Angela Azzaro
Caro Gabriele,
ho letto con grande interesse il tuo bell’ articolo [cfr. "Bologna. I covi fascisti si chiudono col fuoco"]. Soprattutto, essendo io di sinistra (o come la vogliamo definire) mi sono sentita chiamata in causa dall’ultima parte. Quella dove chiedi a noi di prendere le distanze dall’attacco violento e incendiario contro CasaPound di Bologna.
Posso dirti che il giornale per cui lavoro, L’Altro, è stato uno dei pochi ad averne parlato contro, grazie all’articolo di Ugo Tassinari. Abbiamo preso le distanze e abbiamo denunciato il fatto con gli strumenti che abbiamo: dandone notizia senza minimizzare o ignorare la cosa, ma dando parola alla parte offesa. Posso anche aggiungere che per me questo è motivo di orgoglio.
Ma sarei davvero stupida se pensassi che così rispondo alla tua domanda di presa di posizione. Non basta, sono d’accordo con te. Ci vuole di più. E non basta neppure, anche se sarebbe molto, che i dirigenti della sinistra dicessero qualcosa invece di stare zitti come hanno fatto. Trovo il loro silenzio colpevole. Ma anche se parlassero non sarebbe sufficiente perché credo che lo sforzo che vada fatto è ancora maggiore. Va messa in discussione un’intera cultura politica di destra e di sinistra. Una cultura basata sul concetto di nemico-amico, sulla violenza, sull’eliminazione dell’avversario. Tu dici che per te non è così. Ci credo. Ma davvero puoi dire la stessa cosa dei tuoi? Del mondo a cui appartieni?
Io ti posso parlare del mio e dire, senza paura di essere smentita, che resta una cultura violenta. Chi non la pensa come te è il nemico, l’odioso avversario. Questo vale per chi sta dall’altra parte della barricata ma anche per chi, stando dalla tua stessa parte, esprime posizioni diverse. La storia del comunismo è stata scritta così: sono le pagine più tristi, più pesanti. Pagine, che pur nella variante dei tempi, sono ancora attuali.
Eppure c’è stato chi, a sinistra, ci ha provato a cambiare le carte in tavola. A costruire una nuova cultura politica. Questo signore si chiama Fausto Bertinotti. A un certo punto se ne è venuto fuori con la non-violenza. Lanciando una sfida politica, storica, ma anche umana. Non si trattava di porgere l’altra guancia. Ma di dire no allo stalinismo, alla violenza della presa del potere da parte di presunte avanguardie, alla violenza della lotta armata. Insomma di dire no alla storia della sinistra in questo paese quando ha seminato odio, quando ha visto e trattato l’altro come nemico.
La posizione di Bertinotti è stata sconfitta. Sulla carta è passata, di fatto è stata secondo me la vera ragione della sua uscita di scena. I primi a contestarla sono stati i movimenti. Ufficialmente perché secondo loro la non-violenza avrebbe portato alla fine del conflitto. Cosa assolutamente falsa e non prevista dal ragionamento di Bertinotti. Nel profondo perché metteva in discussione alla radice la loro visione della politica, della lotta e (credo di non esagerare) dello stare al mondo. Rifondazione comunista, la Rifondazione di Bertinotti, invece fece propria la non-violenza. Ma fu atto di superficie, perché Rifondazione era e resta profondamente stalinista.
Penso – ma magari mi sbaglio – che anche a te e a molti che scrivono per il Fondo la parola non-violenza faccia venire l’orticaria. Che pensiate sia una variante di una concezione borghese, anti rivoluzionaria, governista. Che la lotta o è violenta o non è. Per poi ricordarvi che la violenza è brutta quando vi colpisce, quando rischia di uccidere tre persone come stava per accadere a Bologna. Penso, ma spero di sbagliarmi. Sicuramente anche dalla vostra parte vedo un deficit di discussione sulle forme di lotta, su come agire il conflitto. Ho visto poca indignazione quando la violenza colpiva per esempio gay, lesbiche o trans (l’omofobia in Italia è cresciuta e spesso è stata rivendicata da forze di destra).
Caro Gabriele, parliamone.
i tag dell'articolo sono → Angela Azzaro, Fondo il magazine, Gabriele Adinolfi, Magazine il Fondo

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