Sandro Giovannini, N-Snob. Altre evocazioni

N-Snob Altre evocazioni.

N-Snob Altre evocazioni.

Sandro Giovannini
N-Snob. Altre evocazioni
Oaks Editrice
2021
pag. 200
Euro, 20,00

 

Se non fosse già stato utilizzato da insigne altrui, e Sandro Giovannini mi avesse chiesto un suggerimento – cosa che saggiamente si è ben guardato dal fare – gli avrei consigliato questo titolo: “Ecce homo. Come si diventa ciò che si è”. Rubando al noto filosofo tedesco persino il titolare di alcuni capitoli interni a quel libro: “Perché sono così saggio” e “Perché scrivo libri così buoni”. Avrei evitato, invece, quel “Perché sono così accorto” che, francamente, non si addice al mio amico pesarese. E il primo a saperlo è proprio lui che introducendosi, con trasparente lucidità autoanalitica, recita: «Armati di tutto punto con i ferri sbrindellati del Quijote e quindi determinatissimi, percorriamo i territori desolati dove la gloria non può venire dalla pompa del consenso». E, invece, no. Fosse stato più accorto, ovvero: avesse agito in maniera avveduta e previdentemente curando gli interessi della sua persona pubblica (di scrittore, di artista, di editore, di inventore) anziché quelli di una comunità alla quale per tutta la vita ha generosamente sacrificato il “per sé”, in funzione del “per voi”; ecco: avesse detto più spesso “io” anziché “noi”, lo avesse fatto, ebbene… Ebbene: ma che dico? Avesse fatto quello che non ha mai fatto non sarebbe diventato “ciò che è”. Che, poi, è l’unico compito decente che ci si possa dare in questo spasimo di vita. In tutta quella saggezza faticosamente acquisita, ché nessun Dio gliel’ha regalata. E nella bontà dei libri che ha scritto e che continuerà a scrivere.

In ogni caso, più volte durante la lettura di N-Snob, mi sono chiesto se davvero fosse possibile iscrivere il libro nella categoria sbrigativa e sempre un po’ sfuggente delle autobiografie, più o meno centrate sulle aneddotiche del bios, più o meno  centrate sugli accadimenti intellettuali (cioè sulla descrizione del percorso  di acquisizione cognitiva di se stessi e del mondo e di se stessi rispetto al mondo). Forse, è entrambe le cose. Probabilmente, è anche qualcosa di più. Qualcosa che attiene al rapporto, a un tempo fisico e metafisico, fra letteratura e verità. E qui viene il bello. Perché, se l’autobiografo  tende ad affermare intenzionalmente la verità – su di sé, sotto di sé, intorno a sé –la scrittura tradirà sempre le sue intenzioni. In altre parole, per dirla con John M. Coetzee: «La verità può essere il cuore dell’autobiografia, ma ciò non vuol dire che l’autobiografia abbia a cuore la verità». O, ancora, per dirla alla maniera di Memme Desimo:

se avessi avuto una mente fotografica
non avrei consumato occhiali e penne
non mi sarei scervellato a furor di scrittura
ma in ginocchio come un sufi alla medina
avrei poggiato la fronte sopra un foglio
e propiziata con formule di rito
la parusìa d’una luce a fior di pelle
per contatto e mai più per tradimento
avrei ritratto ogni posa del pensiero

Insomma, difficile, per non dire impossibile che fra lo scopo dichiarato di un’autobiografia – il pensiero della verità – e il suo risultato finale – la scrittura compiuta in un libro – per quanto rigore si possa essere adoperato, ci sia una corrispondenza assoluta. Tanto più che nell’autobiografia (qualsiasi autobiografia) oltre all’infedeltà della scrittura, entra in scena anche quella di quell’altra puttana che ha il nome di Memoria e che, in fatto di tradimenti, non è seconda a nessuno.

Facciamo un esempio. Personalmente, conosco molti episodi raccontati nel libro o per averli vissuti insieme all’Autore o per relata refero direttamente da lui stesso. Questo, almeno dal 1985 in poi, anno del mio avvicinamento al Vertex-Poesia e della nascita del nostro sodalizio amicale  (e più: valga come assolutamente non casuale il fatto che sia stato lui a prefare la mia seconda raccolta di poesie). Da quella data, posso testimoniare, passaggio per passaggio, l’esattezza della ricostruzione cronologica contenuta nel libro, le dinamiche inter-destinali dei personaggi chiamati in causa, le fattezze degli esiti sopraggiunti al dispiegamento dei «ferri sbrindellati» rivendicati in incipit. E, soprattutto, il fondamento ontologico che ha spinto l’Autore in avanti e in alto rispetto a fatti e accadimenti raccontati e che qui viene restituito (il fondamento ontologico)  con assoluta genuinità. E genialità.

Tuttavia, nell’episodio che segnatamente fa il mio nome, quello della nostra irruzione  alla Fiera Internazionale della Magia di Marina di Carrara (agosto 1986), la baldracca Memoria lo inganna (ammesso e non concesso che sia la memoria a ingannare lui e non, invece, lui a ingannare la memoria).  Chiamo irruzione quella che bisognerebbe definire correttamente “partecipazione”, visto che eravamo fra gli invitati a conferire. In realtà, in mezzo a quel baraccone in cui la vedette era la star televisiva Mago Otelma, il nostro intervenire risultò a tutti gli effetti un irrompere. E uno scandalo, almeno per lo standard dell’evento. Ma non avvenne, come ricorda lui, nel corso dell’intervento delle vedette televisiva dal nome invertito, che in escandescenze ci andò di suo, com’è nei modi del personaggio che incarna. A mandarlo fuori dai gangheri non fu, insomma, il nostro amico nepalese con il suo mantra (mai recitato) che, anzi, seduto al mio fianco, devoto iniziaticamente alla via della mano sinistra, era più attento alla hostess che gli organizzatori ci avevano dedicato per orientarci nella bolgia dell’evento che al detto dell’illustre mediatico in cattedra. Lo scandalo, se così vogliamo chiamare quel po’ di caciara che si ebbe, avvenne proprio quando al tavolo dei relatori c’eravamo noi. Gli è che Dipak Rajpant (questo il nome dell’amico indù, che ci accompagnò nell’impresa, più con spirito goliardico-situazionista che iniziatico) urtò con la sua esposizione policentrica della divinità certi fieri convincimenti di tre adepti del Grande Architetto che, dopo averci accusati di voler sovvertire l’ordine del Principio Primo dell’Universo, abbandonarono rumorosamente la sala, in segno di gran disprezzo. Insalutati ospiti.

Questo, per dire cosa? Se la mia fosse solo una puntualizzazione di cronaca, varrebbe poco: nemmeno l’identico dell’eterno ritorno noterebbe la differenza fra il suo resoconto e il mio, posta com’è ai limiti dell’irrilevanza. Ma ora, per favore, andatevi a leggere  (o a rileggere se lo avete già letto) il passaggio in questione tra pagina 49 e 52. Quell’estratto, signori miei, è alta letteratura… il mio, invece, è il riassuntino del bravo cronista. Nel primo c’è lo stile che il secondo si sogna. Che importanza può avere, quindi, che la verità risieda nel secondo anziché nel primo quando, con Gottfried Benn, sappiano che: «Lo stile è superiore alla verità: reca in sé le prove dell’esistenza»? Allo stile, per lo stile tutto è sacrificabile: anche la verità. Sarà mica casuale quel Pinocchio su Pinocchio ostentato in copertina, vero?  Al diavolo la verità: solo lo stile può incidere il segno del nostro nome sul registro dell’esser-ci.  Signore e signori, ecce homo: Sandro Giovannini. No snob.

m.r.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks