Artisti: prendete posizione

A proposito della A.r.g.a.m. (Associazione Romana Gallerie Arte Moderna)
Primaverile Romana 2008: PRENDERE POSIZIONE

Alla domanda che mi (e ci) rivolge l’amico Carmine Siniscalco – deve un artista prendere posizione sugli interrogativi (etici, religiosi, politici, estetici o quant’altro) che solleva la situazione contemporanea? – mi verrebbe istintivo rispondere ponendone un’altra: Può un artista non prendere posizione nei confronti della realtà che lo circonda e, volente o nolente, lo coinvolge?

Perché, a prima vista, la risposta al quesito posto dal Presidente dell’Argam sembra talmente scontata nella sua affermatività, da apparire quasi una tautologia; quasi – si sarebbe detto un tempo – il tema per una sorta di esercitazione da accademia. Perché, per quanto si possa essere distaccati e disincantati, amareggiati e delusi dagli scenari prossimi e remoti (e i motivi – a dirla con tutta franchezza – sono molteplici e fondati); per quanto si possa aderire, con scettica elusività, alla Società degli Apoti (ovvero di coloro “che non la bevono”) di prezzoliniana memoria; o ancora si scelga di schierarsi su posizioni di apolitia; comunque, alla fine, più o meno dichiarata, più o meno esplicita, l’opzione di campo emerge.

La stessa scelta di rinserrarsi nella Torre d’avorio equivale pur sempre, nel suo riflessivo radicalismo, ad una silenziosa dichiarazione di secessione; per citare il titolo di un vecchio libro di Panfilo Gentile, a una polemica contro il proprio tempo. E così pure quella di vagheggiare retrospettivamente mondi ideali (e immaginari) come facevano, poniamo, i Nazareni ottocenteschi.

Comunque la domanda di Carmine Siniscalco intendeva certo riferirsi a una disposizione più attiva e propositiva.

E, se è vero, come postulava giustamente il tema di una delle ultime Biennali veneziane, che l’arte e l’artista sono sismografi sensibilissimi e spesso profetici dei malesseri, delle inquietudini, ma anche delle conquiste dell’umanità; se ciò è vero, allora non è affatto azzardato ritenere che, in quanto tale, l’intervento estetico equivale ad una presa di posizione; tanto più significativa ed efficace, questa, quanto più quello è motivato e riuscito.

Claudio Bissattini, Portellone 2007 olio su tela cm 100×150.jpg

Eppure… Eppure, in tutta franchezza, parlando del prendere posizione, mi sono tornati alla memoria gli appelli e le dichiarazioni a getto continuo, degli anni Settanta, tempi di debordante e anche aggressivo impegno ideologico. Anche quello era un prendere posizione in anni di piombo, che non rimpiango: documenti perloppiù scontati nella loro ideologizzazione a senso unico, testimonianza di un manicheismo che spesso umiliava la libertà intellettuale, tanto del formulante che del destinatario.

E dire che probabilmente, dietro a quei documenti, operava addirittura una qualche lontana, inconfessata (e al tempo inconfessabile) derivazione dai manifesti futuristi, ma fattasi ormai plumbea e monotona, come un pedaggio autostradale, puntualmente riscosso dall’esattore.

A questo punto si osserverà però che la storia è pure piena di esempi ammirevoli di prese di posizioni da parte di artisti e di uomini di cultura; scelte coerenti, anticonformistiche, e, alla bisogna, realmente coraggiose; altrettante testimonianze di onestà intellettuale, di comportamento personale conseguente con le enunciazioni teoriche. Pensiero e azione: un binomio che evoca alla memoria reminiscenze mazziniane, ma che può valere ancora oggi a misurare la caratura di un’esistenza.

Altroché; ed è appunto a questa attitudine – per quanto mi riguarda – che il prendere posizione dovrebbe ispirarsi, se vuole avere significato, e liberarsi dal fiato corto della retorica e del tornaconto.

Carlo Fabrizio Carli

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