Krsko: incidente livello “0”

INCIDENTE ALLA CENTRALE NUCLEARE DI KRSKO

Proprio nei giorni in cui in Italia si accendeva il dibattito sul ritorno all’utilizzo dell’energia nucleare un incidente alla centrale nucleare slovena di Krsko riproponeva il fattore “sicurezza”.

L’incidente è stato in realtà poca cosa.

A causa del malfunzionamento di una valvola il sistema ha rilevato la presenza di 3 metri cubi di acqua in più nel sistema di raffreddamento del reattore (rispetto ai circa 1.200 di norma) e quindi si è proceduto allo spegnimento, senza emergenza, per verificare i motivo dell’anomalia.

Secondo la scala internazionale INES che definisce la gravità degli incidenti in reattori nucleari da 0 a 7, questo Krsko è stato classificato a livello “0”

(La centrale nucleare di Krsko, Slovenia)

Nonostante questo è opportuno fare alcune considerazioni sull’aspetto “sicurezza” delle centrali nucleari, visto che si tratta del fattore che più mette in ansia l’opinione pubblica, ancora segnata dal disastro della centrale nucleare di Chernobyl, accaduto in Ucraina nel 1986.

E questo perchè sarebbe assurdo sostenere che possa esistere una attività umana a rischio “zero”, ma allo stesso tempo si può sostenere che questo rischio è misurabile e gestibile, come appunto l’incidente di Krsko sta a dimostrare.

Il sistema di gestione del rischio fa capo alla AIEA, l’agenzia internazionale dell’energia nucleare che esegue un costante monitoraggio delle centrali nucleari in funzione, emana direttive, esegue ispezioni, ordina se necessario interventi e aggiornamenti, sia tecnologici che gestionali. In questo modo si ottiene che i 437 reattori nucleari attualmente in esercizio al mondo funzionino secondo criteri e parametri unificati, con l’obbligo di notifica di qualsiasi “evento” che si discosti dalle normali procedure.

E questo interessa particolarmente un paese come l’Italia, che pur utilizzando massicciamente l’energia nucleare (da Francia, Svizzera e Slovenia), da centrali poste ai confini e prossimamente da Romania e Bulgaria (da centrali che sono in ristrutturazione e che funzioneranno per noi) non può gestirle direttamente.

Questo sistema di controllo ha fatto si che dopo il disastro di Chernobyl non ci fossero incidenti di rilievo in centrali nucleari. C’è stato in Giappone un incidente in un laboratorio di trattamento del combustibile, e un altro per la rottura di una tubazione di vapore. Neanche un potente terremoto (7^ grado della scala Ricther) che ha investito la centrale nucleare giapponese di Kashiwazaki (la più grande del mondo, con cinque reattori) ha messo in crisi i sistemi di sicurezza che sono intervenuti automaticamente fermando i reattori.

E come si può verificare dalla tabella le centrali nuceari sono in esercizio ai quattro angoli del pianeta, in paesi diversissimi fra loro e per cultura industriale e per capacità tecnologica.

Ma allora, come è potuto succedere il disastro di Chernobyl del 1986? Per un insieme d fattori che hanno contribuito poi ad aggravare il primo incidente, ma per un fattore principale scatenante: la rimozione dei sistemi di sicurezza.

Si voleva eseguire un esperimento, da fare sul reattore n. 4 della centrale nucleare, finalizzato a verificare se, nella fase di spegnimento del reattore, l’acqua di raffreddamento potesse circolare per inerzia della turbina a vapore invece che spinta dalle apposite pompe elettriche.

Questo esperimento era stato dapprima bocciato, ma alla fine i proponenti erano riusciti ad avere l’autorizzazione.

L’esperimento era stato tentato già una volta circa due mesi prima del disastro, ma in quel caso le sicurezze automatiche del reattore erano intervenute, spegnendolo senza nessuna conseguenza.

Così si è pensato bene di rimuove tutti i sistemi di sicurezza, attivi e passivi (rimuovere “fisicamente”, sbullonando i cavi elettrici dei sistemi di sicurezza e facendo estrarre le barre di controllo, anche quelle che non dovevano essere assolutamente estratte e che da sole avrebbero comunque impedito il disastro)

Quindi l’incidente è accaduto perchè si è voluto fare un “esperimento” del tutto sballato, rimuovendo i sistemi di sicurezza attivi e passivi.

L’incidente non è stato una “esplosione nucleare”, che in un reattore non può succedere.

Il vapore acqueo dell’acqua di raffreddamento con l’aumento della temperatura è salito di pressione fino a far esplodere il reattore e far saltare il soffitto dell’edificio. E priva del raffreddamento la grafite si è surriscaldata fino ad incendiarsi. E i fumi dell’incendio hanno trascinato in aria le sostanze radioattive.

Tutta una serie di fattori negativi contribuirono ad aggravare l’incidente

  • Il reattore RBMK è moderato a grafite. In occidente questo è proibito perchè la grafite si può incendiare, come è successo a Chernobyl.
  • Il reattore RBMK lavora in regime di “vuoto positivo”, cioè all’aumentare della temperatura aumenta la reazione (invece deve avvenire esattamente il contrario)
  • Il reattore RBMK è costruito in un semplice capannone industriale, cioè è privo di struttura di contenimento che ha proprio la funzione di contenere l’emissione di sostanze radioattive
  • E’ importante capire che in un reattore nucleare “non può” generarsi una esplosione atomica, nel qual caso evidentemente sarebbe inutile qualsiasi opera di contenimento.

Infatti la velocità della reazione nucleare dipende dalla percentuale di arricchimento dell’uranio, che nel caso di un reattore nucleare è del 3-5%. In una bomba atomica l’esplosione può avvenire perchè l’uranio è arricchito al 95%.

L’incidente peggiore possibile è quello accaduto a Chernobyl: fusione del nocciolo (in quel caso aggravato dalla presenza della grafite, che si è incendiata e con i fumi dell’incendio ha sparso gli elementi radioattivi).

Per “fusione del nocciolo” si intende che tutto l’insieme del nocciolo (combustibile, barre etc) a causa della temperatura fonde in una specie di magma che rimane pastoso, fluido, fino a che non si fredda (questo può richiedere settimane o mesi, secondo la condizione. A Chernobyl si è solidificato rapidamente, entro qualche settimana).

Questo è il nocciolo fuso del reattore di Chernobyl:

Luigi Di Stefano

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