TUAM CUSTODI CIVITATEM
Rime, riti e ritmi di fondazione
Da: TITO LIVIO, AB URBE CONDITA
Cacciato Numitore re di Alba, il fratello Amulio regnò in sua vece. Egli aggiunge misfatto a misfatto: sopprime i nipoti maschi e alla nipote Rea Silvia, nominata Vestale sotto il pretesto di onorarla, toglie con la perpetua verginità la speranza di generare figli. Ma era destinato dai fati che dovesse sorgere sì grande città e che avesse così inizio l’impero più potente, subito dopo quello degli dèi.
La vestale, essendole stata fatta violenza e avendo dato alla luce due gemelli, sia che ne fosse realmente convinta sia perché meno disonorevole apparisse una colpa di cui era responsabile un dio, attribuì a Marte la paternità della illegittima prole. Ma la crudeltà del re riduce la sacerdotessa in catene e, quanto ai bimbi, egli ordina che siano gettati nella corrente del fiume. Per un caso che ha del divino il Tevere, che era straripato dilagando in placidi stagni, non permetteva di accostarsi fino al letto normale del fiume, mentre dava ai portatori l’illusione che i bimbi potessero ugualmente venir sommersi dalle acque. E così, convinti di aver eseguito l’ordine del re, espongono i bimbi nella più vicina pozza, nel punto in cui oggi si trova il fico Ruminale, un tempo detto Romulare. Quando le acque poco profonde lasciarono in secco l’ondeggiante canestro nel quale
i bimbi erano stati abbandonati, una lupa assetata, scesa dai monti circostanti, fu attratta dai loro vagiti. Abbassatasi, offrì le sue poppe ai piccini con tanta mansuetudine che il mandriano del re, Faustolo, la trovò nell’atto di lambire i bimbi con la lingua, lingua lambentem pueros. Faustolo li portò nelle sue stalle e li diede da allevare alla moglie Larenzia che, per aver spesso prostituito il suo corpo, tra i pastori veniva chiamata Lupa.
Romolo e Remo fattisi grandi, furono presi dal desiderio di fondare una città negli stessi luoghi in cui erano stati esposti ed allevati. Sovrabbondava infatti la popolazione degli Albani e dei Latini, e ad essi per di più si erano aggiunti i pastori. Poiché erano gemelli e non valeva dunque come criterio risolutivo il rispetto dovuto all’età, affinché gli dèi sotto la cui protezione erano quei luoghi indicassero con segni augurali chi dovesse dare il nome alla nuova città e chi, dopo averla fondata, dovesse regnarvi, Romolo, per prendere gli auspici, occupò come luogo d’osservazione il Palatino, Remo l’Aventino.
A Remo per primo apparvero come segno augurale sei avvoltoi e poiché, quando ormai l’augurio era stato annunziato, se ne erano offerti alla vista di Romolo il doppio, le rispettive schiere li avevano acclamati re entrambi: gli uni pretendevano d’aver diritto al regno per la priorità nel tempo, gli altri invece per il numero degli uccelli. Venuti quindi a parole, dalla foga della discussione furono spinti alla strage. Fu allora che Remo cadde colpito nella mischia: ibi in turba ictus Remos cecidit. Ma è più diffusa la tradizione che Remo, in atto di scherno verso il fratello – ludibrio fratris - abbia varcato con un salto le nuove mura: novos transiluisse muros. Per questo fu ucciso da Romolo infuriato, il quale inveì pure: “Così d’ora in poi perisca chiunque altro varcherà le mie mura”.
Et interfectum fratrem – ucciso il fratello – Romolo ebbe da solo il potere e fondò la città che da lui prese nome. Fortificò il Palatino, dov’egli era stato allevato, offrì sacrifici a Marte suo padre, agli altri dèi secondo il rito albano e secondo quello greco già istituito da Evandro ad Ercole. Questo solo, di tutti i riti forestieri, fu allora accolto da Romolo, fin da allora presago dell’immortalità alla quale il suo fato destinava la città.
Fatto ciò, compiute le cerimonie sacre secondo il rito – rebus divinis rite perpetratis - convocato in assemblea il popolo e circondatosi di dodici littori, dettò le leggi e le norme giuridiche.1
Dice: “Vabbe’ ma qual è stata la prima città costruita dall’uomo?”
Ur dei Caldei.
Dice: “E chi l’ha fondata questa Ur?”
Enoch.
“E chi era Enoch?”
Enoch era un grande patriarca, visssuto secondo la Genesi 365 anni e poi non morto ma scomparso, volendolo Iddio con sé. Fu anche padre di Matusalemme, che visse 969 anni.
Dice: “Vabbe’, ho capito di chi era padre, ma qui mi interesserebbe pure sapere di chi era figlio questo Enoch”.
Be’, Enoch era figlio di Caino.
“E chi è Caino?”
Caino è il primo assassino della storia.
Da: LA BIBBIA, GENESI
Adamo conobbe la moglie Eva, la quale concepì e partorì Caino, dicendo: “Ho ottenuto un uomo con l’aiuto di Dio”. In seguito partorì il fratello di lui Abele. Abele fu pastore di pecore; Caino invece agricoltore.
Ora avvenne che dopo molto tempo Caino fece al Signore un’offerta dei frutti della terra. Anche Abele gli offrì dei primogeniti del suo gregge, i più grassi. Il Signore guardò benignamente Abele ed i suoi doni; ma non volse lo sguardo a Caino ed ai doni suoi. Caino ne fu molto irritato e il suo volto fu stravolto: iratusque est Cain vehementer.
E Caino disse ad Abele suo fratello: “Andiamo fuori, Egrediamur“. E quando furono nei campi, Caino saltò addosso al fratello Abele e lo uccise.2
Da: GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI
Nun difenno Caino io, sor dottore,
ché lo so più de voi chi fu Caino:
dico pe di’ che quarche vorta er vino
po’ accecà l’omo e sbarattaje er core.
Capisch’io puro che agguantà un tortore
e accoppacce un fratello piccinino
pare una bonagrazia da burino,
un carciofarzo de cattiv’odore.
Ma quer vede ch’iddio sempre, ar zu’ mele
e a le su’ rape je sputava addosso,
enno’ ar latte e a le pecore d’Abbele,
a un omo come noi de carne e d’osso
aveva assai da inacidije er fele:
e allora, amico mio, taja ch’è rosso. 3
Da: GENESI
Tutta la terra aveva una sola lingua con identiche parole e, partendosi dall’oriente, gli uomini trovarono una pianura nella terra di Sennaar e vi abitarono. Si dissero l’un altro: “Venite, facciamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco”. E si servirono di mattoni anziché di pietre, e di bitume anziché di cemento. Dissero: “Venite, edifichiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo, e rendiamo famoso il nostro nome prima di disperderci per il mondo”. Il Signore sceso a vedere la città e la torre che stavano fabbricando i figli d’Adamo, disse: “Ecco, sono un solo popolo, hanno tutti la medesima lingua e, avendo cominciato a far quest’opera, non desisteranno dai loro disegni. Andiamo, dunque, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio in modo che non s’intendano più” e il Signore li disperse da quel luogo per tutto quanto il mondo.
Questa è la posterità di Sem figlio di Noè.
Sem generò Arfaxad che generò Sale.
Sale Eber, ed Eber generò Faleg, e Faleg generò Reu, e Reu generò Sarug, e Sarug generò Nacor, e Nacor generò Tare, e Tare generò Abramo, Nacor ed Aran.
Aran generò Lot e morì prima di suo padre Tare nella terra dove era nato, in Ur dei Caldei.
Tare prese suo figlio Abramo e Lot, il figlio di suo figlio Aran che era morto, e li condusse via da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan, ma giunti a Haran vi abitarono.
E il Signore disse ad Abramo: “Parti da questa tua terra, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, e vieni nel paese che io ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e farò grande il tuo nome”.
Partì dunque Abramo secondo l’ordine del Signore, prese con sé tutto quello che possedeva e insieme
a suo nipote Lot andò nella terra di Canaan. Qui sua moglie generò un figlio e il Signore disse ad Abramo: “Gli porrai nome Isacco ed io stabilirò il mio patto con lui e con la sua progenie dopo di lui, con una alleanza eterna”.
Ma dopo tutte queste cose – quae postquam gesta sunt – Dio mise alla prova Abramo: “Prendi il tuo figliolo unigenito, il tuo diletto Isacco e vai nella terra della visione, ove lo offrirai in sacrificio sopra uno dei monti che io ti indicherò”.
Prese Abramo le legna per l’Olocausto – ligna holocausti – e le pose addosso ad Isacco suo figlio. Egli invece con le sue mani portava il fuoco e il coltello, e giunsero al luogo che Dio aveva stabilito. Abramo vi eresse un altare e vi accomodò le legna. Poi legò Isacco suo figlio, lo collocò sull’altare sopra le legna – super struem lignorum – stese la mano e prese il coltello per immolare il suo figliolo.
Ma ecco l’Angelo del Signore gridare dal cielo: “Non stendere la mano sopra il fanciullo, perché ho già conosciuto che temi Dio e che per me non hai risparmiato il tuo figlio unigenito”.
Abramo alzò gli occhi e visto dietro di sé un ariete impigliato per le corna tra le spine, lo prese e l’offrì in Olocausto al posto del figliolo. L’Angelo del Signore chiamò dal cielo per una seconda volta Abramo e disse: “Lo giuro su me stesso, dice il Signore: siccome tu hai fatto questo e per causa mia tu non hai risparmiato il tuo figlio unigenito, io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo e come la rena che è sulla sponda del mare. La tua progenie possederà la porta dei suoi nemici e nella tua discendenza tutte le nazioni saranno benedette, perché hai obbedito alla mia voce”.4
Da: GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI
[Abbramo] chiamò Isacco, e disse: “Fa’ un fascetto,
pija er marraccio, carca er zomarello,
chiama er garzone, infìlete er corpetto,
saluta Mamma, cércheme er cappello;
e annamo via, perché Dio benedetto
vò un zagrifizzio che nun pòi sapello” (…)
Dopo fatta un boccon de colazzione
partirno tutt’e quattro a giorno chiaro,
e camminorno sempre in orazzione
pe quarche mijo più der centinaro.
“Semo arrivati: alò”, disse er vecchione,
“incòllete er fascetto, fijo caro”;
poi, vortannose in là, fece ar garzone:
“Aspettateme qui, voi cor zomaro”.
Saliva Isacco, e diceva: “Papà,
ma diteme, la vittima indov’è?”.
E lui j’arisponneva: “Un po’ più in là”.
Ma quanno finarmente furno sù,
strillò Abbramo ar fijolo: “Isacco, a te,
faccia a terra: la vittima sei tu”.
“Pascenza”, dice Isacco ar zu’ padraccio;
se butta s’una pietra inginocchione,
e quer boja de padre arza er marraccio
tra cap’e collo ar povero cojone.
“Fermete, Abbramo: nun calà quer braccio”,
strilla un Angiolo allora da un cantone:
“Dio te vorze provà co sto setaccio…”.
Bee, bee… Chi è quest’antro! è un pecorone.
Inzomma, amici cari, io già so stracco
d’ariccontavve er fatto a la distesa.
La pecora morì: fu sarvo Isacco (…)5
Da: GENESI
Abramo essendo vecchio e in età avanzata, e benedetto dal Signore in ogni cosa, disse al servo più vecchio: “Andrai nella mia patria Ur dei Caldei nella terra di Sennaar, dai miei parenti, e lì prenderai una moglie per mio figlio Isacco”. E questa fu Rebecca, che era figlia di Batuel figlio di Nacor fratello di Abramo, e Rebecca aveva anche un fratello chiamato Labano, habebat autem Rebecca fratrem nomine Laban. E dopo la morte di Abramo, Dio benedisse Isacco suo figlio, che abitò presso il pozzo detto “del vivente che vede” nella terra di Canaan.
Isacco figlio di Abramo aveva quarant’anni quando sposò Rebecca figlia di Batuel Siro della Mesopotamia e sorella di Labano. Quando aveva sessant’anni gli nacquero due gemelli. Quello che venne fuori per primo era rosso e fu chiamato Esaù. L’altro che uscì subito dopo teneva con una mano il calcagno del fratello e per questo fu chiamato Giacobbe.
Giacobbe figlio di Isacco figlio di Abramo fu benedetto dal Signore e da lui chiamato Israele. Con lui concluse una santa alleanza per tutte le sue generazioni.
Giacobbe ottenne dapprima da suo fratello Esaù, in cambio di un piatto di lenticchie, il diritto alla primogenitura poi, con l’aiuto della madre, ottenne con l’inganno anche la benedizione del padre. La madre Rebecca allora, per sottrarlo alle ire di Esaù, lo mandò da suo fratello Labano nella terra di Ur. Giacobbe sposò Lia e Rachele, figlie di Labano, e mentre era al servizio dello zio generò dodici figli da cui presero vita le dodici tribù di Israele benedette per sempre da Dio.
Figli di Giacobbe: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon; Giuseppe, Beniamino; Dan, Neftali; Gad e Aser. Ma il preferito era Giuseppe. Questi sono i dodici figli che nacquero a Giacobbe nella terra di Ur in Mesopotamia di Siria.6
Da: THOMAS MANN, IL GIOVANE GIUSEPPE
“E’ vero” continuò Giacobbe “pensavo alla festa imminente, alla notte dell’olocausto che è prossima, in cui, dopo il tramonto del sole scanniamo l’agnello e intingiamo un ramoscello di issopo nel suo sangue per segnarne gli stipiti delle porte affinché l’angelo sterminatore passi oltre. Perché è la notte in cui egli passa e risparmia uomini e animali in grazia dell’olocausto, e il sangue sugli stipiti placa l’angelo sterminatore che passa oltre. Il sangue gli indica che il primo nato è stato offerto per placarlo, per sostituire uomini e animali, che avrebbe avuto voglia di ammazzare. E su questo io meditai più volte, poiché l’uomo fa una cosa, ed ecco, non sa quello che fa, ma se lo sapesse e vi riflettesse è probabile che lo stomaco gli si rovescerebbe, e per il disgusto ciò che è sotto andrebbe sopra, come più volte mi accadde nella mia vita, e la prima volta quando appresi che Labano a Sinear, al di là dell’ Eufrat, aveva ammazzato il suo figlioletto primogenito per offrirlo in olocausto e, chiuso nell’orcio, l’aveva seppellito nelle fondamenta per protezione della casa. Ma credi tu che gli portasse benedizione? Tutt’altro. Sventura invece, maledizione, paralisi della sua attività; e se non fossi venuto io a mettere un po’ di vita nella sua casa e nella sua azienda, tutto sarebbe ristagnato in una tetra malinconia ed egli non sarebbe ridiventato fecondo in sua moglie Adina. E tuttavia egli non avrebbe murato il suo figlioletto se ciò non avesse recato benedizione ad altri uomini prima di lui, nel passato.”
“Questo che mi dici” rispose Giuseppe che aveva intrecciato le mani dietro la nuca “mi fa capire come la cosa accadde. Labano agì seguendo un uso ormai sorpassato, commettendo con ciò un grave errore. Giacché al Signore ripugna ciò che è sorpassato, da cui vuole liberarsi insieme a noi e da cui egli si è già liberato, e che aborre e maledice. Perciò se Labano avesse compreso il Signore e lo spirito dei tempi, invece del bambino avrebbe sacrificato un capretto e con il suo sangue avrebbe segnato la soglia e gli stipiti, ciò sarebbe stato accetto, e il suo fumo sarebbe salito al Signore.”
“Dunque lo dici anche tu” replicò Giacobbe “e mi previeni e mi togli la parola di bocca. L’angelo sterminatore ha voglia non solo del bestiame, ma anche del sangue umano, e quando noi segniamo con il sangue dell’animale gli stipiti, e anche quando facciamo nella notte il banchetto del sacrificio, mangiando tutto, fino all’ultimo resto, in gran fretta, affinché dell’arrosto nulla rimanga per il giorno dopo, anche allora noi plachiamo la sua avidità, non solo riguardo al gregge. Ma se ben si riflette, di che arrosto si tratta? E l’agnello che ammazziamo è forse solo l’offerta espiatoria per il gregge? Che cosa ammazzeremmo e mangeremmo se fossimo tanto stolti come Labano e che cosa si ammazzò e mangiò in età remote ed immonde. Sappiamo noi dunque veramente che cosa facciamo solennemente quando mangiamo? E, a rifletterci, non dovrebbero rovesciarsi i nostri visceri così da farci vomitare?”
“Lascia che si segua l’uso e si mangi” disse Giuseppe alzando senza accorgersene la voce e dondolando il capo nelle mani intrecciate dietro la nuca. “L’usanza è buona e l’arrosto è gustoso: se rappresentano un progresso accettiamoli e liberiamoci dai riti immondi, comprendendo il Signore e lo spirito dei tempi. Vedi, babbo, là c’è un albero” esclamò indicando con la mano tesa verso l’interno della tenda come se là dentro si potesse vedere ciò di cui parlava “un albero stupendo nel tronco e nella corona, piantato dai padri per il diletto dei posteri. La sua cima si muove e scintilla nel vento, ma le sue radici affondano nella buia profondità della terra, tra i sassi e la polvere. La corona ridente sa forse molto della radice fangosa? No, ma col Signore si è innalzata al di sopra di essa, l’ha superata e si culla nell’aria, e alla radice non pensa. La stessa cosa, a parer mio, si può dire dell’usanza e della sua origine immonda. Ma se l’usanza ci piace, è necessario che la sua origine resti nascosta laggiù nel profondo, e non appaia alla luce.”7
Da: O.N.C., “LA CONQUISTA DELLA TERRA“, FEBBRAIO 1939
(Fondazione di Segezia e Incoronata.) Nel nome del Duce, le LL. EE. Tassinari e Di Crollalanza danno inizio ai lavori per la bonifica del Tavoliere di Puglia.

(Segezia)
Il 30 gennaio ha avuto luogo a Foggia l’inizio dei lavori di bonifica e di trasformazione fondiaria del tavoliere di Puglia, da parte dell’Opera Nazionale Combattenti, presenziato, d’ordine del Duce, da S. E. Tassinari, Sottosegretario per la Bonifica Integrale. Le Gerarchie del Partito ed Autorità Civili e Militari di Capitanata, hanno compiuto il giro delle varie zone di appoderamento.
Prima sosta alla zona di appoderamento sulla strada nazionale di Napoli, al bivio Tuoro. Accolto da fervide dimostrazioni al Duce da parte dei lavoratori, S. E. Tassinari ha iniziato i lavori di questa zona che comprende 48 poderi con 45 case coloniche, e un secondo lotto di 30 poderi con 27 case coloniche.
Le Autorità hanno poi proseguito per la zona di appoderamento al bivio di S. Marco in Lamis, sulla strada per Manfredonia che comprende 38 poderi con 31 case coloniche, e quindi per il Borgo Tavernola e il Villaggio La Serpe. Dopo la rapida visita al Borgo Tavernola e prima della sosta al Borgo La Serpe, S. E. Tassinari ha dato inizio ai lavori di altri due lotti, uno per 45 poderi con 36 case coloniche e l’altro per 66 poderi con 51 case coloniche. Infine nella zona dell’Incoronata ha avuto luogo la cerimonia per l’inizio delle fondamenta della prima casa colonica. L’arrivo delle autorità è stato salutato da una grandiosa manifestazione all’indirizzo del Duce.
Per la cerimonia erano adunate sul luogo le rappresentanze di donne fasciste, giovani rurali, massaie rurali, Camicie Nere di Foggia, Stornara, Stornarella, Ortanova, Ordona, Carapelle, Cerignola, San Ferdinando di Puglia, Trinitapoli e Margherita di Savoia; le rappresentanze dell’Unione Provinciale Fascista degli Agricoltori, dell’Unione Provinciale Fascista degli Industriali e della Federazione Provinciale dell’Artigianato; una imponentissima rappresentanza dell’Unione Provinciale dei Lavoratori dell’Agricoltura e di quella dei Lavoratori dell’Industria.
Dopo la benedizione, nel solco è calato il masso in cui è stata murata la pergamena, che ricorda l’avvenimento e che è firmata dagli onorevoli Tassinari e Di Crollalanza, dal Prefetto, dal Federale e dal Prof. Carrante. Insieme con la pergamena sono state racchiuse quattro monete, fuse in occasione della fondazione di Littoria, Pontinia, Sabaudia e Aprilia, simbolo della volontà bonificatrice del Duce.8
Da: VALENTINO ORSOLINI CENCELLI
La mattina del 30 giugno 1932, gli invitati e tutti gli operai che erano nelle Pontine si trovarono riuniti intorno al blocco di travertino sul quale era stato inciso O.N.C. Fondazione di Littoria A.X.

(Littoria)
La pietra fu bendetta da Mons. Navarra, vescovo di Terracina. Poi il segretario federale di Roma, Nino D’Aroma, lesse la seguente pergamena:
“Su questa terra già regno di morte e di desolazione, che leggende e storie sacrarono alla grandezza di Roma, e che, dopo l’inutile sforzo di secoli, risorge ora per volontà di Benito Mussolini a luce di nuova vita, l’Opera Nazionale per i Combattenti, gelosa custode della tradizione del “miles agricola” sotto la guida di Valentino Orsolini Cencelli, getta oggi 30 giugno dell’anno X dell’era fascista, le fondamenta di Littoria, centro di bonificamento e di colonizzazione, auspicio e promessa per l’avvenire”.
La pergamena, firmata dai presenti ed in fine da me, fu rinchiusa in un cilindro di vetro e poi in un tubo di piombo, nel quale, prima di essere saldato e murato nel cavo al centro del blocco di travertino, furono collocate le serie complete delle monete di bronzo, di argento e di oro del Regno d’Italia e dello Stato del Vaticano con l’anno di conio 1932.
Il blocco rettangolare tra l’entusiasmo e gli applausi frenetici dei presenti venne calato nello scavo, dal quale si sarebbe innalzata l’attuale torre del Municipio.9
Dice: “Sì vabbe’, ma che nuova c’è? Lo sanno tutti che da sempre e ancora adesso, fin dai tempi degli antichi, ogni volta che si incomincia a costruire qualunque fabbricato – dalla casa di campagna al grattacielo – il capomastro, prima di gettare le fondazioni, getta nello scavo delle monete. Porta bene. E’ un gesto augurale. Nessun muratore si metterebbe a lavorare in un cantiere se sotto non ci fossero delle monete. Porta male.”
Dice: “E perché?”
Perché la moneta sta al posto del morto. Sublima l’olocausto.
Da: DANTE ALIGHIERI
Ed egli a me: Le cose ti fien note
quando noi fermerem li nostri passi
sulla trista riviera d’Acheronte (…)
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo,
gridando: Guai a voi, anime prave;
non isperate mai veder lo cielo!
I’ vegno per menarvi all’altra riva,
nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo (…).
E il Duca a lui: Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà, dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.
Quinci fur quete le lanose gote
al nocchier della livida palude,
che intorno agli occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime ch’eran lasse e nude,
cangiar dolore e dibattero i denti,
ratto che inteser le parole crude.10
Da: A. FERRARI, DIZIONARIO DI MITOLOGIA
CARONTE. Figlio di Erebo, era il nocchiero che faceva transitare attraverso i fiumi degli Inferi le
anime dei morti. Egli si serviva allo scopo di un’antichissima barca formata da pezzi di corteccia d’albero cuciti insieme. Per il suo compito di traghettatore veniva retribuito con un obolo che i morti dovevano portare con sé: è quindi ricordata l’usanza di porre in bocca al defunto una moneta per questo scopo, prima di procedere alla sepoltura (v. Obolo di Caronte). Il nocchiero era rappresentato, nel mondo greco come in quello romano, come un uomo molto anziano con una sudicia e folta barba. Nonostante le fattezze di vecchio, era ricordato soprattutto per la sua forza enorme. (…) Nella letteratura neogreca alla figura di Caronte è stata affiancata quella della madre del nocchiero infernale, che conferisce anche a quest’ultimo un tocco di umanità ignoto alla tradizione classica.
OBOLO DI CARONTE. Nome popolare con il quale è indicata la monetina (in Grecia propriamente ναύλον – naülon) che veniva posta in bocca al defunto al momento della sepoltura. L’opinione più diffusa vuole che la moneta rispecchiasse la credenza, di antichissima origine, che Caronte, per traghettare le anime dei defunti sulle acque dell’Acheronte, il fiume infernale, volesse una retribuzione; secondo altre interpretazioni l’obolo rappresenterebbe invece l’antica usanza di seppellire il morto con tutti i suoi beni, di cui la piccola moneta costituirebbe il simbolo. La tradizione è nota per il mondo greco, quello etrusco e quello romano, ma si è conservata in certe aree anche attraverso il Medioevo per giungere fino ai giorni nostri (v. anche Naulon).
NAULON. Propriamente, ‘noleggio’ o ‘prezzo del passaggio’. Era chiamata con questo nome, in Grecia, la moneta che veniva messa in bocca al cadavere prima della sepoltura, per pagare a Caronte il transito nell’aldilà sulla sua barca. Il nome deriva da ναύς (naùs), ‘imbarcazione’.11
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Da: RICCARDO BACCHELLI (FORSE)
Il Borgo Panigale è posto sulla sinistra del fiume Reno a ugual distanza da Bologna e dalla chiostra delle colline. Guarda il santuario della Madonna di San Luca da quel tanto in linea d’aria che scopra la vista intiera delle spalle di un colle modesto, pur non uscendo dai limiti che si possono un po’ largamente chiamare il
piede di una altura. Il ponte di rossi mattoni si dice Pontelungo, propriamente, e la sua costruzione che rende oggi agevole e dolce il passaggio, non fu a suo tempo né dolce e né agevole. I vecchi tramandavano ancora, cent’anni fa, che ci si era provati più e più volte ad erigerlo, alzando con costanza e perizia possenti piloni di qua e di là dal fiume ma, al momento di gettare la campata, o venivano giù le impalcature o il Reno d’improvviso s’ingrossava portandosi via, in un sol colpo, insieme alle impalcature i piloni ancora freschi.
“Solo il diavolo è in grado di costruire questo ponte”, pare avesse detto l’ultima volta l’arciprete di Borgo Panigale mentre, dalla sponda, osservava mestamente con i suoi parrocchiani il Reno tumultuoso trascinare l’ultimo mattone.
“A disposizione vostra”, disse subito il diavolo, materializzatosi lì in mezzo sull’istante in gibus e stiffelius: “Si può fare”.
L’arciprete guardò i suoi, interessati al ponte, e chiese il prezzo.
“Poco. Solo l’anima del primo essere che lo attraverserà”.
“Si può fare”, risposero in coro i parrocchiani e il diavolo, ripiegato lo stiffelius su di un masso lì di fianco e poggiatoci sopra il suo gibus, si mise all’opera: “Pagamento alla consegna”, disse: “Il primo che passa è mio”.
Quando il ponte fu finito, tutto il popolo di Borgo Panigale era schierato sulla riva. Era un ponte bellissimo, Pontelungo fu chiamato, ma il diavolo, rimessisi gibus e stiffelius, stava ritto al centro, poggiato ad un bastone nero con il manico di madreperla, ad aspettare la mercede: “Chi passa per primo?”, sorrideva beffardo.
Il popolo si aprì e fece largo. Si avanzò un bambino con un cagnetto in braccio. Piangeva. Le lagrime gli rigavano il viso. “Che gente!”, pensò il diavolo.
Il bambino titubava. L’arciprete da dietro lo spingeva. “Quello è peggio di me”, ripensò il diavolo.
Poi il bimbo si fece coraggio. Poggiò il cane a terra, dietro di sé, e si piegò a salutarlo. Era nero, con il petto bianco. L’arciprete trasse dalla tasca una cotica di maiale, la gettò oltre il centro del ponte e il cane, scodinzolettando, oltrepassò tranquillo il figuro in stiffelius per andarsela a mangiare al di là del Reno. Al diavolo non restò che prendersi il suo cane e svanire, poiché un patto è un patto e il Pontelungo è ancora là.12
Da: STANIS RUINAS, VIAGGIO PER LE CITTÁ DI MUSSOLINI
(Littoria) – Due torri si profilano contr’aria: una vicina, di Foce Verde; una più lontana, l’Astura, quadrata, senza merli, senza aperture. Quadrato e merlato è il castello che la sostiene, unito alla terra da un ponte a molte luci. In quella torre Corradino di Svevia si rifugiò, sfinito, assieme a pochi compagni, nel 1270, e là fu consegnato a tradimento da Jacopo Frangipane a Carlo d’Angiò, che lo fece uccidere a Napoli.
Fra il primo lago e il secondo, tra Monaci e Fogliano, il passaggio era [allora] assolutamente
impossibile. Come ovunque, d’inverno: non v’era spazio per un corpo d’uomo fra i canniceti alti due volte un uomo. Paesaggio deserto, squallido, d’una tristezza senza nome. Mare vuoto, senza ancoraggi, senza navi, colle torri slabbrate e ruinose come sepolcri di giganti a guardia non più di predoni ma della palude infinita.
Un canale divide oggi i due primi laghi: incorniciato da due strade nette, se ne va verso il mare, largo, solenne, di quel colore intenso che fonde coll’indaco il viola, particolare a tutte le acque dell’Agro. E’ il Rio Martino, il Collettore delle acque medie e piovane che un tempo si spiccava dal Sisto, presso la fossa milliara 45, e oggi discende da Ninfa e si snoda per trentadue chilometri, tutto raggiato di canali che gli portano l’acque dai terreni medi a sinistra del canale Mussolini. Per farlo passare vicino a Littoria, nella duna quaternaria, si è utilizzata la trincea che già esisteva, un cavo colossale, preromano, che assieme a quello di Augusto e alla trincea del Gorgolicino, era una delle più antiche tracce di bonifica nelle Pontine. Qui, dove corre, teso come una seta, tra le due sponde scoperte, nell’ultimo suo tratto navigabile, s’apriva come un baratro nella boscaglia, colle pareti a picco, vere muraglie ciclopiche, così alte che gli alti alberi cresciuti nel suo fondo asciutto non toccavano colla vetta la proda. “Centinaia di operai, seminudi, hanno scavato a mano questo canale, affogati nel fango fino al petto”, dice l’ingegnere. I badili, pesanti, volteggiavano quasi irosamente sopra le teste nel ritmo ininterrotto. Qualcuno ha d’improvviso lasciato l’arma e si è abbattuto fulminato dalla sincope. L’hanno tirato su insozzato di fango. Molti son morti di malaria.
Il pescatore che vive qui da anni, qui sulla riva in questa baracchetta di legno, lucido come il bronzo, nodoso come un vecchio ramo, sembra uomo di poche parole. E’ un toscano: “In certe ore del giorno, specie di primavera, pareva ch’ogni filo di canna avesse voce, tanto era il frusciare, il trillare, il gracchiare, lo starnazzare. Quando tirava vento pareva che ci fossero i demòni: fischi da uscir di senno. Quasi sempre, però, un silenzio di tomba… A viver qui, l’inverno per un conto e l’estate per un altro, bisognava davvero avere la cotenna dura, o una miseria birbona. Ma ormai ci s’era avvezzi… Si restava bloccati per settimane e mesi senza un cane che ti dicesse amen se crepavi. Ti potevano accoltellare, rubare la moglie e il porcello che nessuno ti faceva giustizia se non te la facevi da te. Non c’era da levarsi che la voglia dell’acqua: acqua nel mare, nei laghi, tutt’attorno nelle bassure con que’ ciuffetti d’erbe palustri. Vedete voi costaggiù, fino alla Foce Verde, e dalla Foce Verde fino a costassù, sotto il Circeo, eran tutti pantani: un cinturino largo qualcosa come due o tre chilometri e lunga una quarantina. Non molto fonda, l’acqua: uno, due metri al più, nei laghi. Ma sotto l’acqua c’era il fango. Quando hanno scandagliato il Caprolace, il più perfido di questi tre, misurava in profondità fino a dodici metri di limo. Uno ci ho visto sprofondare, non son dieci anni. Era a cavallo, sul filo delle dune. Andava verso Astura. Che è che non è la bestia adombra, scarta, precipita nel pantano e in men che un amen non s’è visto più. Corremmo colle stuzze a sfrucugnare ma non trovammo intoppi: eran calati giù come nel burro fuso”.13
Da: TITO LIVIO
Lo Stato romano era già così forte da poter tenere fronte in guerra a qualsiasi tra le popolazioni confinanti: ma per la penuria delle donne la sua grandezza sarebbe durata una sola generazione, poiché non v’era in patria speranza di prole, né avvenivano connubi coi vicini. Allora Romolo inviò messi alle genti vicine a chiedere alleanza e connubi per il nuovo popolo.
Nusquam benigne legatio audita est: in nessun luogo l’ambasceria fu accolta benignamente. Ordina quindi di annunziare uno spettacolo per i popoli vicini. Accorse molta gente e venne tutta la popolazione dei Sabini, con le figlie e le spose. Quando fu giunto il momento dello spettacolo, ecco scoppiare un tumulto e al segnale convenuto i giovani romani si lanciano da ogni parte a rapire le fanciulle. Molte furono rapite a caso dai primi in cui si erano imbattute; alcune, particolarmente belle, erano destinate ai più insigni tra i senatori.
Turbata per lo spavento la festa, i genitori delle fanciulle, contristati, si danno alla fuga, denunziando la violazione delle leggi dell’ospitalità, ingannati dalla loro fiducia nei sacri diritti. Né migliore speranza sulla loro sorte o minore sdegno nutrivano le fanciulle rapite. Ma Romolo andava personalmente tra loro: sarebbero state tenute come mogli e fatte partecipi di tutti i beni, frenassero lo sdegno e a coloro i quali la sorte aveva dato il loro corpo dessero anche il cuore; spesso da un’offesa nasce in seguito l’accordo. S’aggiungevano poi – accedebant blanditiae – le moine dei mariti, che giustificavano l’accaduto con l’ardore della passione, e queste sono le preghiere che più fanno effetto sull’animo femminile.
Ormai gli animi delle fanciulle rapite erano del tutto pacificati, ma i genitori di quelle, vestiti a lutto, allora più che mai eccitavano con lacrime e lamenti i concittadini. Un’ultima guerra scoppiò da parte dei Sabini comandati da Tito Tazio, e fu quella di gran lunga più dura. I Sabini s’impadroniscono della rocca. I due eserciri si danno battaglia nella regione che s’estende tra il Palatino e il Campidoglio. Da entrambe le parti i capi animano il combattimento: da quella dei Sabini Mezzio Curzio, da quella dei Romani Ostio Ostilio. Ma non appena Ostio cadde, l’esercito romano ripiegò e fu respinto. Presso l’antica porta del Palatino, Romolo, travolto egli pure dalla turba dei fuggiaschi, levando le armi al cielo esclama: “O Giove, sotto i tuoi auspici io ho gettato qui, sul Palatino, le prime fondamenta di questa città; ma tu, padre degli dèi e degli uomini, almeno da qui respingi i nemici, libera i Romani dal terrore e arresta questa fuga vergognosa”. Dopo che ebbe così pregato, disse: “Di qui, o Romani, Giove Ottimo Massimo vi ordina di fermarvi e di riprendere il combattimento”. I Romani si fermarono come se avessero ricevuto questo ordine dal cielo. Romolo stesso vola nelle prime file. Dalla parte dei Sabini Mezzio Curzio s’era lanciato giù dalla rocca per primo e aveva volto in fuga disordinata i Romani per tutto il Foro. Romolo piomba su di lui con una schiera di giovani animosissimi. Mezzio Curzio, spaventatosi il suo cavallo per le grida, andò a cacciarsi in una palude – in paludem sese strepitu equo coniecit – e questo incidente, per il pericolo che correva un personaggio sì importante, aveva fatto sbandare i Sabini.
Allora le donne Sabine osarono gettarsi tra il volare dei dardi – ausae se – e imposero la pace tra i loro padri e i mariti. I capi si avanzano per concludere un’alleanza, né fanno soltanto la pace, ma di due popoli un solo popolo, si dividono il regno, trasportano tutto il governo a Roma e a ricordo di quella battaglia chiamarono lago Curzio – Curtium lacum appellarunt – il luogo dove il cavallo, riemerso dal fondo della palude, mise Curzio fuori di pericolo.14
DIGRESSIONE A LATERE DEL RAPTUS SABINARUM
I coloni dell’Agro Redento si caratterizzarono subito come unica comunità pur provenendo da tre aree diverse – Veneto, Friuli e Ferrarese – poiché le differenze fra di loro erano assai meno di quelle tra loro e le popolazioni indigeno-lepine, proprio come i Wasp e gli Apaches, i pellirosse e i visi bianchi. Alla tradizione dei filò - le riunioni in stalla la sera dopo cena di tutto il vicinato, a raccontarsi fole e roba varia – si aggiunge come forte rito integrativo-aggregativo il ballo sull’aia.
Il ballo inteso in senso stretto – e cioè consuetudinario, relazionale e di pura espressione artistica – non è un portato di tutte e tre le regioni di provenienza: appartiene in origine solo ai ferraresi. Ma in Agro si estende all’intera nuova comunità “veneto-pontina” e si qualifica – insieme all’uso della bicicletta anche da parte delle donne, con la conseguente messa in mostra di porzioni di gambe assolutamente mai viste fino allora da queste parti – come segno “morale” distintivo dalle popolazioni autoctone. I lepini chiamano difatti tuttora i veneti “cispadani” o “polentoni”, e i veneti li richiamano “marocchini”. Per gli abitanti dei Lepini le donne dei veneti sono un po’ puttane, sia perché vanno in bicicletta sia perché, a Sezze, se fai un giro di ballo una volta con una, poi te la devi sposare. Queste invece ballano con tutti e i loro maschi non dicono niente. Così non sono infrequenti – nei balli più grossi: nelle sale, nelle feste e nelle trebbiature, specie nei borghi “di margine” – fraintendimenti che portano a risse, anche con coltellate, tra le due etnie. Prassi che si è consolidata e protratta fino a tutti gli anni Settanta. Al Milleluci, al Podgora, ogni sabato erano scazzottate come a Borgo Grappa e a Borgo
Pasubio. Questo non significa che non si instaureranno, gradualmente, rapporti di convivenza: i matrimoni misti – che ne sono il primo e più importante segno – inizieranno già negli anni Quaranta, a meno di una decina d’anni dalla colonizzazione. Ma manterranno sempre caratteri di tipo imperialistico.
La prima fase di questi matrimoni difatti – fino a tutti gli anni Sessanta – si svolge rigorosamente a senso unico: è il maschio veneto che sposa la donna dei Lepini e la porta a vivere in pianura, nel podere. Qui lei impara a parlare in veneto – in dialetto quindi, non in italiano – e parla soltanto quello. Deve letteralmente dismettere e dimenticare – come mia zia Edilia che veniva da Norma o mia suocera da Itri – il dialetto del suo paese. Eppure non basta.
Nella tassonomia della superfamiglia di tipo patriarcale del podere difatti, l’ultima nuora entrata in casa non ha mai nome proprio: ella si chiama semplicemente “la sposa” o “Sposa“. Quando qualcuno del podere va al borgo e si mette a fare quattro chiacchiere, la gente gli chiede: “Come stàla la sposa?“. Riprenderà a chiamarsi con il suo nome proprio solo quando – grazie a un nuovo matrimonio – arriverà una nuora nuova. Se non arriva, si chiamerà Sposa fino alla morte. Solo di mia suocera o di mia zia Edilia – o delle altre indigene venetizzate come loro, anche dopo che avrebbero potuto laurearsi a pieni voti in Filologia veneto-arcaica – la gente al borgo chiedeva: “Come stàla la marochina?“. A mia suocera ancora rode perché il termine, evidentemente, non implicava connotazioni di tipo laudativo.
Negli anni seguenti si avranno sempre più diffusamente anche matrimoni in senso alternato – con donna veneta che sposa uomo dei Lepini – ma il luogo di abitazione e residenza della nuova famiglia, anche quando la struttura patriarcale sarà definitivamente implosa, resterà rigorosamente quello: la pianura. Il sezzese sposerà pure la veneta, ma dovrà venire ad abitare in Agro, e se non proprio in campagna per lo meno a Latina. Non c’è una veneta sui monti Lepini (l’unica di cui si avesse notizia era la madre di Lidano Grassucci, ma ulteriori ricerche hanno definitivamente confermato che anche lì fu il padre – ed erano comunque gli anni Sessanta – a dover scendere in pianura, a Santa Fecitola: lui parla sezzese solo perché il nonno ogni tanto se lo veniva a prendere. Lo rapiva). Ma non sono altro, del resto, che i meccanismi delle politiche matrimoniali studiati da Lévi-Strauss in tutti gli ambiti di tipo imperialistico, dal ratto delle Sabine fino ai film di John Wayne: Wasp contro Apaches.15
Da: TITO LIVIO
(362 a.C.) Nell’anno consolare di Quinto Servilio Aala e Lucio Genucio, in seguito a un terremoto o a qualche altro cataclisma, s’aprì nel Foro, quasi nella parte centrale, un vasto e profondissimo baratro, e non si riuscì a riempire quella voragine per quanta terra vi si gettasse, portandone ognuno in proporzione delle proprie forze, prima che si fosse cominciato per avvertimento degli dèi a cercare quale fosse il principale fattore della potenza del popolo romano. Predicevano infatti gli indovini ch’esso doveva essere consacrato a quel luogo, se si voleva che la Repubblica romana durasse in eterno. Allora Marco Curzio, giovane prode in guerra, rimproverò coloro i quali si chiedevano se potesse esservi per i Romani qualche bene più grande delle armi e del valore, e, imposto il silenzio, volgendo lo sguardo ai templi degli dèi immortali che dominano il Foro e al Campidoglio, e tendendo le mani ora al cielo, ora alla spaccatura che s’apriva nella terra, si votò agli dèi Mani; montando
quindi in armi un cavallo il più possibile bardato, si lanciò nel baratro. Doni votivi e biade furono ammassati sopra di lui dalla folla degli uomini e delle donne, e il lago Curzio avrebbe preso nome non da quell’antico Curzio Mezzio soldato di Tito Tazio, ma da questo.16
Da: ROMOLO A. STACCIOLI, ROMA ENTRO LE MURA
Press’a poco al centro [del Foro], in uno spazio trapezoidale più basso del livello circostante, dove sono visibili resti del pavimento cesariano e tracce di un pavimento più antico, di tufo, è da riconoscere il sito del Lacus Curtius, ultimo relitto della palude che un tempo invadeva la valle del Foro. Il luogo, colpito da un fulmine che vi avrebbe aperto una voragine nel 445 a.C., fu fatto “consacrare” per ordine del Senato dal console Gaio Curzio mediante la costruzione di un pozzo che doveva essere collocato al centro del basso basamento poligonale di tufo ancora oggi visibile sotto una tettoia. La leggenda voleva invece che nella voragine si fosse gettato per sacrificarvisi agli dèi, secondo il responso di un oracolo, il cavaliere romano Marco Curzio oppure che in essa fosse caduto a cavallo il capo sabino Mezio Curzio durante una battaglia coi Romani: alla leggenda si riferisce il rilievo di età repubblicana, cui fu poi aggiunta sul rovescio l’iscrizione del pretore Surdino, qui scoperto nel 1553. Presso il Lacus Curtius, nel cui pozzo la gente era solita gettare monete, fu ucciso nel 69 d.C. l’imperatore Galba.17
Da: STANIS RUINAS
Siamo nell’Azienda dell’Ermada. Non piove da sessanta giorni e mentre altrove la terra sbianca e sfarina, qui è iridata di rivoletti. Distese di grano e di bietole da zucchero. Il grano ha dato quaranta quintali all’ettaro, la bietola ottocento. Non v’è bisogno di concime, ché i fiumi hanno portato e depositato per un numero d’anni infinito un humus generoso. Sull’orlo della strada che il canale dei Pantani da Basso attraversa e cui fa da sfondo l’idrovora che l’ha bonificato, biancheggia una sabbia leggera come pomice, d’origine stromboliana. E’ stata portata all’aria dal fondo del canale sotto la torba alta fino a due metri. Tre anni or sono qui dove il grano infittisce e abbrivida, e quand’è il tempo della fioritura il lino stende coltri di seta azzurra e il cotone alza cespugli di rose, qui qualche centinaio di bestie pascolavano. E i butteri e i vaccari erano armati di lazzi come i gauci delle pampas per afferrare a volo per le corna le bestie che affondavano nei subdoli pantani. In una settimana sei ne morirono affogate nel fango. Durante i lavori di disboscamento, una Fowler, fuorviando dal ponte di tavole che era stato appositamente costruito sopra la melma, affondò e nessuno poté ripescarla.18
Da: VALENTINO ORSOLINI CENCELLI
Mentre prendeva avvio la coltivazione dei campi, Littoria cresceva con i suoi edifici. Avevo fissato la data della sua inaugurazione per il 18 dicembre ma, visto la stagione, venimmo notevolmente ostacolati dalle
piogge, tanto che fu dubbio se si potesse mantenere tale data che, fra l’altro, era stata diramata attraverso gli inviti. Il 17 dicembre il quadro era desolante e preoccupante, anche perché i canali di bonifica erano al massimo livello, sì che temetti che potessero straripare e la piazza di Littoria divenire un pantano vero e proprio.
I camion che trasportavano la pietra per la massicciata, affondavano e non riuscivano più a muoversi. Allora diedi ordine che tutti i trattori fossero prelevati dal loro parcheggio e messi a rimorchiare i camion. Quando, verso le dieci della sera, lasciai la piazza, la massicciata era stata eseguita per meno della metà e si stava incominciando a trasportare il pietrisco per la cilindratura.
Il 18 mattina, quando arrivai, sotto uno splendente sole che ci ripagava dalle ansie dei giorni precedenti, la piazza era completamente finita, rullata ed asfaltata, con i cigli di travertino lungo i marciapiedi posti perfettamente in ordine.19
Da: PALUDE. STORIA D’AMORE, DI SPETTRI E DI TRAPIANTI
Secondo la voce popolare, il Duce farebbe il fantasma dell’Agro Pontino. Il nume protettore. Girerebbe avanti e indietro sulla sua moto Guzzi 500. Ectoplasmatica anche quella. Quasi sempre sull’Appia, perché le vuole bene come alla città. Difatti questo tratto è come se lo avesse fatto lui, non Appio Claudio Cieco. Erano più di cinque secoli che le Paludi se l’erano mangiata e la via di Napoli correva per la Consolare, sotto la montagna. E’ la bonifica che ha ridato vita all’Appia.
Il Duce gira in moto e controlla le strade e i canali. Si dispera a vederli in quello stato. Ferma la moto e scende. E sta per delle ore dentro un fosso – in mezzo alle canne ed all’erbaccia alta – a tentare di rimuovere le tazze di gabinetto e i bidè che la gente ci butta dentro. Ma a volte le mani gli passano attraverso. Non sempre accade che riesca ad influire per davvero sul reale. Passa le ore e gli anni a pentirsi dei suoi mali. E qualche volta si svaga coi lavori più impensati: va a trebbiare sul podere dei Guerra, o davanti a quelle che avrebbero dovuto essere le Terme di Fogliano. Oppure va in piazza del Popolo. Qualche volta si mette sul balcone, e gli pare ancora di avere tutta la gente che lo adora di sotto. Ma più spesso si mette al centro, alla fontana con la palla, dove un camion affondò il giorno prima dell’inaugurazione, sabato 17 dicembre 1932.

Era già pomeriggio inoltrato. Quasi sera. La mattina dopo doveva essere tutto finito. Pioveva. Il camion era carico di pietrame. Prima s’affondò da una parte, con la ruota motrice. Poi, a forza di farle girare per tirarsi fuori, affondò pure l’altra. Più giravano le ruote più si apriva la voragine di fango limaccioso. Era già notte oramai. Hanno provato a trainarlo con altre macchine, con le locomotive. Ma niente da fare: il piccolo ma potentemente limaccioso pantano lo risucchiava. Non c’era più tempo da perdere: domani era il grande giorno. Allora hanno scavato un altro poco attorno e il camion lo hanno seppellito. E poi altro pietrame. E l’asfalto. Di notte. E la mattina la piazza era finita. Il camion sta ancora là sotto. Insieme alle pietre e al gattino dell’autista, che s’era spaventato dai rombi dei motori e dalla gente che stava intorno, e non era voluto scendere. Miagolava. Era un gattino bianco e nero. Più nero che bianco. Nero, con giusto qualche macchia bianca sul petto. Ha miagolato fin che è stato ricoperto.
Il fantasma del Duce pare si metta in piazza di notte, quando piove a dirotto. E si mette a tirare a tutta forza. Tende i muscoli delle braccia e dell’addome. Digrigna. Vuole tirare fuori il camion e il gattino. Ma tra gli scrosci d’acqua e i lampi di qualche fulmine di passaggio, non succede niente. Si sente giusto, qualche volta, un vago rombore di diesel e una specie di pianto di gattino. Non c’è nonno – di giorno – che non dia al nipotino una moneta da gettare nell’acqua della vasca.20
Provenendo i coloni per gran parte dalle Tre Venezie, come santo protettore di Littoria e dell’Agro fu scelto San Marco. Nella chiesa cattedrale a lui titolata, sotto la monumentale statua di bronzo è scritto a caratteri cubitali: “Tuam custodi civitatem“, che vuol dire custodisci, preserva e proteggi la tua città.
Fondata nel 1932 con i bei palazzi per gli impiegati al centro – appartamenti spaziosi con tanto di corridoi, bidè e vasche da bagno – Littoria costruì poi al di là della circonvallazione, extra moenia direbbe Livio, come un ghetto, il quartiere delle Case Popolari per gli operai e la bassa forza: loculi di trenta o quaranta metriquadri per famiglie numerosissime, sette od otto in una stanza, e w.c. con solo la tazza e il lavandino. Ci si lavava con le bagnarole. Gli abitanti del centro – i piazzaroli – negli anni Cinquanta e Sessanta lo chiamavano la casba. Ma era il 1934 e neanche dieci anni dopo – nel gennaio del ’44, quando i muri erano ancora freschi ed erano ancora freschi tutti i muri dell’Agro Pontino – la guerra distrusse tutto quanto. Le armate anglo-americane, la potenza di fuoco degli Stati Uniti – direttamente chiamata e provocata alla guerra dagli stessi che avevano pur fondato la città – s’abbatté su di noi e sulla nostra ùbris.
Forse non tutti sanno che dove adesso i ragazzini si rincorrono e la sera le badanti rumene in libera uscita incontrano i loro innnamorati – nella piazza di S. Maria Goretti, nei giardini davanti alla chiesa – lì sotto c’era il rifugio antiareo per il popolo della casba, per gli operai delle Case Popolari. Suonava la sirena e tutti dal terzo lotto, con i bambini in braccio, correvano – se facevano in tempo – a rifugiarsi lì. Ma anche se facevi in tempo non era detto. Non doveva essere stato costruito molto bene quel rifugio e il 26 gennaio del 1944 – sbarco di Anzio – una bomba navale riuscì a entrare vicino all’ingresso. Un’intera famiglia di nove persone – i Gennaro: padre, figli e un nipotino – perse la vita. Chiunque va al cimitero vecchio di Latina, al secondo campetto a sinistra davanti alla chiesetta, può ancora vedere la tomba in marmo grigio scolorito dal tempo – e speriamo che a nessuno venga in mente di sostituirlo con dozzinali nuove lastre – che li raccoglie. Sotto la fila delle foto con cornice ovale di Ernesto, Nereo, Mario, Marino, Irma, Romilda, Antonio, Luigi e del piccolo Gianni Roma, figlio di Marino e di Gennaro Maria, c’è scritto:
“QUI DEPOSTI SONO DI ERNESTO GENNARO E DELLA FAMIGLIA / GLI SVENTURATI RESTI MORTALI / RESI ESANIMI NON DA NATURAL DECESSO / MA DA OMICIDA FUROR DEL CANNON E DELLA MITRAGLIA / 26 GENNAIO – 2 MARZO 1944 / I POCHI SUPERSITI POSERO“.
TUAM CUSTODI CIVITATEM ?
Ma San Marco, perché non m’hai lasciato
a casa mia in mezzo alla mia fame,
e m’hai portato qua, abbacinato
con promesse di terre e di bestiame?
Ho prosciugato l’acqua, fabbricato
dove prima era solo la boscaglia.
Ma è questo il prezzo che tu hai scontato?
Il sangue mio sotto la mitraglia?
Antonio Pennacchi
1 Cfr.: TITO LIVIO, Storia di Roma dalla sua fondazione, Milano 1987 (trad. M. Scàndola), I, 3-8.
2 Cfr. Genesi, 4, 1-8.
3 G.G. BELLI, Sonetti, “Caino”, 184 [180]).
4 Cfr. Genesi, 10-22
5 BELLI, cit., “Er zagrifizzio d’Abbramo”, 757-759.
6 Cfr. Gen., 24-35.
7 T.MANN, Il giovane Giuseppe, Milano 1998 (Der junge Joseph, 1934; trad. B. Arzeni), pp. 76-78.
8 O.N.C., “La Conquista della Terra“, febbraio 1939.
9 V. ORSOLINI CENCELLI, “Come nacque Littoria. Una testimonianza”, in: “La mostra. Storia di una città“, Latina 1982.
10 Dante, Inferno, III, 76-102.
11 A. FERRARI, Dizionario di mitologia greca e latina, Torino 1999, pp.147, 488, 505.
12 Il curatore giurerebbe di averla letta trent’anni fa in: R. BACCHELLI, Il diavolo al Pontelungo, ma non è più riuscito a ritrovarcela. Per cui l’ha riscritta più o meno a memoria. Diciamo che è un BACCHELLI-PENNACCHI. (O era Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina?)
13 Cfr.: S. RUINAS, Viaggio per le città di Mussolini, Milano 1939, pp. 147-151.
14 Cfr.: LIVIO, cit., I, 9-13.
15 Cfr.: A.PENNACCHI, Viaggio per le città del Duce, Milano 2003, pp. 175-177.
16 Cfr.: LIVIO, VII, 6
17 R.A. STACCIOLI, Roma entro le mura, Roma 1985, pp. 56-57.
18 Cfr.: RUINAS, cit., p. 175.
19 V. ORSOLINI CENCELLI in: T. STABILE, La Palude, Littoria, I Grattacieli, Fascismo e Postfascismo, Velletri 1998, pp.76-77.
20 Cfr.: A. PENNACCHI, Palude. Storia d’amore, di spettri e trapianti, Roma 1995-2000, pp. 87-88.