L’ho letto… t’ho detto…

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Io che, alla lettura del Capitale di Karl Marx (a destra nella foto), ho sempre preferito le comiche di Groucho Marx (sotto a sinistra nella foto), incomparabilmente più rivoluzionario del primo, mi sono sempre stupito di quanti sinistri figuri parlassero di quel mattone pazzesco facendosi intrerpreti ed esegeti del verbo ivi contenuto.

Non riuscivo a capire, come, con tanta sicurezza, potessero parlare di un testo illeggibile come pochi. E così mi buttai a capofitto in una di quelle dementi e titaniche imprese giovanili che solo chi è inseguito dagli Incubi notturni e schiacciato dai Demoni meridiani può progettare. Mi misi, con uno stoicismo degno di miglior causa, a leggermelo dalla prima pagina all’ultima, annotando a matita a margine le mie adolescenziali considerazioni, utili poi nel contenzioso con i presunti esperti esegeti. Fu così che, oltre a perdere molte notti (poco male per un insonne come me), scoprii anche che i famosi intellettualini sinistrorsi parlavano per sentito dire, al massimo riferendosi a opere e commenti altrui condensati in pillole.

Davano insomma l’impressione che stessero riferendo letture che non avevano mai fatto. Mi indignavo per questa grassa ignoranza e per la faccia di bronzo con cui costoro spacciavano una conoscenza di rimbalzo o di sponda, atteggiandosi a primi della classe.

E da adulto, non più di due anni fa, mi sono sorpreso a stupirmi, quando, dopo la morte di Enzo Siciliano, critico d’arte, saggista, romanziere, collaboratore di molte testate giornalistiche, Presidente RAI, lessi un’intervista sul CorSera alla vedova che spiegava al giornalista che la biblioteca del caro estinto sarebbe stata regalata a non mi ricordo quale fondazione. Biblioteca che all’atto della morte contava 21000 volumi.

Una vita d’inferno, pensai, a leggerli tutti.

Così mi sono messo a fare un po’ di conti per capire meglio se questi signorini da salotto si possono realmente sciroppare 21000 volumi nel corso della loro vita o semplicemente ne parlono senza averli letti.

Un uomo può vivere mediamente 80 anni, di questi direi, se va bene, solo 70 dedicati alla lettura: fino a cinque non si sa leggere (a parte i casi di precoci talenti) poi, un po’ per la vista, un po’ per le forze che vengono meno, dai 75 agli 80 progressivamente si smette. In una giornata ci sono 24 ore di cui, diciamo, 6 ore dedicate al sonno, 2 dedicate ai pasti della giornata, 1 per lavarsi e vestirsi, 1 per gli spostamenti, 8 per il lavoro. Per la lettura rimangono 6 ore ammesso che uno non faccia altro nel suo tempo libero.

Si può contestare questa ripartizione del tempo disponibile sostenendo che spesso questi personaggi lavorano con i libri e così le 8 ore lavorative sono dedicate alla lettura. Ma io dubito che questo sia corretto, perché tra riunioni, telefonate, lettere, mail, conferenze, recensioni, articoli sui giornali, scrittura di saggi, consulenze, il tempo lavorativo di queste persone non può essere dedicato alla lettura se non in minima parte.

Così dicevamo rimangono 6 ore al giorno pulite.

Una biblioteca di 21000 volumi in una vita da lettore che si protrae per 70 anni viene esaurita se si leggono 300 libri l’anno che significa 1 libro letto in 1,2 giorni, 1 libro ogni 7 ore circa.

Un ritmo infernale, demoniaco, che oltretutto indurrebbe in chiunque una lettura automatica, meccanica. Una via per la totale incomprensione di ciò che si è letto.

Così mi era sorto il motivato dubbio che di quelle sterminate biblioteche solo una parte modesta poteva essere stata effettivemente letta.

È a questo punto che mi sono imbattuto in un’opera a prima vista irriverente e dissacrante Come parlare di un ibro senza mai averlo letto (ed. Excelsior1881, 2007) di Pierre Bayard, che risulta invece un preciso compendio alla lettura, un manuale che indica a tutti noi lettori ciò che già sappiamo in realtà e che pratichiamo costantemente: il senso della lettura.

Già, perché dire lettura non significa nulla. Leggere si può ed in molti modi diversi. Il più semplice e scontato naturalmente è dalla prima pagina all’ultima senza saltare una virgola. Ma poi ognuno di noi ha sperimentato e mette in atto molte altre tecniche di lettura. Così oltre che a leggere un libro si può evidentemente rileggerlo, leggerlo sottolineando le parti che interessano per poi riprenderne la rilettura solo nei brani sottolineati (per scoprire spesso che le parti ritenute interessanti magari non ci dicono più nulla).

Si possono leggere solo alcuni capitoli di un libro, dopo averne accuratamente studiato l’indice.

Si può leggere solo l’indice, o solo la prefazione (io ho varie edizioni dello stesso libro con prefazioni diverse) oppure solo la postfazione. Al limite solo il titolo.

Talvolta mi è capitato di acquistare e leggere libri che erano citati nelle note di un altro, ma di questi ho letto solo le parti che riguardavano l’argomento del volume da cui proveniva la nota. Talvolta si legge solo l’indice dei nomi di un libro per ispirarsi.

Si può leggere saltibeccando da una pagina all’altra senza una logica precisa, ma solo seguendo il filo dei propri pensieri. Si può lasciare sul proprio comodino un libro per leggerne solo pochi passi o frasi per tornarci sopra e ritornarci concentricamente. Io in questo modo ho letto quasi tutto Cioran ed ultimamente Gomez Davila, ma credo che si possano così gustare le massime del Libretto rosso di Mao, ma anche la Bibbia, il Vangelo, la poesia.

Di un libro illustrato si possono guardare solo le figure e leggere le didascalie. Ricordo che il mio primo incontro con la “Storia delle crociate” di Michaud fu attraverso le litografie del Dorè (mitica quella sulla presa di Damietta con le teste mozzate fatte volare con le catapulte ltre la cinta di mura).

Per ultimo, sembra pazzesco, ma si può leggere partendo dall’ultima parola alla prima, come mi insegnò il mio professore di ginnasio (un vero Maestro), costringendo me e gli altri studenti del suo corso ad imparare a memoria interi brani dell’Anabasi e dalla Ciropedia in greco dall’ultima parola alla prima per stimolare la nostra memoria e mnemonizzare i vocaboli per noi sconosciuti.

Si può leggere, leggere, leggere ma alla fine, come ci insegna Bayard nel suo libro, ci si scorda di ciò che si è letto.

Ma questo per l’autore non costituisce un problema, perché basta non avere vergogna, imporre le proprie idee, inventare libri, parlare di sé ed il gioco è fatto. In società la si farà sempre franca. Per noi poveri lettori, non rimane che continuare a leggere, in tutti i modi che ci danno godimento, evitando di millantare crediti che non abbiamo.

Siamo dei dilettanti della lettura, nel senso che leggiamo per diletto, e non scordiamo mai che tutti gli incontri amorosi, dopo una breve estasi momentanea, cadono nell’oblio, lasciandoci al più un morbido retrogusto sulle labbra.

Siamo costretti a dimenticare. Ma questa infine è la nostra muta forza se è vero che la cultura è quello che ti rimane quando ti sei dimenticato di tutto.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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