Ruggeri Rock Show

In una recente intervista televisiva Enrico Ruggeri si è definito così:
«sono un uomo di 50 anni, famoso da 30».

È infatti dal 1977 circa che il celebre cantautore nostrano è inserito nel mondo della musica, iniziando la sua carriera all’insegna del punk e del rock. «Io suonavo l’heavy metal quando tu andavi all’asilo», diceva all’incirca una sua canzone di qualche anno fa, ed è proprio vero.

Verso la fine degli anni ’70 Ruggeri fonda il gruppo punk Decibel, fortemente ispirato da gruppi inglesi come i Sex Pistols e Sham 69, per poi proseguire sulla stessa linea con una band dal nome, per l’epoca, provocatorio, un ossimoro, Champagne Molotov. Spettacolo.

È del 2004 l’album raccolta “Punk prima di te”, in cui si rievocano le canzoni e le sonorità di 20 anni e più prima, con canzoni come “Figli di…” e “Il lavaggio del cervello”, che già evidenziano una visione critica della società di allora. Ruggeri è stato spesso collocato a destra – è noto quanto disse qualche anno fa Vecchoni, definendolo il miglior cantante di destra – e la sua scelta punk allora fu la manifestazione di una critica costruttiva contro quelli che si schieravano per la lotta armata proletaria, ma anche contro la società dei consumi e la vita abitudinaria di chi “tiene famiglia”.

Fu poi il primo rocker a partecipare a San Remo, dapprima venne criticato, quasi si stesse “svendendo” al music business, ma poi venne seguito ed imitato da altri, ad esempio Vasco.

httpv://it.youtube.com/watch?v=T2whAzhg304
E. Ruggeri e i Decibel, Contessa, Festival di Sanremo 1980

Ma è ben difficile dire che Enrico Ruggeri si sia lasciato “corrompere” dal denaro e dal successo, rinunciando alla genuina vena punk-rock che si porta appresso dall’adolescenza. Nella stessa intervista televisiva, di cui si diceva all’inizio, ha dichiarato di non saper leggere il pentagramma. Ma ve lo immaginate un altro musicista, che dica che lui la musica la scrivere sui tabulati (il pentagramma ha le 5 righe, le note e il tempo, il tabulato le 6 corde della chitarra su cui si scrivono i numeri dei tasti da suonare) e la sa suonare, ma non la sa “leggere”? Una spontaneità tutta punk e stradaiola, dove non conta quello che sai, ma conta quello che fai e come lo fai. E Ruggeri con la chitarra ci ha sempre saputo fare.

Pensare al 1977 e al punk fa venire in mente il clima in cui i due amici de “Il paese delle meraviglie” di Culicchia scoprono questo nuovo genere musicale attraverso i travolgenti Ramones. Nelle pagine del libro, così come nella vita vissuta, il punk ha rappresentato un momento di rottura col presente e un gesto di ribellione decisivo.

La ruvidità degli inizi ha lasciato spazio a suoni e testi più ragionati e meno aggressivi, è vero, ma il nostro cantautore non si è mai tirato indietro dal dire la sua o dal trasmettere nei suoi testi un messaggio che negli anni è rimasto sempre coerente. In occasione della protesta per le violenze cinesi in Tibet, per fare un esempio, non ha fatto mancare la sua solidarietà ai tibetani e ha proposto che le Olimpiadi venissero trasferite altrove.

E’ appena uscito nei negozi di dischi il nuovo album di Ruggeri, intitolato significativamente “Rock Show”, e fin dalla copertina è piuttosto chiaro il messaggio: il rock lascia il segno, o meglio, mi ha segnato. Un occhio nero, uno zigomo e un lato della bocca tumefatti, come dopo una sana scazzottata futurista: «i lividi che mi sono rimasti si confondono con il trucco: questo sono, questo devo e voglio essere», scrive all’interno del digipak.

È un album autobiografico quello che ha confezionato questa volta, ed è un album che, come ogni vera storia rock, inizia e finisce on the road, parlando di esperienze vissute sulla pelle, di ricordi che hanno lasciato un segno indelebile, nel bene o nel male.

Il rock è come andare in auto col gomito fuori del finestrino e la musica che risuona nelle orecchie, attraversare città e campagne con indosso gli inseparabili Rayban e la sigaretta accesa tra le labbra. E tra una birra e un panino conoscere persone e incontrare belle ragazze. Un po’ Marlon Brando, un po’ Jack Kreouac.

httpv://it.youtube.com/watch?v=gAaXk3yVYxo
E. Ruggeri, Rock Show, Sulla strada

Nietzsche scrisse parole bellissime: «da quanto ho imparato a camminare, mi piace correre». Un aforisma che ben si adatta all’album di cui stiamo parlando. Si inizia, appunto, sulla strada, partendo per un viaggio lungo 30 anni, con sotto una colonna sonora invariabilmente suonata da chitarre distorte. Perché a 20 anni sogni e volontà riescono a realizzare molte cose e il tempo sembra sempre poco, «perché non puoi fermarti o controllare il sangue dentro te». Si inizia un’avventura sulle scia dei beat di Kerouac, un po’ folli e un po’ mistici: i mistici punk. Quelli che hanno letto Nietzsche e “Il tramonto dell’occidente”, e proprio per questo la vita sanno viverla appieno, senza sprecarla nel superfluo. E quindi, musica maestro.

E già il filosofo tedesco lo disse, nella vita si indossano delle maschere – ci sono solo interpretazioni, no? -, che è come dire: «show must go on». E che sia però un rock show, perché dietro agli occhiali si celano parole non dette e profondità che prendono forma sulle note di una chitarra. «Se c’è da piangere andare o morire/ lo farò perché io posso vivere/ solo così». Io sono questo, sono la mia storia, questa è la mia vita – prendere o lasciare. Ma l’importante è essere attori, e non comparse di un gioco fatto da altri.

La vita è fatta di amori che vanno e vengono, di felicità passeggere, ma è bella così e bisogna avere la forza di viverla appieno, potendo dire, tirando il fiato dopo una corsa, «io respiro/ e ogni soffio di fiato che scende/ lo sento e lo vivo».

Pare che vita faccia tutt’uno con il rock per Ruggeri. Il rock come innocenza del divenire, come vita senza il peso morale, vissuta superificalmente e a tutto volume, ma per profondità. Conservando al sicuro nel proprio cuore segreto ciò che ci è più caro e più intimo, ma su cui però non occorre starci a ragionare troppo, tutto scorre e la vita sta già chiamando: «se la vita domani riprende/ e ciascuno riprende la sua/ la ragione col buio si arrende/ trascinata dall’alta marea».

E dopo altre grandi canzoni e testi trascinanti, la voce torna a ribadire che siamo sempre sulla strada, perché è sui chilometri di asfalto percorsi che si misura il cavo della chitarra, perché la chitarra ancora suona, c’è ancora un po’ di fiato in corpo, e comunque c’è qualcosa di più della sola musica: «stasera le strade del cuore/ convergono tutte sul palco/ la vita potrebbe girare/ dal punto più alto».

L’ultima traccia poi, unisce a una critica alla società dei consumi e alle vite “sottovuoto” passate davanti agli schermi, un rinnovato invito ad andare «per strada», zaino in spalla e chitarra a tracolla, perché la vita non aspetta e l’ampli è già acceso.

Francesco Boco

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