Cinghiamattanza

Un articolo di Repubblica di qualche tempo fa li definì “macabri”, “violenti”, “insensati”. Xl, il mensile “giovane” del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, ci andò più cauto, intervistando gli stessi protagonisti che, in romanesco, spiegarono: «Se fa’ pe cazzara’», si fa per scherzare.

Il fenomeno che raccoglie tanta attenzione da parte di giornalisti e sociologi è la “cinghiamattanza”. Ovvero la goliardica bolgia in cui ci si fa spazio a colpi di cinta durante i concerti dei Zetazeroalfa. Il gruppo romano è del resto l’autore della canzone omonima, i cui si dettano le regole del gioco e si spiega la filosofia ad esso sottesa: «Primo me sfilo la cinta, due inizia la danza, tre prendo bene la mira, quattro: cinghiamattanza! Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza, solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza! Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza, brucia la vita d’ardito, urlerai: cinghiamattanza!». Il tutto impazza ovviamente su internet dove troviamo un blog dedicato al nuovo sport (http://cinghiamattanza.blogspot.com).

Ci viene spiegato – in una fantasiosa ricostruzione genealogica – che l’origine di questo tipo particolare di lotta risale ai pirati e tagliagole di Tortuga. Si chiarisce inoltre con puntiglio che «cinghiamattanza non è frustrazione, non è sfogo insensato, non è voglia di fare del male in maniera gratuita», ma è piuttosto «onore, è lotta di strada ma sottesa da un’etica, caciara costruttiva, sudore e volontà». Su youtube, dove i video in tema sono miriadi, i commenti dei visitatori sono contrastanti. C’è chi esulta, ma c’è anche chi critica: «semplicemente lobotomizzati», «fate paura ragazzi… ».

httpv://it.youtube.com/watch?v=CYwlptDYJGk
Zetazeroalfa, Cinghiamattanza

L’impressione generale è che l’ironia sottesa alla nuova “moda” sfugga alla maggior parte dei commentatori. Perché si può anche rimanere perplessi di fronte ad una vitalità giovanile che si esprime in modo così prorompente. Ma prima di ogni altra cosa andrebbe colto lo spirito. Che è sempre e comunque goliardico, mai fanatico o esaltato. Nessuno si prende veramente sul serio mentre brandisce la sua cinta nell’aria. Quello stesso accennare alla “casta guerriera” fa capire quanto di autoironico vi sia nella canzone, quasi a prendere in giro i tanti che, dopo una lettura frettolosa di Evola, si sono improvvisati “kshatriya” (la casta guerriera indiana, appunto) della domenica.

Il servizio di Xl dedicato al fenomeno ha ben centrato questo punto, lasciando la parola agli stessi protagonisti:

«Ci si prende in giro – assicuravano – è un gioco.
Ci hanno accusato di essere violenti ma si fa tra amici».

Spunta anche un volantino in cui si invita a prendere tutti a cintate, dal postino alla suora, ma sono stati sempre i fondatori dello sport a chiarire il punto:

«Nessuno usa la cinta se non tra amici. Non si capisce che è ironia?
Nessuno ci ha preso sul serio, nessuno ha cinghiato una suora».

Quanto al fatto che la cinghiamattanza inciti alla violenza, si può dire che come minimo essa è in buona compagnia, dato che la stessa accusa viene ciclicamente rivolta contro i cartoni animati giapponesi, l’heavy metal, i videogiochi e chi più ne ha più ne metta. Nessuno si chiede se il rito, l’agonismo, la sfida, lo sforzo, il dolore non disinneschino pulsioni violente comunque latenti nell’animo umano e altrimenti destinate a cercare altre valvole di sfogo. Qualcuno ha mai letto un libro di Lorenz o Eibesfeldt, per caso?

Ma andiamo avanti. Volendo scavare un po’ più in profondità si può cercare di stabilire delle coordinate culturali al cui interno inquadrare il fenomeno. Fight club, in questo senso, è il riferimento più scontato.

Il senso più profondo del libro di Palahniuk e del film di David Fincher che da esso è stato tratto non si trova, infatti, nell’anticonsumismo da “Baci Perugina” della serie: «Le cose che possiedi alla fine ti possiedono». No, il messaggio veramente originale della storia risiede piuttosto nel creare la sfida a questo mondo omologato partendo non dalla rinuncia, dalla fuga, dall’idillio neo-hyppie, ma piuttosto dall’azione, da una vitalità non repressa, dallo stile, dal gioco virile.

httpv://it.youtube.com/watch?v=n8VgqqcHb_8
Fight Club – Discorso di Tyler Durden

Recensendo il film nel 1999, Roberto Nepoti parlò su Repubblica di

«una ideologia estremamente ambigua; meglio: equivoca. E’ equivoco lo sguardo portato sui personaggi di Fight Club, profeti di una violenza che si vorrebbe rigeneratrice (e come tale spacciata dai protagonisti alla Mostra di Venezia, dove il film fu presentato), di un truce dandysmo tra il nichilista e il testosteronico. La ribellione contro il logorio della vita moderna è fatta di sostanza qualunquista e inclina alla violenza rigeneratrice di marca fascista».

Una preoccupazione che ci conforta, perché annuncia che il politicamente corretto è stato colpito, anche se non ancora affondato. Fight club segna in effetti una sfida al consumismo in nome degli istinti, della lotta, della vita. Un concetto che – citiamo sempre dall’intervista di Xl – i ragazzi della cinghiamattanza sembrano avere ben chiaro:

«Basta con il politically correct – dicono – con questa gara quotidiana a essere morbidi. Noi vogliamo essere vivi. Vogliamo essere felici, soffrire, sanguinare. E’ anche un modo per tornare agli istinti e non essere solo un numero. La vera violenza è quella dell’omologazione. E poi qual è il problema? Un po’ di dolore, ogni tanto del sangue, d’accordo. Ma la vita è questo: piacere e dolore, amore e odio».

C’è, in tutto questo, anche una forte riscoperta del dato della corporeità. Elemento misconosciuto e mortificato da una lunga tradizione culturale (Michel Foucault ci ha spiegato i meccanismi di controllo in essa celati), il corpo rivive una seconda giovinezza in larghi settori della cultura contemporanea.

«Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza», dice Nietzsche. Ecco allora che la ribellione postmoderna passa anche per una ri-appropriazione del corpo. Attraverso il sangue ed il sudore passa la riscoperta di una nuova consapevolezza.

E se i nuovi depressi, gli “emo”, hanno bisogno di torturarsi, di tagliarsi, di mutilarsi per provare ancora qualcosa, ad altri basta dare e ricevere cinghiate per respirare un po’ di autenticità. La scissione di spirito e materia sembra in effetti un retaggio di tempi ormai superati. Lo spirito non è vero se non si incarna, la materia non ha valore se non si spiritualizza. Ed allora c’è la voglia di sentirla di nuovo, questa carne, di sfidarla, di provarne la resistenza e di riceverne gli stimoli.

Qualcuno nota malignamente che in questo ammassarsi di corpi seminudi vi sia un riferimento velatamente gay. Ed è tutto sommato significativo che proprio in campo “progressista” ci si attacchi ancora all’accusa di omosessualità per screditare qualcuno o qualcosa.

Già lo psicologo Claudio Risé, del resto, notava come questo tipo di illazioni colpiscano ogni tentativo di riscoprire una identità virile.

«L’archetipo maschile – spiegava Risé – é creatore di forme e iniziatore di azioni, ha in sé un principio di cambiamento, rivoluzionario se si vuole, che non deve essere inibito o castrato, pena conseguenze gravissime di ordine non solo psicologico, ma anche storico – sociale, e naturalmente spirituale. Nella società dei consumi l’iniziatore di forme diventa uno scocciatore, un impertinente che va a rompere equilibri consolidati, perché con il suo comportamento innovativo rischia di scatenare l’altra faccia della realtà che non é la conservazione dell’esistente (materno), ma la creazione di nuove forme (maschile)».

Adriano Scianca

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