Rosetta Acerbi. Amati enigmi

Amati enigmi: la pittura di Rosetta Acerbi tra sogno e trasfigurazione letteraria
Anticoli Corrado (RM) – Via Santa Vittoria, 1 – dal 14 giugno al 13 Luglio

Una mostra di Rosetta Acerbi nel museo di Anticoli Corrado, luogo che evoca perentoriamente alla memoria gli accordi tonali della Scuola Romana, le turgidezze plastiche del Novecento, il magico arcaismo di Arturo Martini, richiede qualche precisazione preliminare riguardo alla sua pertinenza contestuale. I dipinti dell’artista veneziana, ma di consolidata naturalizzazione romana, affidati ad un articolato registro trascorrente dal mito al sogno, potrebbero magari apparire, a prima vista, lontani da quello che è il più accreditato contrassegno della straordinaria raccolta, fermo restando che un’esposizione di qualità è sempre di casa, con le sue peculiarità e nella sua temporaneità, in un determinato ambito museale.

E tuttavia quella prima, istintiva impressione, si rivela ad una più ponderata valutazione come limitativa. Non soltanto perché ai già citati referenti elettivi della raccolta anticolana è pur lecito accostare altre illustri presenze, di ben diversa valenza culturale, da Giulio Aristide Sartorio ad Adolfo de Carolis, da Sigmund Lipinskj a Ivan Mestrovic, da Aligi Sassu ad Alessandro Kokocinski, al poeta-pittore Rafael Alberti, tanto per fare qualche nome comunque indicativo di un ampio spettro di vie espressive. Poco importa, al fine del nostro discorso, se magari tali nomi avranno ad apparire, in tutto e per tutto, lontanissimi l’uno dall’altro: dalle poetiche e dai linguaggi impiegati, alle coordinate temporali.

Ma anche perché la peculiarità più intima del centro laziale affonda e si radica in un terreno in cui la trasfigurazione letteraria riveste un ruolo essenziale. Anticoli Corrado, un paese immaginario: così lo qualifica, facendone una sorta di cartiglio araldico, il fondamentale volume di Umberto Parricchi. Perché Anticoli, la sua fama di paese dei pittori, delle modelle, degli studi passati di mano in mano da artista ad artista; una creatività autoctona – quella di un Orazio Amato, di Pasquarosa, dei Toppi, della seconda generazione dei Selva, così per intendersi – suscitata da una creatività diffusa, alta, cosmopolita, si configurano ai nostri occhi come aureolate dal mito, come altrettante pagine di una sorta di fiaba. Una fiaba che fu un tempo realtà, ma che la completa trasformazione di quella stessa realtà – culturale, sociale, economica – la globalizzazione, la rivoluzione dei trasporti, e quant’altro, rendono oggi remota e, appunto, favolosa.

Sulla base di queste considerazioni, la pittura di Rosetta Acerbi – sospesa tra una dimensione di blando surrealismo ed un’altra che potrei definire neosimbolista; con le sue sirene, fanciulli acerbi e ambigui, giovani androgini, mari che ribollono, covando in drammatica quiete la furia della tempesta imminente (Abisso, 2008) – credo possa trovarsi a pieno agio nelle sale del museo articolano.

Pittura, quella di Rosetta Acerbi – avrà subito modo di constatare il visitatore – del tutto personale e di implicita, quanto sostanziale, dissidenza con molti degli indirizzi prevalenti nel quadro dell’arte contemporanea. Il discorso, a questo punto, potrebbe farsi lungo e, del resto, è stato già affrontato innumerevoli volte; e nessuno, credo, riuscirebbe a trovare motivazioni valide per sostenere – servendoci di esempi di vertice – che un Matisse o un Braque avessero al loro tempo oscurato la legittimità della pittura di un Bonnard; o, in tempi più prossimi, un Baseliz, poniamo, appannata quella di un Balthus.

Del resto, a conferma di quanto appena detto, la nostra pittrice può esibire un imponente corredo critico, al maggior livello, da Carluccio a Carandente, da Russoli a Mezio, da Trucchi a Novi, da Monferini a Benedetti, da Di Genova a Sgarbi, da Lucie Smith a Di Capua, da Romani Brizzi a Strinati a Vallora; per accennare appena a scrittori come Pecora e Pressburger, ad architetti come Portoghesi, a galleristi come Cardazzo e Siniscalco, a promotori internazionali della cultura italiana come Campanaro.

In questa mostra, di Rosetta Acerbi sono esposte una quindicina di tele, che spaziano lungo un arco temporale di un ventennio, pervenendo fino alla più immediata attualità. Non soltanto ne emerge la stretta coerenza stilistica della pittrice in tale considerevole lasso di anni, ma altresì la perdurante freschezza ideativa, che le ha consentito di raggiungere proprio negli ultimi mesi alcuni dei più felici esiti dell’intero itinerario operativo, basti pensare ad un piccolo capolavoro come Il fanciullo e i melograni (2008).

Uno studio, che pure si espone – Natura morta con melograni (2008) – preparatorio per il più complesso dipinto sopra citato, vale a indicare l”attenzione, la cura scrupolosa con cui la pittrice, spesso a torto considerata un temperamento istintivo, teso ad interpretare estri geniali (Estri, è tanto il titolo di un dipinto di Rosetta che di una famosa composizione musicale del Maestro Goffredo Petrassi da lei ispirata e a lei dedicata), attenda invece al suo lavoro.

L’ambiguità androginica (in questo caso, adolescenzialmente ambigua e trepida) de Il fanciullo e i melograni introduce un tema assai importante per la pittura di Rosetta Acerbi. In altra sede ebbi già occasione di ricordare come, nella nostra artista, l’androginia superi istanze contingenti, rinviando al mito primordiale, che possiede radice misterica ed iniziatica, di cui si fece interprete, poeticamente ispirato, Platone in pagine celeberrime del Convito. Nelle quali si legge come, ai primordi del genere umano, sarebbe esistita una stirpe di esseri assoluti, che avrebbero associato in sé tanto il carattere maschile che quello femminile. Resi folli dalla superbia, essi si sarebbero ribellati agli dei, che li avrebbero puniti col paralizzarne la potenza, spezzandoli in due, e cioè separando in ciascuno di loro il principio maschile da quello femminile. E l’amore, per il filosofo, altro non sarebbe che l”aspirazione a ricomporre l’originaria unità; a recuperare uno stato esistenziale di edenica pienezza, che cultori di discipline esoteriche vollero immaginare prossimo all’immortalità.

Ad una fiabesca mitteleuropa chassidica (giusto il riferimento di Paolo Bertoletti nel suo testo), dalle botteghe color cannella, ci introduce Il Perdono (2001), volto dai mille solchi, sospeso tra esperienza sapienziale e docile pazienza, intesa come esercizio del dolore.

Un altro quadro importante di accento fortemente onirico, La sirena sulla città (2008, nella foto in alto a destra), interpreta con attitudine tutta libera e romantica, e anche qui con singolari accenti mitteleuropei (basti pensare al nordico profilo fantastico della città), il destino di misteriose presenze mitologiche – le sirene, appunto – che la pittrice immagina capaci di volare e nuotare, ma a cui è stato invece precluso di accedere e di muoversi sulla terra. Non a caso, in un altro dipinto, Origine (1998, nella foto a sinistra), è appunto effigiata, tutta rannicchiata in sé ed esanime, una di queste leggendarie ninfe che ha raggiunto la riva e ne muore, esito che peraltro è forse anche occasione – nell’ambito di un”attitudine metamorfica cara ad Acerbi – per un rinnovamento esistenziale.

Opere che confermano, dal punto di vista della cultura figurativa, l’appartenenza della pittrice ad un’area neosimbolista, con un ampio spettro di referenze da più parti avanzate al suo riguardo. A cominciare dall’eredità, vitalmente avvertita, della grande tradizione coloristica veneziana; e poi da una disposizione che trova il nucleo meglio identificabile nell’area del Simbolismo e del Decadentismo storici: attestata, per intenderci, tra Moreau e Redon: si pensi, in particolare, a tre tele come Violette, La luna, La Dea. Ulteriore imprescindibile riferimento, quello di Chagall, insuperato interprete dei diritti della fantasia.

Il Flauto (La luna in re minore) e Tristano (1998) – la pennellata deposita virgole e grumi di colore, matericamente rilevati, su stesure di blu fondi e assai lavorati, probabili omaggi al sempre amatissimo de Pisis – introducono nella mostra un ulteriore motivo fondamentale della pittura di Rosetta Acerbi, quello della musica, che nella vita dell’artista veneziana ha rivestito un ruolo fondamentale: ad un tempo, vocazione e destino.

Associando, nel caso di Acerbi, come ebbi già occasione di scrivere, musica e pittura, non intendo certo sostenere che i quadri dell’artista veneziana siano musicali, in quanto attuino una sorta di trasposizione figurale del linguaggio musicale. Ciò è comunque impossibile perché i vari linguaggi dell’espressività umana – letteratura e pittura, musica, scultura, architettura e così via – restano tra loro incomunicabili; semmai, essi attivano reciproche, insidiose ambiguità.

Intendo piuttosto sottolineare come il più intimo e fondato motivo di fascino di questi dipinti consista nell’evocare nell’osservatore sentimenti di sottile struggimento, di nostalgia per una realtà perduta e rimpianta, di quella che i tedeschi chiamano, con termine intraducibile, sehnsucht. Sentimenti che proprio la musica ha il privilegio e il potere di interpretare con il massimo concesso all’uomo di abbandono e di intensità.

Se con una figura – Il fanciullo e i melograni – si apriva questa presentazione della mostra, con un’altra essa può ben concludersi. E’ un ritratto immaginario, dalla matrice letteraria, e esso pure uno dei risultati più riusciti della pittura di Rosetta Acerbi. Si tratta del Ritratto di Dorian Gray (1988), ovviamente ispirato dal notissimo racconto wildiano: la freschezza degli accordi cromatici, che associano il verde e il celeste su toni primaverili; il bel volto espressivo già segnato dalle colpe che aggrediscono e disfano i lineamenti pittorici, risparmiando, invece, provvisoriamente quelli reali, fanno anche di questo un approdo difficilmente dimenticabile.

Carlo Fabrizio Carli

Opere esposte:

1) – Abisso, 2008
2) – Il fanciullo e i melograni, 2008
3) – Natura morta con melograni, 2008
4) – Il ritratto di Dorian Gray, 1988
5) – Origine, 1998
6) – La Dea, 1998
7) – Violette, 1998
8) – Tristano, 1998
9) – La luna Stregata (La luna in re minore), 1997
10) – La luna, 1997
11) – Il flauto, 1998
12) – La Sirena sulla città, 2008
13) – Il luogo della memoria, 2001
14) – Il perdono, 2001

rossi, viterbo, caffeina

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks