… o della surmodernità

Sono andato a riprendermi in mano di Marc Augè, ristampato per la X volta da Eleuthera nel 2005, dopo aver letto la tesi di laurea della moglie di un mio caro amico e dopo aver ascoltato le loro spiegazioni a chiarimento.

La tesi più o meno suonava così: per poter nascere, un non-luogo deve essere riempito di significato, tanto da renderlo significativo per coloro che lo frequenteranno.

In questo senso un non-luogo deve diventare un luogo, anche se in modo artificiale.

Il termine non-luogo è stato coniato da Augè che ne dà una definizione proprio nel libro di cui sopra.

I non-luoghi sono definiti, in contrapposizione ai luoghi, come spazi che hanno come caratteristica quella di non essere identitari, relazionali, storici. Nel senso che non generano identità tra i loro frequentatori, sono fruiti in solitudine, non hanno collegamento con il passato inteso come vincolo storico di un paese o di una comunità.

Esempi di non-luoghi ce ne sono moltissimi ma i centri commerciali sono i più evidenti e paradigmatici.

I centri commerciali sono degli spazi in cui singoli individui si incontrano senza creare una particolare affinità, senza entrare in relazione, senza che ci siano dei collegamenti con il passato, ma anche con l’esterno.

Sono il frutto di quell’individualismo solitario di massa, basato sul frammentario, sul provvisorio, sul passeggero. Rappresentano secondo Augè quella società che lui definisce della surmodernità.

Sono dei mondi fruibili in un presente immobile, atemporale, privo di modificazioni reali che ci distrarrebbero dallo scopo per cui sono stati pensati: consumare compulsivamente.

Per Augè questi non-luoghi nascono e prosperano a fianco (in genere nelle periferie ma non solo) dei luoghi storici che sono invece e restano degli spazi in cui le relazioni umane, il tessuto sociale, il vincolo storico e temporale è presente e permane.

È qui che la mia lettura del fenomeno prende le distanze e segnala il limite dello scritto di Augè.

Esiste una seconda parte del problema che non viene affrontata (anche se in alcune interviste recenti Augè ne fa cenno).

Non solo di nascita di non-luoghi bisogna parlare ma di come molti luoghi si stanno trasformando in non-luoghi.

Questa trasformazione di luoghi in non-luoghi è ben più carica di conseguenze negative della nascita di nuovi non-luoghi.

Cercherò di spiegarmi.

Un luogo può ben essere rappresentato da una città (o da un suo quartiere) come noi la conosciamo. Un’entità circoscritta geograficamente ma connessa con luoghi limitrofi collegati tra loro, carica di relazioni di tipo diverso: economiche, commerciali, sociali.

Un luogo può lentamente essere trasformato in un non-luogo. Basta svuotarlo progressivamente dei suoi significati molteplici e stratificati e puntare solo su uno di questi. Così un quartiere del Centro può diventare solo un contenitore di uffici. I bar, i ristoranti, i negozi si adeguano rimanendo aperti solo in certi orari, in certi giorni, si specializzano vendendo solo certe merci e i cittadini, ivi residenti, migrano verso le periferie residenziali spopolandoli. Così un luogo, un quartiere del centro, vitale proprio perché pieno di molteplici significati si trasforma in un non-luogo: un quartiere direzionale in cui l’unico significato è l’ambito lavorativo. Anche i cittadini, che prima erano presenti, vengono sostituiti da non-cittadini, gli impiegati del neonato Centro Direzionale che non vivono il luogo, ma semplicemente lo calpestano trovandocisi.

Ma quali caratteristiche ha un luogo trasformato in non-luogo?

E quali conseguenze porta tale trasformazione?

  • Un non-luogo viene non-vissuto da non-cittadini

Un non-luogo, come dicevo, ha un solo significato, quello affaristico per il Centro Direzionale che ho utilizzato per l’esempio di poco sopra, oppure quello economico per un Centro Commerciale o quello estetico per un Centro Fitness. Per questo un non-luogo non viene vissuto da cittadini ma usato o fruito da consumatori. Da questo punto di vista anche un quartiere residenziale periferico ha le stesse caratteristiche degli altri non-luoghi descritti: il non-cittadino lo raggiunge solo per dormirci. Lo usa come un consumatore, usufruisce di un servizio acquisendo un diritto di asilo permanente (se acquista una casa) o temporaneo (se è in affitto), come quando in un’altra città affitta una stanza in un albergo.

  • Un non-luogo viene non-frequentato da non-visitatori

Un non-luogo è dunque non-frequentato da non-visitatori, distratti fruitori disinteressati, che se ne fregano di creare un legame (non-frequentano appunto) con il non-luogo se non attraverso la dialettica temporanea, frammentaria, solitaria, provvisoria del “io compro tu vendi”.

  • I non-visitatori spendono non-denaro nelle molte non-attività commerciali

Questi distratti fruitori acquistano con del non-denaro (privo di valore perché non genera ricchezza) merci tutte uguali stipate in negozi che costituiscono delle non-attività commerciali. I negozianti trasformati in semplici gestori di loghi trasformano i loro negozi in non-negozi, dove la merce venduta si trasforma in non-merce e ciò che si acquista è la griffe.

  • Il non-denaro genera non-ricchezza

Il non-denaro genera non-ricchezza perché il non-visitatore è responsabile di un costo superiore rispetto a quello che ha comprato. La ricchezza generata dall’acquisto di un gelato, ad esempio, è azzerata e resa negativa dalle cartacce e dal cono spiaccicato che l’acquirente ha lasciato per la strada (e che vanno rimossi), dalla quantità di monossido di carbonio che ha riversato nell’atmosfera per giungere al non-luogo e trovare parcheggio e così via.

  • La non-ricchezza procura non-benessere e non-qualità della non-vita

La presunta ricchezza del quartiere o della città trasformati in non-luogo generata dalle attività commerciali non produce benessere per la collettività residuale che invece ne sopporta i costi e il degrado.

  • Un non-luogo viene amministrato da un non-governo cui si contrappone una non-opposizione

Per amministrare un non-luogo è necessario un non-governo perché ciò che deve essere assicurato non è tanto lo sviluppo ed il benessere della cittadinanza (quella rimasta e che si assottiglia sempre di più, ha sempre meno potere decisionale) quanto la configurazione del non-luogo in modo che possa attirare i non-visitatori. Complementare al non-governo è la non-opposizione che serve per dimostrare unicamente l’esistenza di una dialettica di tipo democratico che non c’è più. La non-opposizione spalleggia nel processo di trasformazione il non-governo, proponendo modelli identici al massimo raggiungibili con modalità diverse.

  • Un non-governo non-sceglie

Un non-governo fa scelte che vanno nella direzione della trasformazione (dunque non-sceglie), delibera di compiere opere di pura superficialità che hanno come scopo la creazione di un packaging invitante per i non-visitatori, riscuotendo tasse sempre più esose, trasformate in non-tasse perché sempre meno utili per i cittadini (residui), visto che sono utilizzate al solo scopo di trasformare il luogo in non-luogo.

A questo punto ci troviamo in questa situazione:

siamo diventati (ammesso che abitiamo ancora nel quartiere trasformato in non-luogo) non-cittadini che non-vivono un non-luogo preso d’assalto da non-visitatori che con il loro non-denaro acquistano in non-negozi delle non-merci. Queste attività producono non-ricchezza che genera non-benessere. Tutto questo non-processo è guidato da un non-governo che non-sceglie coadiuvato da una non-opposizione che si non-oppone.

Siamo costretti alla fine a vivere una non-vita.

Questo è il vero problema della continua trasformazione di luoghi carichi di significato e di relazioni molteplici in non-luoghi: contribuire ad allargare le zone plastificate, nullificate, annientate, prive di senso (se non quello mercantile).

Le estreme pessimistiche conseguenze di questa estensione di non-senso sono le stesse che producono l’idea globalizzata della necessità di un governo mondiale che legiferi su tutto il Globo.

Un unico enorme Stato mondiale.

In che luogo potremo espatriare, se infine esisterà solo un unico enorme stato (quintessenza di tutti i non-luoghi), noi apolidi che lo rifiutiamo?

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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