Quando fermai Bush sr.

C’era da aspettarselo che qualcuno avrebbe ritirato fuori la cronaca dettagliata della manifestazione con cui il FdG tentò di bloccare il corteo presidenziale di Bush senior a Nettuno nel 1989.Era già accaduto in passato, quando alcuni zelanti cronisti avevano ricordato che a capeggiare quell’iniziativa c’era Gianni Alemanno, oggi sindaco di Roma che dovrà accogliere Bush junior.

Non si tratta dunque di uno scoop. Evidentemente l’episodio viene reiteratamente a galla perché ci si aspetta una sconfessione di quel sit-in o da parte di Alemanno o da parte di altri autorevoli dirigenti e deputati (come Fabio Rampelli) che organizzarono il blitz. È questa l’impressione che suscita il pezzo uscito ieri sul “Riformista”, la cui prospettiva è però del tutto falsata visto che, probabilmente per scarsa conoscenza del contesto in cui maturò la anifestazione dell’allora FdG, si tende a comprimere l’episodio in una stagione di effervescenza giovanile segnata dall’antiamericanismo e da venature ribellistiche stile corteo-di-disobbedienti. Infatti l’articolo si conclude con un’affermazione rivelatrice: «Ma è roba di vent’anni fa, un’altra storia». Come dire che oggi la destra non ha più nulla a che fare con quelle concitate cronache.

Al contrario sarebbe sbagliato tagliare a fette il passato della destra sezionandone i settori presentabili e quelli di cui “vergognarsi” (tra l’altro vent’anni, in una prospettiva autenticamente storica, non sono abbastanza per segnare la fuoriuscita da un’epoca all’altra) e certe strumentali operazioni che a questo scopo tendono vanno smascherate e inquadrate per quello che sono, cioè inutili provocazioni. Ma possono anche fornire l’occasione per spiegare meglio cosa accadde a Nettuno e perché quel sit-in rappresentò al contrario un’utile maturazione per la destra giovanile e per l’intero Msi.

Bush senior non fu infatti contestato in quanto “amerikano”: il sit-in non violento (lo stile cui si ispirava il FdG degli anni Ottanta non era dunque quello degli spaccavetrine e perciò ogni paragone con i disobbedienti è fuor di luogo) fu inscenato per ricordare al Paese che nella lunga battaglia che interessò nel 1944 la pianura pontina morirono anche centinaia di giovani italiani (i paracadutisti guidati da Corradino Alvino, i marò del capitano Bardelli [nella foto a destra], i legionari di Degli Oddi) convinti di combattere contro la “morte della patria”, espressione che solo nel 1996 darà il titolo a un fortunato libro di Ernesto Galli della Loggia. E dunque quei venti disperati che cercarono di bloccare l’auto del presidente Bush non volevano tanto sbarrare il passo all’inquilino della Casa Bianca quanto rallentare il suo incedere da “vincitore” in un territorio che aveva visto anche sacrifici e atti di eroismo da parte di italiani all’epoca considerati morti di serie B, all’epoca considerati emblema di una vergognosa sconfitta (al punto da escluderli del tutto dalle celebrazioni ufficiali). Quei venti militanti “dannunziani” volevano lanciare un segnale, e il segnale è stato raccolto.

Quel blocco stradale che durò pochi secondi (tra l’altro fu la scorta del presidente a reagire con inusitata durezza verso i manifestanti) fece dunque fare un ulteriore passo avanti verso l’obiettivo della pacificazione che fin dal suo nascere il Msi aveva perseguito.

Poi, solo poi, sarebbero venuti i riconoscimenti di Violante e del presidente Ciampi ai ragazzi di Salò. Poi, solo poi, sarebbero arrivati i libri di Giampaolo Pansa sul sangue dei vinti e i versi de Il cuoco di Salò di un cantautore non certo nostalgico come Francesco De Gregori:

«Che qui si fa l’Italia e si muore / dalla parte sbagliata / in una grande giornata si muore/ in una bella giornata di sole».

Poi, solo poi sarebbe arrivata l’ufficializzazione del sacrario militare del Campo della Memoria, che sorge proprio a Nettuno, da parte del ministero della Difesa. Il 16 giugno del 2005 infatti furono traslate nel cimitero di guerra di Nettuno le salme di 65 militari della Rsi caduti nella primavera del 1944. Un capolavoro politico-diplomatico che si deve all’ex ausiliaria scelta della Decima Raffaella Duelli la quale, quella mattina, per l’emozione non ci capiva più niente a guardava i militari portare nel campo le cassette coi resti dei suoi commilitoni, ognuna con il suo bravo tricolore, e pensava:

«I militari camminano quasi in punta di piedi: è stato spiegato loro quale parte di un’Italia vilipesa e dimenticata stanno deponendo su quella gradinata?».

Poi, solo poi abbiamo potuto leggere nei manuali scolastici che molti giovani fecero la scelta sofferta di arruolarsi nella Rsi per onorare gli ideali di onore e fedeltà in cui erano stati allevati (l’ho letto con stupore e sorpresa sul manuale di terza media di mio figlio, pochi giorni fa…).

Ora, non è mai bello che fatti di cronaca vengano spacciati come leggenda, né nel bene né nel male. Ma quella cronaca da Nettuno nel maggio dell’89 non va sottovalutata, né vilipesa. Nasceva da un atto d’amore per quella che si chiamava all’epoca “comunità nazionale”.

E, per favore, non la si confonda con le gesta del pacifismo disobbediente che sono servite solo a traghettare Francesco Caruso a Montecitorio e Vittorio Agnoletto a Strasburgo.

Ognuno ha la sua storia. E va bene così.

Annalisa Terranova

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks