Lo studiamo da 30 anni…

Noi Gramsci lo Studiamo da trent’anni…

Era forse prevedibile che a certi ambienti la cosa non andasse giù. E così è arrivato un intero paginone del Giornale con l’intervento di quattro intellettuali per cercare di dimostrare che quella presunta contaminazione fosse solo una cosa da bocciare senza mezzi termini.

Oggetto della stroncatura la citazione di Antonio Gramsci formulata nei giorni scorsi dal ministro Mariastella Gelmini nel corso della sua relazione sulla scuola alla Commissione Cultura della Camera. Una citazione a sua volta spiegata e motivata, in un’intervista al Secolo, dalla parlamentare Paola Frassinetti che in particolare ricordava uno studio del 1978 ­ trent’anni fa ­ di Augusto Del Noce in cui veniva sottolineata la sintonia teorica tra Gramsci (foto a destra) e Gentile (foto sotto a sinistra).

Nel suo fondamentale saggio Il suicidio della rivoluzione il filosofo cattolico Augusto Del Noce dedicava infatti 77 dense pagine speculative proprio al rapporto tra i due pensatori. In Gramsci, scriveva:

«Non c’è proprio nulla di crociano, il filosofo a cui guardava era Gentile. La critica gramsciana dello storicismo crociano coincide puntualmente con quella svolta da Gentile».

Di più: Del Noce arriva a parlare di «non marxismo di Gramsci», sottolineando il fatto che la radicale innovazione portata da Gramsci al concetto marxiano di società civile è la premessa «di un ripensamento critico del marxismo». C’è infatti nel gramscismo un rovesciamento del rapporto marxiano tra struttura e sovrastruttura, tra idee e processi economici:

«Il leninismo ­ scrive Del Noce ­ aveva parlato de’l¹egemonia come “direzione politica”, andando in ciò oltre al marxismo nella direzione volontaristica e partitica; per Gramsci bisogna subordinare questa direzione politica alla “direzione culturale”».

Questo e altro veniva spiegato dal pensatore cattolico nella considerato tradizionalista e vicino alla destra, nel lontano ¹78. Di che stupirsi allora a trent’anni di distanza?

Eppure per Gianni Baget Bozzo le riflessioni gramsciana e gentiliana non avrebbero «significato nella politica di oggi». Per Geminello Alvi, poi, «tornare al gramscismo da destra sarebbe totale sciocchezza». Sulla stessa pagina del Giornale la questione viene rubricata al solito «tentativo di appropriazione da destra», a «un’operazione che riaffiora saltuariamente, da anni ormai».

C’è sì il politologo Marco Tarchi che ricorda come, purtroppo, il gramscismo di destra sia rimasto negli anni poco più di un’etichetta: «L’espressione ha ormai passato i trent¹anni ma continua, a quanto pare, ad alimentare ambiguità e timori».

Lo storico Giordano Bruno Guerri, in controtendenza, sottolinea invece come Gramsci non fu ­ oltre a Gentile ­ il solo a teorizzare che il vero agire politico consiste nella diffusione di idee nella società civile: anche l’intellettuale e ministro fascista Giuseppe Bottai giunse a conclusioni analoghe.

«Una destra ­ – ne ricava adesso Guerri – ­ che riesca a superare I vecchi steccati dell’ideologia e a adottare le buone idee senza badare alla provenienza è una destra finalmente pronta a volare alto».

Analoghe le conclusioni su La Stampa ­con un editoriale di Lucia Annunziata che è arrivata addirittura a parlare di «meticciato politico». La frase secondo cui «oggi è proprio la destra l’erede vera del gramscismo» risulta, sottolinea, provocatoria soltanto in Italia. Non è così, spiega: negli Stati Uniti dove tutti sono convinti che l’agire politico sia determinato dalla diffusione di idee nella società civile, e in Francia, dove Sarkozy ha ammesso: «Mi sono appropriato dell¹analisi di Gramsci: il potere si conquista con le idee». E le conclusioni del ragionamento dell’Annunziata sono significative: «A destra -­ scrive ­- è in corso un tentativo consapevole di trasformazione: è un’ulteriore prova che il dialogo non è solo un gioco di parole».

Un’analoga interpretazione viene insinuata anche da un corsivo di Alessandra Longo su Repubblica, intitolato “Il pensatore sardo” ­ in cui, a differenza del silenzio di altri giornali, si fa esplicito riferimento alle parole di Paola Frassinetti:

«Si sono accorti ­- annota la giornalista -­ che rompere gli schemi destabilizza l’avversario e, ormai liberati dai complessi, ci hanno preso gusto. La destra al potere è riuscita, secondo l’analisi cupa di Fausto Bertinotti, a rendere minoritaria la cultura di sinistra».

La “questione Gramsci”, insomma, sarebbe lo specchio del tramonto della vecchia egemonia. E non a caso una polemica analoga venne sollevata esattamente due anni fa, allora sull’onda della sconfitta elettorale.

«E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci», scriveva sul Domenicale il direttore Angelo Crespi. E anche allora l’invito scatenò le polemiche sui giornali. A destra come a sinistra. «Dell’Utri, Gramsci e la disfatta del Polo», era il titolo di un editoriale della Stampa della solita Annunziata.

«Dire ­- spiegava Crespi – ­ che ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra, cioè che solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione non è azzardato».

Era un’analisi che si basava prioprio sull’assunto che ­ secondo Del Noce ­ (nella foto)
è la chiave della riflessione gramsciana: per determinare un cambiamento reale in politica e ­ quindi ­ per governare occorre il consenso profondo della società civile e la capacità di comunicare nella sfera dell’immaginario e della sensibilità diffusa. È d’altronde su questo piano che si gioca la partita dell’egemonia, una partita che ­ come sta dimostrando anche ques’¹ultima polemica ­ viene vinta solo da chi riesce a “rompere gli schemi”.

Del resto, già dopo la stagione del ’93 e ’94 gli analisti più avveduti rilevavano come la destra dopo la caduta del Muro avesse tutte le carte in regola per assicurarsi l’egemonia. Lo scrisse Alberto Abruzzese per spiegare alla sinistra la prima vittoria di Berlusconi nel suo saggio Elogio del tempo nuovo, e lo sottolineò uno storico del pensiero politico come Pasquale Serra. Quest’ultimo, in particolare, sottolineava il fatto che la classe politica di destra arrivata ad amministrare negli anni Novanta fosse stata segnata nel profondo dalle esperienze, dalle suggestioni e dai fermenti del biennio ’76/77, quando cominciava ad entrare in crisi il rapporto dei partiti della sinistra con le istanze più profonde e l’immaginario della società italiana.

«La destra ­ – scriveva Serra – ­ è la prima forza politica che applica rigorosamente i dati della nuova ricerca aperta dal ¹77 e cominciò ad uscire dal ghetto, avvicinandosi per la prima volta agli umori della società. E il vero motore di questo riavvicinamento non era la destra ma la società».

Un riconoscimento che proveniva da uno studioso di sinistra e che coglieva la grande capacità dimostrata da destra di sintonizzarsi e rappresentare una società che stava cambiando nell’equilibrio dei suoi blocchi sociali e nei suoi modelli. E che cos’è questa se non egemonia?

Serra, inoltre, sottolineava l’importanza da parte della destra di saper superare il paradigma neofascista, «al fine di entrare in relazione con i nuovi fermenti della società civile, ormai non più rinchiudibili dentro l¹universo di Marx o di Freud». E infine, sollecitava la sinistra a comprendere il fatto di non essersi accorta di stare da tempo sotto scacco:

«Se si vuole realmente interloquire con e conquistare il consenso di una società che si avvia a uscire dai paradigmi della Prima Repubblica, una nuova prospettiva occorre costruirla insieme a essa. La tematica dell’egemonia (il cosiddetto “gramscismo di destra”), alla lunga, trascinerà questa posizione dentro la democrazia».

Era il 1996, sono passati dodici anni. Quella profezia si è forse avverata.

Luciano Lanna

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