Cronache di Roma

LE DONNE PD HANNO PAURA. DI ALEMANNO?
Appello al sindaco perché torni un clima civile.

Rutelli le voleva tutte col braccialetto per “proteggerle” da assalti e violenze ma oggi, a poche settimane dal voto che ha visto la “marea nera” conquistare il Campidoglio, le donne dell’area di sinistra hanno altri problemi e incalzano il sindaco Gianni Alemanno affinché si adoperi per fermare gli episodi di intolleranza, per recuperare una compromessa convivenza civile.

«Non vogliamo vivere unicamente in un clima di paura…», dicono, e in calce ci sono le firme di Daniela Valentini (ex assessore di Veltroni), Silvia Costa (assessore della giunta Marrazzo), Maria Coscia (deputato Pd), Monica Cirinnà (già delegata veltroniana ai diritti degli animali) e Piera degli Esposti (attrice).

Il clima di paura, beninteso, non riguarda le aggressioni e le violenze subìte dalle donne ma i raid “razzisti” che, dal Pigneto all’università, starebbero mettendo in pericolo il clima civile nell’Urbe. E ciò secondo quel vizio mentale di cui ieri Pierluigi Battista faceva un’esemplare caricatura parlando nella sua rubrica di “fascismo percepito”, rimandando alla categoria di Ur-fascismo utilizzata da Umberto Eco.

In pratica, questo fascismo prepolitico eletto a vizio capitale albergherebbe in chiunque

«agiti una spranga, maneggi una bottiglia incendiaria, si sfoghi nei raid di quartiere…».

Sicché se il preside di Lettere alla Sapienza viene “sequestrato” da un gruppo di facinorosi antifascisti non è che uno se la prende con i collettivi universitari, al contrario si fa un bel comunicato in cui si ribadisce lo spirito antifascista dell’ateneo capitolino.

Grazie al “fascismo percepito” di cui parla Battista il quotidiano Liberazione ha potuto aprire l’edizione di sabato scorso bacchettando unpresidente di Municipio del Pdci reo di avere rivendicato lo sgombero di cinque baracche dove si appartavano trans e prostitute.
L’idea che il minisindaco del VII Municipio potesse parlare di “bonifica dell’area”
da parte dei vigili ha innescato nella redazione del quotidiano di Sansonetti una reazione urticante, si è respirato un clima di intolleranza dietro le parole del malcapitato presidente (il quale per la cronaca si chiama Roberto Mastrantonio), su di lui è stata rovesciata con rozza semplificazione la categoria del “fascismo percepito” anche perché, specifica il giornale, i residenti non avevano chiesto lo sgombero delle casupole di lamiera, verso le quali insomma andava manifestata una sana tolleranza di sinistra anziché un’insana legalità di destra. Raggiunto al telefono dalla giornalista di Liberazione, il Mastrantonio ovviamente si difende, cade dalle nuvole e poi reagisce quasi alla Verdone (“Io so’ comunista così… “, cioè con due pugni alzati e non con uno solo, il che sarebbe emblema di un comunismo rinforzato) e dice:

«Vuole sapere cosa penso? penso che la sinistra non capisce niente, le fanno comodo le baraccopoli per poi dire che tutto il mondo è razzista, come è successo al Pigneto…».

Una logica stringente ed esemplare. Non c’è bisogno di aggiungere alcun commento. Tutti a caccia dell’Ur-fascismo, dunque, tutti ad annusare, scandagliare, interpretare segnali, come gli indovini che scrutavano nelle viscere degli animali sacrificati, che poi sarebbero i romani, condannati a vivere con la baraccopoli dietro casa perché lo sgombero è razzista e la Cirinnà si dispiace. Il punto è che, soprattutto in certe borgate, in certe zone, in certe periferie, il gorgheggìo solidale e compenetrato di senso civico che le elette della sinistra hanno rivolto al sindaco Alemanno non arriva se non deformato. E magari sarà a causa di ciò che non viene percepito il pericolo del fascismo ritornante, bensì si percepisce indifferenza, lontananza, semplificazione ideologica. E poi che c’entra il sindaco? E poi che c’entra il sindaco? Alemanno ha condannato gli episodi di violenza. Ma non basta.Anche Veltroni condannava, però in quel caso la condanna si riteneva più pregnante, più utile, più conforme, più politicamente corretta. E il fatto che la violenza al Pigneto abbia cambiato colore, rivelandosi rossa da nera che era, non ha scosso affatto i cacciatori dell’Ur-fascismo.

Sull’Unità, ad esempio, leggiamo che il problema non è tanto la “marea nera” quanto la giustizia-fai-da-te:

«Se un politico diventa sindaco gridando davanti ai microfoni tolleranza zero, poi qualcuno può pensare che è arrivata l’ora del fai da te. Proprio come al Pigneto».

In sintesi: il giustiziere aveva il “Che” tatuato sul braccio ma la colpa, intendiamoci, è sempre di Alemanno…

Ancora sull’Unità è Lidia Ravera, con prosa rigorosa e tranchant, a definire antropologicamente il Dario Chianelli che al Pigneto pretende che gli stranieri righino dritto. Ovviamente è fascista. Perché esercita la sopraffazione, fa la voce grossa, impone il rispetto con la forza. L’Ur-fascismo libera da ogni imbarazzo. Del resto il Che è salvato comunque perché la Ravera ci spiega che

«abita stabilmente sulle t-shirt di chiunque, pochi sanno qualcosa del suo pensiero e delle sue azioni, ma molti conoscono la sua barba…».

Che lo stesso possa valere per la croce celtica o la svastica non è neanche concepibile, ovviamente. Il fascismo concepito come un’idea platonica, di cui la realtà partecipa persino senza esserne consapevole, è piegato a ermeneutica di un mondo di cui altrimenti la sinistra non capirebbe nulla. Invece no. Invece, dice Lidia Ravera, dobbiamo «comunque trovare un discrimine tra noi e loro, fra i buoni e i cattivi».

In pratica la sinistra non rinuncia a voler salvare il mondo, anche a dispetto di un’umanità che rifiuta quel genere di salvezza. Il mondo non vuole saperne? Gli si mette la camicia di forza.

Ora si costringe la realtà con la gabbia delle etichette, domani chissà…

Annalisa Terranova

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