Fare “Mucchio” (selvaggio)

La prossima uscita arriverà tra qualche giorno, ai primi di luglio. Sul dorso ci sarà in bella evidenza il numero progressivo, nientemeno che il 648. Sopra il nome della testata – che quando tutto cominciò, nel 1977, era Il mucchio selvaggio, mentre ora è semplicemente Mucchio, senza neppure l’articolo – la consueta scritta chiarirà, ancora una volta, che si tratta di un “mensile di musica cinema libri performance e attualità”.

Sulla copertina campeggerà una foto (l’ultima è stata quella di Toni Servillo in Gomorra, la penultima un’immagine evocativa del Sessantotto: poliziotti di spalle pronti a colpire, manifestanti a un passo di distanza o anche meno; però né degli uni né degli altri si vedevano distintamente le facce, come si conviene alle comparse nelle scene di massa) e qualcuno degli argomenti principali. Più in basso, in due righe che corrono lungo il bordo inferiore, un’ulteriore manciata di indicazioni.

Per esempio, continuando a citare dal numero di giugno, “Musica: Notwist, Pete Molinari, Black Angels, My Brightest Diamond, The Niro, Bruce Springsteen, Mudcrutch, CCCP, Fabrizio De André, Steve Von Till, Coldplay, Bonnie ‘Prince’ Billy. Cinema: Peter Whitehead, Quo Vadis, Baby?, Be Kind Rewind, Indiana Jones. Libri: Vincenzo Latronico, Paola Barbato, I confini della realtà”.

Niente di strano, se parecchi di questi nomi non vi dicono niente. Non sono lì per attirarvi titillando una passione già accesa. Al contrario: sono lì per far capire subito che qui si gioca una partita completamente diversa da quella dei soliti imbonitori. Qui si parla di artisti che meritano di essere conosciuti anche se non sono famosi. Oppure di artisti che sono già celebri, ma che meritano di essere ripuliti dagli stereotipi che l’eccesso di notorietà finisce, quasi infallibilmente, con l’imporre.

«Il Mucchio nacque essenzialmente perché non trovavamo un giornale che parlasse dei musicisti che ci piacevano. Trovare articoli sul rock americano, Little Feat, Allman Brothers, Springsteen, era praticamente impossibile. La stampa musicale italiana è sempre stata filo-inglese, con l’unica eccezione del mensile Gong che però visse quattro anni a cavallo tra il ’74 e il ’78.»

httpv://www.youtube.com/watch?v=8rGFfO5fUvE
(Bruce Springsteen, Born to run)

Max Stefani c’era all’inizio, quando la rivista era poco più di una fanzine per appassionati entusiasti, e un tantino monomaniaci, e c’è ancora oggi. Oggi che sono trascorsi più di trent’anni dal primissimo numero e nel prodotto finale non c’è più nulla di dilettantistico: collaboratori che spaziano a tutto campo, accomunati dal bisogno di qualità ma lontanissimi da qualsiasi settarismo; veste editoriale bella e rifinita, con le sue 162 pagine di carta patinata e immagini nitide e stampa di qualità.

Stefani non si nasconde, nel suo ruolo di direttore-editore. Ha le sue preferenze e le asseconda. Sa di dover prendere delle decisioni – non sempre gradite, talvolta sbagliate – e le prende. Probabile che lo faccia innanzitutto per temperamento, piuttosto che per una consapevole assunzione delle responsabilità connesse al comando, ma dopo tutto questo tempo la sua leadership venata di insofferenza è comunque legittimata dal fatto stesso che il Mucchio è ancora sulla breccia, orgoglioso della propria indipendenza dalle case discografiche e da ogni altro centro di potere imprenditoriale, mediatico e politico.

Se è vero che il merito dei singoli articoli spetta a coloro che li hanno scritti, la riuscita complessiva dell’operazione va accreditata a chi, nonostante tutto, ha saputo evitare che incomprensioni e dissidi conducessero all’epilogo.

«Il Mucchio essenzialmente rappresenta quello che sono io. Faccio sempre di testa mia e non amo le riunioni. Anche se questo non vuol dire che non stia a sentire tutti. Però poi traggo le conclusioni e decido. Se stai sempre a sentire tutti non vai avanti. E un giornale che stia bene a tutti non riuscirai mai a farlo. Sarai sempre insoddisfatto. Come del resto succede anche con i lettori».

httpv://www.youtube.com/watch?v=WfM6nRVBvGs
(Allman, Jessica)

Ma l’insoddisfazione, ovviamente, dipende da ciò che si cerca. Se l’aspettativa è quella di una totale corrispondenza tra i propri gusti-valori-convincimenti e quelli di chi scrive, il Mucchio è altamente sconsigliato.

Il Mucchio non è mai neutrale. Loda fino all’esaltazione, critica fino all’invettiva. Si schiera, esagera, ci ripensa, si corregge. Non è uno specchio in cui rimirarsi: è una finestra (anzi una lunga, interminabile serie di finestre, di oblò, di periscopi, di ogni altro possibile strumento o spiraglio o visione) che si apre su realtà non omologate e che ci invita a dare almeno un’occhiata. Chi sono i Notwist? Cos’è Be Kind Rewind? Cosa scrive Vincenzo Latronico? Alla stragrande maggioranza non interessa. Neanche un po’.

La stragrande maggioranza si tiene strette le sue predilezioni e si sofferma solo su quello che conosce già. O su quello che è talmente strombazzato dai media da diventare imprescindibile. Si appassiona a Dan Brown e al Codice Da Vinci; crede che Zucchero sia un musicista blues; si bea della Divina Commedia, purché nella versione “tanto pe’ cantà” di Roberto Benigni.

Il Mucchio vende sì e no 20mila copie, abbonamenti compresi. La parola d’ordine è tirare avanti, sperando che la passione continui a gratificare gli articolisti più dei magri compensi e che, per ogni eventuale defezione, spunti fuori un ragazzino di talento che ha qualcosa di intelligente da dire.

Nessuno, men che meno Max Stefani, si aspetta che i lettori aumentino sensibilmente; semmai si teme il contrario: che le file degli acquirenti si assottiglino ancora di più, vuoi per una recensione non condivisa (è successo, succederà ancora) vuoi per l’ennesimo ritocco del prezzo di copertina.

Ma intanto, in un modo o nell’altro, il Mucchio rimane al suo posto. Indaffarato come sempre a disegnare mappe di territori poco o niente frequentati, a ricostruire percorsi di viaggiatori degni di tal nome, a scommettere che la sincerità e l’intelligenza servano da antidoto a queste maledette intossicazioni da musica banale, da film irrilevanti, da libri alla moda.

Federico Zamboni

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