Carlo Petrini e il vertice Fao

FAO: FAME NEL MONDO CON CENA DI GALA

«Quando un’istituzione, un’azienda o un governo si danno degli obiettivi e non riescono a raggiungerli, si sostituiscono le persone ai loro vertici, si licenziano i manager che hanno fallito, si va alle urne per cambiare il governo».

Questo l’attacco dell’articolo di Carlin Petrini uscito su Repubblica la settimana scorsa, in occasione del vertice mondiale sull’alimentazione tenutosi a Roma dal 3 al 5 giugno.

Se la crisi alimentare imperversa e gli esseri viventi che soffrono la fame crescono di anno in anno, evidentemente i suoi obiettivi la Fao li ha falliti, e drasticamente anche. Parla come mangia, Carlin Petrini. Semplice, essenziale e genuino, l’inventore e fondatore di Slow Food arriva diretto al cuore del problema e non risparmia attacchi, se crede. Nemmeno ai colossi istituzionali. Perché per Petrini bisogna riflettere sull’utilità e l’efficacia di queste mega istituzioni che non riescono a fronteggiare il loro compito. E per lui innanzitutto è sbagliato che i principali interlocutori dell’incontro romano sull’alimentazione siano stati i produttori transnazionali di sementi, fertilizzanti, ogm e junk food, «gli unici – scrive – che della crisi non sembrano accorgersi e, anzi, forse i soli a guadagnarci».

Senza giri di parole e con rassicurante accento piemontese, Petrini ci spiega, invece, quali potrebbero essere le risposte giuste e come una corretta filosofia del cibo, inteso soprattutto come atto agricolo, sia alla base di un atteggiamento responsabile verso l’ambiente.

Un sano rapporto con il cibo è in estrema sintesi proprio l’obiettivo di Slow Food, il movimento-fondazione no profit che dal 1986 promuove su scala planetaria il diritto al piacere, a tavola e non solo. SF, con una linea d’azione trasversale, studia, difende e divulga le tradizioni agricole ed enogastronomiche di ogni angolo del mondo, tutelando la biodiversità e i diritti dei popoli alla sovranità alimentare, contro l’omologazione di saperi e sapori.

Perché, secondo Petrini, il problema principale è la latitanza, ai vertici della nostra società, di cultura del cibo e cultura agro-ecologica e porta come emblema di questo “disastro culturale” proprio il fatto che un summit sulla fame nel mondo sia chiuso da una cena di gala.

È un personaggio vincente, Carlin Pettini, con un progetto vincente, che ha in sé la forza del sogno: un movimento ecologista, verde, pacifista, ma anche edonista, non piagnone, né punitivo.

Insomma, un sogno buono, pulito e giusto. Come la gastronomia che promuove.

httpv://it.youtube.com/watch?v=6qmpCZlX9rc

Questa è l’intervista che ci ha rilasciato.

Prezzolini nel libro sull’eredità italiana, dopo i capitoli su S. Francesco, Dante, Machiavelli, Colombo, Vico, Risorgimento e Futurismo, parlò -citando Artusi della cucina italiana come filosofia della vita. Condivide?

«Direi proprio di sì e mi sento di estendere questa affermazione a tutte le cucine del mondo. Nella misura in cui le cucine esprimono un rapporto identitario con il territorio, con la civiltà che rappresentano, costituiscono una parte importante della filosofia della vita».

Lei intende la cucina come tradizione o come rinnovamento?

«La intendo più che altro come linguaggio, quindi come un qualcosa in costante evoluzione. Credo che sia figlia dello scambio, di materie prime, di tecniche e di strumenti d’uso. Questi ingredienti viaggiano, passano da un popolo all’altro e ne cambiano il linguaggio culinario, per una cucina che si evolve ininterrottamente».

Qual è il modello di consumo alimentare, la filosofia del cibo, che educa a essere in sintonia con l’ambiente?

«Un consumo alimentare in sintonia con l’ambiente è quanto tutte le persone di buon senso dovrebbero auspicare. Oggi però, purtroppo, una delle principali cause di distruzione degli ecosistemi è proprio una produzione di cibo massiva, non rispettosa dei tempi di madre natura e che chiede alla terra più di quello che questa può dare, contribuendo così a generare insostenibilità ambientale. Tornare a un rapporto armonico con la natura, ricorrere a produzioni più sostenibili e ritmi meno stressanti, non concepire la terra madre come una risorsa infinita sono i punti cardine della via maestra per ridare anche alla cucina un ruolo importante nel rispetto dell’ambiente».

Cibo biologico, cibo da ricchi? Come può essere reso di massa, senza che si esaurisca in una sorta di snobismo verde radical-chic, un po’ elitario?

«Innanzitutto bisogna che aumenti la domanda del biologico: più richieste possono generare l’aumento delle produzioni e questo può contribuire ad avere prezzi più calmierati. A questo proposito penso sia importante non farsi fuorviare dalla visione del cibo troppo caro: oggi il vero problema non è il cibo troppo caro, ma, al contrario, il cibo troppo economico. Dobbiamo capire che nelle priorità di spesa il cibo non può stare dietro l’elettronica».

In che senso?

«Cerco di spiegarmi. Nel 1970, la famiglia italiana media spendeva per mangiare il 32% del suo reddito. Oggi ne spende il 14%. Se vogliamo spendere sempre di meno, non possiamo poi lamentarci se subentrano i prodotti cattivi, come la mucca pazza, i polli alla diossina e chi più ne ha più ne metta. In realtà il problema è che in questo mondo di cibo se ne produce fin troppo, ma è mal distribuito. Secondo la Fao la nostra terra produce cibo in quantità sufficiente a sfamare 10 miliardi di persone, mentre la popolazione mondiale è di 6 miliardi e 300 milioni di unità. Eppure nel mondo 800 milioni di persone soffrono la fame e ben 1 miliardo e 700 milioni soffrono di obesità, diabete e malattie cardiovascolari, determinate da eccesso di cibo. Purtroppo i volti scheletriti di tante persone del Sud del pianeta e quelli panciuti degli abitanti dei Paesi ricchi, sono due facce della stessa medaglia. La verità è che mangiamo male e il consumo alimentare è squilibrato. Noi per primi, che apparteniamo all’occidente ricco, dovremmo cambiare il nostro rapporto con il cibo, coniugando il piacere con la moderazione, e non con la crapula. Bisogna fare in modo che ci siano consumi più moderati, dobbiamo mangiare di meno, ma con più qualità».

E gli Ogm non potrebbero essere tra le risposte al drammatico problema fame, purtroppo così attuale? Non è forse una posizione a oggi un po’ oscurantista e retrograda la dichiarata avversione di Slow Food, con lei in testa, a queste nuove tecnologie agricole?

«Cercherò di essere breve, ma il discorso è molto complesso. Non bisogna pensare che io sia contro gli Ogm per scelta ideologica o per partito preso. In realtà sono molte e serie le motivazioni che portano me e Slow Food ad avere cautela nei confronti degli organismi geneticamente modificati e a non essere così convinti che queste coltivazioni rappresentino la modernità. Innanzitutto gli Ogm sono forme di coltivazione invasive dal punto di vista agronomico: se io scelgo per il mio campo una produzione biologica e il mio vicino di casa pianta Ogm, per effetto dell’impollinazione, quel tipo di coltivazione inquina il mio campo. Questo vuol dire che tali coltivazioni non garantiscono la libertà di scelta, perché contaminano le colture vicine. Secondo elemento: la qualità e la salubrità dei prodotti non possono essere calcolate nel breve-medio periodo, ma devono essere osservate ed esaminate nel lungo periodo. Pertanto, prima è indispensabile un criterio di precauzione. Terzo e ultimo elemento: questo tipo di coltivazione richiede molta acqua, ha esigenze idriche notevoli. E dunque è già dimostrato che gli Ogm non sono economicamente validi. È doveroso poi aggiungere che in un Paese come il nostro, con un grande e prezioso patrimonio di biodiversità, è prioritario salvare ciò che abbiamo, senza avventurarci in nuove tecniche non convenienti finanziariamente, magari rischiando di perdere le nostre storiche produzioni che tutto il mondo ci invidia. L’innovazione è una tradizione ben riuscita, quindi mantenere il patrimonio, conservare e saper tramandare la memoria con approccio e concetto innovativi è quanto di più moderno esista al mondo. Al contrario, un sistema di sviluppo che depreda sempre più la terra è vecchio e obsoleto».

L’Italia da sempre è nell’immaginario di tutti sole, mare, musica, arte, ma anche, e forse soprattutto, buon cibo e buon vino, ingredienti fondamentali per la vocazione e la necessità turistica del nostro Paese. Quali sono le iniziative promosse da SF per tutelare ed esaltare questi importanti aspetti del made in Italy?

«Innanzitutto SF negli ultimi 10 anni si è impegnata nella difesa della biodiversità, battendosi per salvare i prodotti in via di estinzione. Negli ultimi 50 anni, infatti, la produzione massiva, industriale ha messo a repentaglio l’immenso patrimonio di biodiversità del nostro Paese, vale a dire le numerose varietà di piante, frutta, verdura, razze animali, formaggi, salumi, savoir-faire e un bagaglio agronomico e di conoscenze millenario. Infatti, prima di pensare a come far diventare questo patrimonio economia turistica e identitaria, dobbiamo salvarlo: trasmettendo saperi e conoscenze, conferendogli dignità economica- in primis pagando adeguatamente i contadini- e proteggendo l’ambiente rurale e la nostra campagna da interventi urbanistici che deteriorino gli equilibri ambientali del tessuto produttivo. Purtroppo però spesso questa non è la tendenza e quotidianamente assistiamo a minacce al nostro patrimonio, un’ ipoteca molto pesante per il turismo…»

Ultima domanda. Parlare di ambientalismo oggi significa cambiare di segno alla direzione del nostro modello di sviluppo?

«Assolutamente sì. È indispensabile cambiare il modello di sviluppo, perché quello attuale, lineare, senza fine, come se avesse a che fare con risorse infinite, distrugge gli ecosistemi. Serve un distacco secco e coraggioso dallo stile che ci ha condotto fin qui, serve un’agricoltura biologica ed ecologica che sia più decentrata, democratica e cooperativa, non controllata dalle multinazionali e attuata su piccola scala, un’agricoltura sostenibile basata sui principi di diversità, della sinergia e del riciclaggio, serve una rete di economie locali che sappiano coniugare un mix di tradizione e innovazione, economie efficienti, che non influiscano sul cambiamento climatico, consentano di abbattere le emissioni e ridonino fiducia alla gente vera, quella che di solito non è ascoltata nei summit come quello romano. Però, attenzione, io non penso a un modello catastrofista di mortificazione e privazione, tipico di molti ambientalisti. Credo che nella moderazione, nella riutilizzazione, in un nuovo rapporto di armonia con la natura, possano esserci economia sana e felicità. Il modello di sviluppo auspicabile deve essere anche una liberazione dagli stress di vita a cui siamo sottoposti, per una soluzione più in armonia con la natura e una sostenibilità ambientale che facciano vivere meglio».

Cecilia Moretti

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