Charta Minuta

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STORIE ESEMPLARI DI UN’ITALIA SPERATA
Editoriale

A prima vista, la logica della scelta è tutta irrazionale: ventotto biografie di italiani scelti a caso e buttati là alla rinfusa, si direbbe. E forse in qualche modo è anche vero. Perché non siamo stati lì con alcun bilancino né politico, né culturale, tantomeno ideologico.

Epperò, i nomi sono venuti fuori spontaneamente, con fluidità inaspettata, rispondendo a una di quelle domande che sembrano semplici ma semplici non sono: quali potrebbero essere gli italiani che possono rappresentare la nuova fase che sta vivendo il nostro paese?

Attenzione, tanto per essere chiari: non si intenda “nuova fase” pedissequamente per “vittoria del centrodestra” o “governo Berlusconi”. In quel “nuova” c’è molto di più, di meglio e di essenziale: c’è una rivoluzione culturale tutta italiana che sta conquistando sia destra che sinistra, una modificazione antropologica registrata prontamente, tra gli altri, da Francesco Alberoni:

«Per molti anni – ha spiegato il sociologo sul Corriere della sera siamo vissuti in un mondo di affermazioni ideologiche non provate con cui destra e sinistra descrivevano il mondo a piacimento. Se per uno il terremoto era grave per l’altro era lieve, se per uno l’economia andava a rotoli per l’altro prosperava. E così per la criminalità, la scuola, l’alta velocità…».

Ecco, finalmente tutto questo è finito. L’Italia ha riacquistato il senso della realtà… oggi la gente torna a vedere la realtà perché ricomincia a parlare, a esporre le proprie opinioni senza il timore di venir insultata e coinvolta in una rissa politica. Si è liberata delle scorie ideologiche di un tempo che fu. E ha ricominciato a declinare la politica al futuro.

Le ventotto “vite pensate” che trovate in questo numero di Charta rappresentano, allora, il tentativo di descrivere quella sorta di redenzione collettiva attraverso la quale stiamo scoprendo che se ci ascoltiamo senza pregiudizi ideologici e guardiamo i fatti, spesso arriviamo alle stesse conclusioni. Sono vite vere, pacatamente esemplari, prime protagoniste della rivoluzione della realtà e della concretezza: ed è sotto questa spinta sociale che la politica sta cominciando velocemente (e finalmente) a parlare il linguaggio del “buon senso”, senza distorsioni dovute alla difesa di rendite di posizione. Per dirla ancora con Alberoni:

«Oggi tutti chiedono sicurezza, vogliono i termovalorizzatori, trovano giusto che il capo del governo si incontri col capo dell’opposizione, condannano i minorenni che stuprano o uccidono le adolescenti e accettano che un ministro proponga che i funzionari che non lavorano possano venir licenziati… ».

Un’Italia concreta: quel che serve a una politica che sappia governare questa nuova fase sono le facce vere di un’Italia che in realtà è sempre esistita, un’Italia poco visibile, capace di percorre i sentieri del pensiero umano senza ritrosie e scontrosità psicologiche. Senza vecchi rancori e nuove acrimonie. Un’Italia leggera come una ballerina di danza classica che conquista il mondo con il duro lavoro senza dimenticare l’essenziale della sua sfida: l’arte della fantasia. Un’Italia rigorosa come un pianista che sa trasgredire (e tradire) per rimanere fedele alla sua idea di arte o come un imprenditore che inventa un sogno mondiale nel garage sotto casa. Italia come marchio globale: tradizionalmente casual. O come una donna coraggiosa che tradisce tutti per non tradire se stessa, o come un giovane guerriero della penna che non riesce a non scrivere quello che pensa, e quello che sa della verità. O come un immigrato che viene a morire in Italia per salvare due bambini rapiti dal mare: bisogna dirlo, più italiano lui di tanti altri. Un’Italia che sa ridere di se stessa e che vuole prendersi in giro per non prendersi troppo sul serio: patriottica senza essere patriottarda. Un’Italia che ha il coraggio di sbagliare e vuole costruire il futuro su fondamenta fatte di sogni collettivi. Un’Italia, insomma, che sa guardare avanti come una show girl che reinventa il suo personaggio o come un attore di teatro che si mette al servizio della storia. Che non dimentica le sue radici, ma che sa vivere nella modernità.

Un’Italia come è nella realtà, ma come non siamo abituati a raccontarcela: onesta, coraggiosa, vitale. Che riscatta se stessa con l’audacia necessaria di chi sa accettare le sfide della storia. E che sa fare la storia perché sa inventare nuove tradizioni, sa mettersi in gioco con il giusto coraggio di osare. Che sa vivere nel mondo senza dimenticare se stessa, che poi, sostanzialmente, è il gusto vitale di raccontare sempre nuove storie.

Sono ventotto, le biografie di questo numero, ma potevano essere molte di più. Non prendetele alla lettera e, soprattutto, non consideratele delle appropriazioni di politiche: sono “solo” l’esempio eclatante di quel che serve a questo paese: l’invadenza di una generazione “per sempre giovane” (anche quando è vecchia) che non considera la cultura, le scelte, le decisioni politiche come proprietà privata di qualcuno: va fatto quel che serve fare, semplicemente la cosa giusta. Serve la capacità di giocare a tutto campo senza affaticamenti e rallentamenti, a perdifiato; serve la voglia indiscreta di parlare con tutti, nessuno escluso, perché ognuno può portare qualcosa di buono; ed è necessaria, anche, la sfrontatezza di chi sa cambiare idea senza ergersi a fedele difensore di alcunché.

No, non è tempo di rigida fedeltà, è tempo di scelte briose. In politica, in Italia, è arrivato il tempo dei pionieri e degli esploratori. Come quelli che descriviamo in questo numero. E come tanti altri.

Filippo Rossi

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