Elogio della menzogna

Comunque la si metta, comunque la si giudichi la menzogna è uno dei fondamenti dell’universo.

Certo ne esistono molte forme diverse e per poterne apprezzare tutta la potenza bisogna allargarne il senso.

Ignacio Mendiola, l’autore, la mette sul sociale e redige un dotto Elogio della menzogna (2008) che Tropea Editore ha la compiacenza di pubblicare, sostenendo che non sarebbe possibile la costruzione dei rapporti sociali, che sono alla base di ogni convivenza, e di nessuna attività umana, senza una buona dose di bugiardìa sparsa da tutti noi.

E come dargli torto? Chi è senza peccato scagli la prima pietra. A chi di noi non è capitato congedandosi da un padrone di casa logorroico e noioso di proferrire la più usuale delle bugie “Grazie per la splendida serata!”.

Certo una cortesia dovuta. Certo una spudorata menzogna.

Il bon ton a ben vedere, o meglio, tutti i bon ton del mondo a partire dai più antichi sono dei manuali per perfetti bugiardi. Che cosa sono infatti le buone maniere se non delle innocue bugie per coesistere gli uni con gli altri ed evitare conflitti.

Ricordo quel fulminante Civiltà in bagno, un gustosissimo libretto, in cui si raccontava l’ascesa della civiltà umana correlata alle trasformazioni delle abitudini in bagno, dove erano descritte anche alcune buone creanze tratte da un galeteo medievale: evitare di pulirsi i denti con il coltello, non sputare sulla tavola e amenità del genere. Immaginate un nostro contemporaneo che, a tavola dal conte Nuvoletti o ospite di Lina Sotis, si limitasse a eliminare queste pratiche fingendosi un gran raffinato, magari ficcandosi le dita nel naso. Verrebbe radiato da qualsiasi salotto.

Sbagliare menzogna è peggio che azzeccare la verità!

La cosa importante non è dire la verità, ma scegliere la bugia giusta. Sempre per rimanere al galateo è fondamentale sapere che, se ci si trova tra gli Inuit groenlandesi, o commensali di Filandensi è buona creanza, per dimostrare apprezzamento dopo un pranzo, lasciarsi andare a eruttazioni esplicite, cosa che invece provocherebbe grande imbarazzo al Circolo della Caccia a Roma.

Ma gli esempi a cui l’autore attinge, si sprecano. Tralascio perché troppo banale il bugiardo che è considerato uno dei padri fondatori della civiltà occidentale: l’astuto Ulisse, orditore di trame e di menzogne.

E non cito nemmeno Pinocchio, troppo facile archetipo di tutte le bugiarderie.

Parlo invece di quelle che, tra tutte le attività umane, sono considerate le più nobili: le arti, che sulla menzogna sono fondate.

Cosa è infatti l’artista se non un bugiardo, mentre rappresenta il mondo?

Sentite Oscar Wilde (nella foto):

«L’arte prende la vita come parte della propria meteria grezza, la ricrea, la riplasma in nuove forme, è assolutamente indifferente al dato di fatto, inventa, immagina, sogna, e tiene tra sé e la realtà l’impenetrabile barriera del bello stile, del trattamento decorativo o ideale».

Pertanto:

«Nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse cesserebbe di essere un artista».

E conclude:

«La rivelazione finale è che la Menzogna, il dire belle cose non vere, è il fine proprio dell’Arte».

Ma non bisogna spingersi così lontano. Nel parlar comune di tutti i giorni la nostra parola è una menzogna, perché non c’è parlato senza metafora e ogni metafora è parlar di qualcos’altro intendendone un senso diverso. Un inganno dunque che, la parola stessa, ha già in sé, se la si intende come mutilazione del pensiero. Come strumento che circoscrive, per permetterne la trasmissibilità ad altri.

La parola è un atto bifronte, un ponte che poggia su due sponde quella “di chi essa è” e quella “per chi essa è”. Generando due mistificazioni: la prima di colui che dice, incapace di trasmettere il proprio pensiero se non mutilo, la seconda di colui che ascolta che deforma, secondo i propri schemi, ciò che sente.

Anche le convezioni che la società si impone ed impone sono bugie, comprese quelle scientifiche che sembrerebbero immuni da tali falsità. Fulminante l’esempio della cartografia. Riporta l’autore, e questo basta, in un passaggio:

«Ma forse non tutti sanno che la raffigurazione cartografica che situa il Nord nella parte superiore dell’Emisfero e il Sud in quella inferiore altro non è che una convenzione (impostasi nel Rinascimento), che ha finito per essere assunta come verità incontestabile».

(Martin Waldseemuller. Saint Dié. Carta del Mondo. 1507)

Così mi viene da dire che anche altri strumenti che ci aiutano a districarci nel mondo (penso in primo luogo a tutte le tassonomie), siano delle convenzioni utili, ma menzognere.

L’autore a questo punto si ferma, e così proseguo io sostenendo che la menzogna sia un mattone imprescindibile nell’impalcatura del cosmo intero.

Tralasciando ultramondi ed iperurani extrasensibili e tutte le cosmogonie dualiste che ne conseguono e che fanno della Menzogna contrapposta alla Verità uno dei due pilastri dell’edificio universale, penso alla natura ed al mondo degli animali, che non potrebbe esistere senza il fondamento della menzogna.

Il predatore che tende l’agguato alla sua preda, che ordisce una trappola (una menzogna), è il mentitore, il bigiardo.

E dalla parte della preda è bugiardo il comportamento dell’Opossum che, per salvare la pellaccia, si finge morto ed inganna il predatore.

E che ne dite del camaleonte che cangia colore mentendo ad intermittenza, non assomiglia forse alle nostre trasformazioni quando ad un matrimonio ci presentiamo impomatati ed azzimati dopo essere passati per il campo di calcetto in cui ci siamo esibiti in mutande, puzzolenti di sudore? Chi siamo noi di quei due mentitori: il dandy profumato o lo scimmione in mutande? Entrambi e nessuno dei due. E che colore ha un camaleonte? E che natura ha una particella? Corpuscolo oppure onda elettromagnetica? Mu!

Si potrebbe continuare a lungo su questa falsariga ricordando altre enormi menzogne, come quella dell’insetto stecco che si finge ramo, vegetale, lui che è un animale.

Ma anche l’estetica, dunque il bello ed il suo senso comune ne abbondano. Se non si pensassero più belle le donne (ma ormai anche gli uomini) non utilizzerebbero i cosmetici. Come si dice, si truccano, usano dei trucchi che sono dei cosmetici, tautoligicamente delle finzioni: menzogne, bugie.

Se a ciò poi sommiamo la chirurgia estetica, grazie alla quale modifichiamo il nostro aspetto facendoci inserire protesi, appiattire gobbe, rifilare occhi, innalzare zigomi, possiamo affermare che anche la tecnica si presta sommamente alla menzogna, o meglio se ne fa strumento.

Ma la menzogna, lungi da me considerarla solo negativa, è fondamento e sale anche del gioco, una delle attività più serie cui l’umanità si dedica.

Cosa sarebbe infatti il poker (immortalato sugli schermi da Paul Newman nei panni di Cincinnati Kid) se non ci fosse il bluff, la menzogna per eccellenza nel gioco delle carte, il fingere di avere ciò che non si ha, che fa da contraltare a tutto l’apparire del mondo moderno e post, che fa dell’immagine (il look), estrema bugia, lo schermo per eccellenza, adatto alla propria rappresentazione (fiction direbbero i perfidi albionici), dietro a cui spesso non si cela nulla, come ben aveva intuito il grande mistificatore Andy Wharol quando diceva «Non guardate dentro le mie opere. La mia arte è pura esteriorità!»

E se vogliamo parlare di calcio, come non ricordare che anche qui la menzogna trova un suo fantasmagorico spazio?

Un solo esempio sufficientemente evocativo per tutti i pallonari innamorati del gioco nazionale.

Qualcuno avrà avuto modo di vedere, nelle immagini di repertorio, il grande Brasile degli anni a cavallo tra i 50 e i 60, in cui si intarvede un govanissimo Pelè che comincia la sua avventura a fianco dei Didì e dei Vavà. In quelle immagini sfocate è testimoniato l’immenso talento di un’ala destra segaligna e piccolina che diventerà proprio in quegli anni un monumento vivente del calcio. Sto parlando del mitico Garrincha passato alla storia per la sua celeberrima “finta zoppa”, arte pura, (aiutata dalla sua malattia giovanile e da una gamba più corta dell’altra). Il calcio non sarebbe arte in movimento senza l’inganno della finta dell’ala che cerca di saltare il difensore.

httpv://www.youtube.com/watch?v=r_V6y5P050M
(Garrincha e le sue finte d’arte)

Potrei parlare ancora di Ninja ed Aikido, di Sex Pistols e della loro (insieme a Malcolm McLaren) The Great Rock and Roll swindle, ma qui mi fermo perché ognuno di noi potrebbe produrre sterminati elenchi di menzogne che innervano il mondo.

Messa in questi termini la menzogna appare come un grande patrimonio comune che non va disperso, non va praticato scientemente, ma va coltivato inconsapevolmente.

Riconoscendo che non sono la stessa cosa le menzogne dell’arte e quelle della cattiveria e che ci sono menzogne che uccidono e altre che aiutano a vivere.

Ma soprattutto, parafrasando le parole di Nietzsche che diceva: «Non che tu mi abbia ingannato, ma che io non ti creda più, mi ha sconvolto» , farsi certi che non è importante che ciò che si dice sia vero, fondamentale è che sia verosimile.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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