Radiohead brain’s

Mai dimenticarlo: c’è intelligenza, nei Radiohead. Non solo talento artistico. Intelligenza. Non solo capacità di comporre brani affascinanti – e interessanti a prescindere dal fatto che siano, o che ci sembrino, piacevoli e attraenti – ma determinazione a non gloriarsi di nulla, ad andare avanti comunque, a cambiare prospettiva e a rimettersi continuamente in gioco.

La maggioranza è a caccia di risposte, impaziente di concludere la partita e precipitarsi sotto la doccia. Impaziente di tornare a casa. O, tutt’al più, di correre al party di festeggiamento, se c’è: là dove tutto sarà gratuito e il buffet, si spera, leggendario.

Loro, quelli come loro, sono a caccia di conseguenze. Usano le domande, i dubbi, ogni forma di incertezza, e addirittura di malessere, come altrettanti catalizzatori di reazioni imprevedibili. I tecnici vogliono certezze, gli studiosi inseguono scoperte. Le puttane del pop si preoccupano delle vendite. I Radiohead si chiedono se la loro musica è abbastanza buona da meritare di essere ascoltata.

httpv://it.youtube.com/watch?v=9Ay699qcSb4
Radiohead, Karma police

Oggi va tutto bene, per loro. Esaurito il rapporto con la Emi, che ebbe il merito di scoprirli per prima ma anche la fortuna di metterli sotto contratto nonostante altre etichette importanti si fossero fatte avanti nel frattempo, Thom Yorke e soci sono padroni assoluti di se stessi.

Non che in precedenza fossero tipi da lasciarsi condizionare e da scendere a compromessi, ma ora, a partire dal 2005, non hanno nemmeno bisogno di porsi il problema e di dire di no, implicitamente o esplicitamente. Oggi, come hanno dimostrato gli ottimi riscontri di critica e di pubblico ottenuti dal loro ultimo album, il convincente In Rainbows, il gruppo gode di un credito tanto ampio da apparire quasi incondizionato. Soprattutto, ed è questo che li mette nella condizione ideale per proseguire a tempo indeterminato il proprio percorso creativo, l’apprezzamento nei loro confronti mostra chiaramente di andare ben al di là di qualsiasi suggestione transitoria: non tanto perché dall’exploit di Ok Computer sono ormai trascorsi più di dieci anni, quanto perché, da allora in poi, la loro musica si è rinnovata a più riprese, spazzando via anche solo l’ipotesi che il successo sia legato a una moda passeggera, tramontata la quale si offuscherebbe automaticamente anche la loro stella.

I Radiohead – cosa che si può dire, purtroppo, di ben pochi artisti, sia pure di talento – sono in perenne evoluzione. Lo sono stati all’inizio, quando ancora si chiamavano On A Friday e non avevano pubblicato un bel niente, e lo sono rimasti in seguito, anche quando i loro dischi hanno cominciato a vendere bene e, sai com’è, ci poteva essere la tentazione di trasformare ogni intuizione azzeccata in una stramaledetta formula. Prendi Creep, per esempio. Ignorata in Inghilterra, al momento dell’uscita, ma accolta assai bene negli Usa. Musica accattivante (e in apparenza assai semplice) e parole romantiche, a modo loro. La sofferenza di un giovanotto insicuro che non si sente per nulla all’altezza della ragazza di cui è innamorato:

«Prima, quando eri qui, non riuscivo a guardarti negli occhi. Sei come un angelo, la tua pelle mi fa piangere, volteggi come una piuma in un mondo meraviglioso. Vorrei essere speciale; cazzo, tu sei così speciale. Ma io sono uno sfigato, sono strano. Che diavolo ci faccio qui?»

Chi si ferma alla superficie pensa di trovarsi di fronte a una tipica “One-hit wonder”, l’ennesima band di sconosciuti che indovina un solo pezzo e poi, nel giro di una stagione o due, torna ad affondare nell’anonimato. Loro, i Radiohead, oscillano tra la soddisfazione e la perplessità: «Non credo di riuscire a spiegare cos’è che piace agli americani di noi», dichiara un sorpreso Thom Yorke. E in seguito, quando Creep sarà ormai diventato il brano con cui tutti li identificano, il gruppo vivrà una vera e propria crisi di rigetto. Prima inizierà a riferirsi alla canzone chiamandola sbrigativamente, e un po’ spregiativamente, «quel pezzo»; poi assumerà una decisione tanto drastica quanto esemplare: smettere di eseguire il brano nei concerti. Bye bye, Creep. Bye bye, “One-hit wonder”.

httpv://it.youtube.com/watch?v=nxpblnsJEWM
Radiohead, Creep

Giù il cappello. Col senno di poi è solo un aneddoto gustoso, da accogliere più con un cenno di approvazione che con un applauso a scena aperta. Acquisito l’happy end, i rischi che si è accollato l’eroe di turno si sottoscrivono a cuor leggero: avremmo fatto altrettanto pure noi, come dubitarne?

Magari, però, non è stata nemmeno questione di coraggio. Magari, e sarebbe anche meglio, è dipeso tutto da una sana insofferenza per ogni genere di gabbia. Per ogni genere di pressione illegittima, ivi incluso il sottile, subdolo ricatto che si cela nell’ammirazione altrui. Quello che per te era solo un gesto, un discorso, un comportamento tra i tanti che potevi avere in quelle particolari circostanze, viene percepito come una rivelazione definitiva. Viene assunto come l’anteprima di innumerevoli altri gesti-discorsi-comportamenti della stessa identica natura.

«Un disco – dice Thom Yorke – non deve essere la conferma di qualcosa. Grazie al download mi piacerebbe far uscire dei singoli, magari prima di andare in tour. Forse in futuro lavoreremo in due o tre alla volta. Non abbiamo firmato un patto col sangue.»

Ma intanto gli anni passano. E loro cinque sono ancora insieme. Ancora gli stessi cinque ragazzi di Oxford che si conobbero, e si scelsero, negli anni Ottanta, quando studiavano all’Abingdon College. La musica come passione, come curiosità, come libertà di fare qualcosa che non ha bisogno di nessuno scopo aggiuntivo, per indurti ad insistere.

«Nel 1989-1990 – ha ricordato il chitarrista Ed O’Brien – cominciammo a riordinare le idee e per la prima volta prendemmo seriamente in considerazione la possibilità di fare un disco, una volta finita la scuola. I REM e i Pixies erano i gruppi di cui parlavamo dopo le prove, seduti al pub a berci una birra. “Loro ce l’hanno fatta, dobbiamo provarci anche noi”. Loro avevano un’etica, qualcosa che andava ben al di là della musica.»

Non c’è solo intelligenza, nei Radiohead.

Federico Zamboni

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