesco De Gregori. E questo basti per ringraziare il cantautore senza remora alcuna.

E come non si può non ringraziare Alberto Bevilacqua per il romanzo La polvere sull’erba, scritto nel 1955 ma pubblicato solo oggi (Einaudi, 2008).

Scrisse allora Pier Paolo Pasolini a Bevilacqua:

«Mi addolora che la censura impedisca al tuo La polvere sull’erba di essere pubblicato… sono le stesse modalità che ben conosco ogni giorno, atti insensati che temo avranno vita facile ancora per molti anni. Hai raccontato il “Triangolo della Morte”, pensa un po’, due anni di guerra civile sui quali la pietra tombale del silenzio come se fossero accaduti nella Città Proibita…».

I partigiani rossi gli avevano ucciso il fratello maggiore, Guido, sol perché partigiano bianco.

Sì, non è proprio questione di destra o sinistra: è solo questione di un paese che dovrebbe trovare il coraggio di raccontare tutta la propria storia, senza filtri, senza zone oscure, senza amnesie e disattenzioni.

Come voleva quel Pasolini.

Filippo Rossi

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