L’adultera

Dalla parte della libertà, sempre. E dalla parte delle donne,
che poi è la stessa cosa.

Ecco quello che rimane stretto al cuore dopo aver letto il nuovo libro del poeta e romanziere Giuseppe Conte, L’adultera (Longanesi, pp. 284, euro 16,60), la storia di una donna di duemila anni fa che si racconta in prima persona in tutta la sua antichità. Ma anche in tutta la sua modernità. E in effetti, solo un grande poeta prestato al romanzo poteva riuscire a svelare il mistero dell’eternità nello spirito moderno.

La vicenda raccontata è davvero esemplare. Poco dopo l’incendio che colpì Roma sotto l’imperatore Nerone, un anziano Lucio Anneo Seneca incontra una donna, che riconosce come una delle sue schiave. Disperata e sola al mondo, lei comincia a raccontargli le vicende che hanno segnato la sua vita.

Il romanzo di Conte inizia così e prosegue con un flash back lungo 280 pagine che si dipana attraverso l’autobiografia di una giovane modernissima – sembrerebbe una nostra contemporanea – che non rinuncia alla sua libertà e si ribella a un marito che non ama: e che attraverso l’adulterio esprime la propria sensualità e un disperato desiderio d’amore.

Accanto a lei una schiera di personaggi che inevitabilmente segnano il suo destino. Il silenzioso e amato padre, che la deluderà dandola in sposa al ricco ma debole mercante Yacub; il fratello Joram; il centurione romano Lucio, che risveglierà i suoi sensi; l’anziana e disinibita serva Rebecca, il saggio greco Fedro. E poi il Maestro, il Cristo. Gesù di Nazareth compare nella trama quasi in punta di piedi, per uscir ne dopo poche pagine. Eppure il suo ruolo nella vita dell’adultera è fondamentale, sarà lui a salvarla dalla lapidazione, ma non da se stessa:

«Il piacere e l’angoscia erano mescolati così bene che dividerli o anche soltanto distinguerli l’uno dall’altra sarebbe stato impossibile – racconta la donna – il piacere ce l’avevo ancora addosso. Mi sentivo rivoltata, dondolata come se il mare fosse entrato dentro di me. Ma sapevo di essere un’adultera. Lo sapevo e mi angosciava la sensazione di non sentirmi abbastanza in colpa per quello».

L’adulterio, il tradimento, come gesto intimamente rivoluzionario. Perché la fedeltà, l’appartenenza – ci spiega Conte – non deve e non può essere un valore in sé: si dovrebbe essere fedeli a cosa? È la prima domanda che si fa l’uomo per entrare in una modernità che non è modernismo, perché vissuta come liberazione individuale e non come emancipazione di massa.

Si può essere moderni oggi, ovviamente, ma si può essere stati moderni in ogni periodo del cammino umano:

è stato moderno Gesù Cristo che ha lasciato andare libera l’adultera;
è stata modernissima lei stessa che ha tradito per amore e per passione.

Lei che, piccolo Ulisse, fin da bambina era attratta da un mare simbolo infinito di franchigia personale.

«Il mare in continuo mutamento – ha spiegato lo stesso Conte – il mare che è essenza della nostra anima».

Le era proibito persino entrarci coi piedi, troppo pericoloso, l’abisso della perdizione è lì, pronto a rapirti, a portarti via: fin da bambina era legata alla terra, alla famiglia, al sangue e al suolo. Ma lei no, lei sfiorava l’acqua, bagnava i piedi, le gambe, il corpo; in innocenti gesti sensuali si faceva accarezzare dall’acqua, dalla suo stesso desiderio imperioso di libertà:

«Se sono diventata quello che sono, è al mare che lo devo», racconta la donna. «Mi alzai ed entrai nell’acqua, e per la prima volta camminai per qualche passo, in avanti. Il mare mi abbracciava i polpacci, le ginocchia, mi fece tremare quando arrivò a sfiorare l’interno delle gambe. Pensai che era bello, e che nessuno avrebbe potuto proibirmi di sentire quello che sentivo…».

Di lei, della donna adultera, la donna libera del Vangelo, non abbiamo mai saputo il nome.

Nelle scritture c’è traccia di parecchie Maria, c’è Marta, ma lei, salvata dalla lapidazione da Gesù, una delle figure più emblematiche del Nuovo Testamento, è rimasta senza nome e senza storia. E adesso Giuseppe Conte, con questo suo romanzo, le ha restituito la sua storia e il suo perché. Ce la fa conoscere con un’identità precisa. «Mi interessava dare una voce, un’anima, un corpo e un cuore a questo personaggio». Le ha restituito la vita, seppur nel mondo dell’immaginario.

Si è chiesto chi fosse quella donna e quale ne sia stato il destino. Seguendo i liberi suggerimenti dell’immaginazione, ha creato una lunga vita, in cui appaiono uomini del tempio, centurioni, Zeloti ed Esseni sino all’ultima parte, che si svolge a Roma, nella casa di Seneca, di cui la donna è diventata la schiava.

Vita scandita dall’eterno ritorno dei peccati della carne. La storia che la donna racconta ha un andamento circolare, quasi ci sia sempre un destino che attende per riportarci da dove siamo partiti. E così il mare dalla cui sponda la donna parla ora è lo stesso – forse il colore è diverso, forse il bagliore sulle onde è diverso – di quello della Palestina dove lei è cresciuta. Segni sulla sabbia cercano di riprodurre quelli, misteriosi, del Maestro che l’ha salvata e di cui ci sono ora molti seguaci pure a Roma. E anche nella vita della donna è appena successo qualcosa, una tempesta del cuore, uguale a quanto avvenne tanti anni fa, dall’altra parte del mare.

Conte è da sempre appassionato dei due più grandi trasgressori del Novecento, figli dei fiori prima dei figli dei fiori: David Herbert Lawrence e Henry Miller. E insieme a Lawrence e Miller, oggi Conte in questa sua ultima storia prosegue la sua ricerca esistenziale prima che narrativa in nome di una libertà individuale che non diventa mai ideologia: la rivoluzione di Conte è sempre rivoluzione intima, ricerca personale, in qualche modo religiosa, sicuramente spirituale.

E allora la storia di questa donna che ha vissuto duemila anni fa, fatta moglie per costrizione, adultera per passione e scelta, libera per l’avvento del nuovo nel mondo, quindi ancora schiava, infine libera, è la vera storia di ognuno di noi: la storia delle nostre fughe e dei nostri tradimenti, della possibilità di inventarsi nuove vite, nuovi mondi, nuove speranze.

La peccatrice si racconta, si confessa quasi, ed esorcizza il suo peccato, lo annulla, lo spiega, lo umanizza. Non c’è condanna, c’è compassione. Specchiandosi nei suoi occhi e nelle sue debolezze, meglio che in tante prediche domenicali si ascolta l’eterna attualità del messaggio cristiano.

Il mare, il sesso, l’amore, la passione, sono tutte metafore concretissime che svelano il segreto più intimo dell’essere umano: l’eterna e tragica tensione tra il desiderio di libertà e i vincoli che ci impone la società.

Conte mette il dito dentro questa piaga. Ma lo fa con leggerezza narrativa, con il gusto del racconto e della storia che diventa mito.

Filippo Rossi

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