Miro Renzaglia, Cane Sciolto. Il nero muove e perde

cane-scioltoMiro Renzaglia
Cane sciolto. 
Il nero muove e perde
Edizioni Passaggio al bosco
2021
pag. 162
euro 10,00


La prima cosa da fare nel cominciare a leggere Cane sciolto. Il nero muove e perde, romanzo di Miro Renzaglia edito dalle Edizioni Passaggio al bosco, è liberarsi immediatamente dal pregiudizio che accompagna, spesso a ragione, questo genere di testi.

Non ho mai amato molto la memorialistica, il ricordo dei reduci, le loro rabbie, le loro delusioni, i loro ricordi spesso deformati dalla lente distorcente del tempo che passa e che rende mitico quello che solitamente tutto è tranne che mitico.

Qui ci troviamo di fronte ad un testo letterario che utilizza come trama una serie di ricordi dell’Io narrante che ha attraversato gli anni Settanta dalla “parte sbagliata”, con tutto il suo portato di angosce, violenza, sangue e ferocia.

Ma quei ricordi, peraltro mascherati, trasfigurati, rimodellati, sono solo il pretesto per mettere in piedi un romanzo che fa della continua riflessione sul senso della vita, sul significato, spesso sfuggente, della nostra impronta in questo mondo il suo punto nevralgico.

Ma non è un testo scioccamente filosofeggiante, è un romanzo teso che indaga, senza alcun piagnisteo e senza alcuna autocommiserazione, su chi si è, su chi si sceglie di essere. E questo il protagonista, seppur confusamente, in modo istintuale e animalesco, lo sa alla perfezione. Anzi lo intuisce seguendo le proprie pulsioni, non cedendo mai alla facile autoassoluzione o alla pigrizia che si fa legione.

Se si è trovato in certe situazioni, e poteva trovarsi indifferentemente da una parte della barricata o dall’altra, visto che nessun dovere di schierarsi lo vincola e nessun giuramento lo costringe, è solo a causa della sua scelta, non motivata se non dal desiderio di essere “Bastian Contrario” o semplicemente dal desiderio di non rispondere a nessuna gerarchia o a nessun “tu devi”, come si esprime il protagonista. È la sua scelta personale che lo spinge su una strada che lo vedrà protagonista a sue spese di tutto ciò che gli accadrà.

Nessuna particolare affezione per un mondo che anzi irride, talvolta bonariamente altre volte sarcasticamente, fatto di capoccioni lucidi, di slogan roboanti, di retorica fine a sé stessa che non può certo intrigare un tipo acuminato, seppur in quegli anni giovanili poco strutturato razionalmente, come il protagonista.

Divertente da questo punto di vista e assai significativa la scena in cui il nostro per sbeffeggiare quegli slogan un po’ fasulli, modifica la scritta “Ein Folk, Ein Reich, Ein Führer”, in “N-Ein Folk, N-Ein Reich, N-Ein Führer”. Pura azione situazionista. Così tanto per testimoniare una volta di più il “nullismo” di cui si sente portatore.

Quello che sorprende però è il quadro d’insieme che esce dal suo testo a cominciare dalla esplicitazione della sua poetica, del suo stile.

La trama che dicevamo essere un semplice pretesto si fonde in realtà con l’ordito che non fa da scheletro di sottofondo ma costituisce lui stesso il corpo della narrazione.

Così non ci viene raccontata la prima manifestazione ma la medesima viene così trasfigurata: «Vai alla tua prima manifestazione e ti scordi chi sei, dove abiti e perfino come ti chiami. Stai lì, in mezzo, e non canti canzoni, non ritmi slogan: tu sei canzone e slogan. Sei lo striscione; sei il manico di piccone […], sei il sasso tirato contro la vetrina di una banca; sei la sirena della polizia e il lacrimo geno».

Il soggetto che diventa oggetto e viceversa, in una fusione che tronca ogni mediazione tra l’Io e la scena. L’io è la scena. La scena è l’Io.

Così il romanzo attraverso la parola, una parola raffinata e ben tornita, nel senso che viene scarnificata da qualsiasi orpello mieloso, non ha più una trama riconoscibile se non attraverso la parola stessa.

È la parola scritta, con il suo ritmo serrato, con la sua capacità descrittiva illuminante, con la sua potenza creativa a costruire la trama e l’ordito senza soluzione di continuità. Questo dona al raccontare una compattezza che non è mai pesante, uno scorrere che non è mai fangoso, un illuminare che non è mai mera accensione di una luce, ma è luce stessa.

E questa poetica stilistica ci è descritta con malcelata reticenza, come una confessione dal protagonista stesso quando ci rende partecipe del suo sentire: «Sapevo solo che le parole esercitavano su di me strane attrazioni. Il loro gioco di vocali, consonanti, sillabe e accenti mi affascinava. A volte mi piaceva più la forma del loro contenuto: mi attraevano soprattutto quelle di cui ignoravo il significato».

È proprio in quel “A volte mi piaceva più la forma del loro contenuto” che Renzaglia ci mette a disposizione la chiave di lettura della sua prosa scintillante, tesa, scevra da qualsiasi untuosità. La forma personalissima che si fa contenuto e che spiega molto meglio di ogni contorsione interiore quello che l’autore ci vuole trasmettere.

La trama che si fa ordito e viceversa. La parola, combinata in forme diverse ma che diventa, per il suono, la cadenza, il senso stesso del romanzo.

Da qui la sua compatta semplicità tesa a far luce sulla complicazione che invece è rappresentata dalla struttura del romanzo che sembra essere un po’ come quelle immagini a due dimensioni da cui, se ci concentriamo con occhio vigile, scaturisce invece un mondo tridimensionale assai più ricco e stratificato di quanto invece non appariva ad una prima visione.

Così il testo introspettivo, riflessivo, scorticato ed urticante si arricchisce nella sua costruzione di una serie infinita di citazioni e rimandi che Renzaglia esplicita alla fine del libro con un paragrafo annesso che, alla rinfusa, ne indica gli autori da cui ha tratto una frase o un commento che ha sapientemente mescolato con le sue riflessioni.

Un esempio, tra i più facili, è la presenza di tal Giulio Rapetti tra gli autori delle citazioni. A bella posta l’autore lo chiama col suo vero nome. Troppo facile e troppo poco seducente mettere il lettore sulla pista giusta chiamandolo col suo nom de plume: Mogol. Sia il lettore in questa fascinazione a farsi rapire e scovi lui stesso il riferimento arcano.

Sfida il lettore, non gli mette in bocca una facile pappa spacciando per suo ciò che non è.

Renzaglia non è un banale Roberto Saviano che si fa condannare per plagio, è un utilizzatore sapiente, consapevole della merce altrui ma non se ne riappropria volgarmente, la rielabora e la fa affiorare in questo testo tridimensionale bellissimo.

La secca narrazione si intreccia poi con il suo contraltare, con le pagine del diario della giovinetta amata. Pagine in cui lo stile elementare, piano, quasi banale rendono alla perfezione il sentimento di amore giovanile, ingenuo e spassionato dell’adolescente alle prese con una linea d’ombra che il suo amore ha volontariamente varcato. È un contraltare utile ad umanizzare la scena, a vederla con un altro occhio rispetto a quello del protagonista. Attenua il racconto dell’Io narrante, plasmandone le asperità acuminate e i bagliori di luce luciferina.

Il tutto diventa un testo in bilico tra modernità e postmoderno, se per postmoderno si intende proprio la consapevolezza che il progresso e la Storia come il tempo, almeno quello lineare, non esistono e che tutto è stato già scritto e quindi compito dello scrittore è quello di riciclare una serie di scarti, di schegge ma a modo proprio, rifacendole rivivere una ennesima volta ma con un sapore e un significato diverso dall’originale.

D’altra parte Renzaglia ha ben presente la lezione del poeta, suo maestro ideale, che raccontava che per fare poesia si può utilizzare tutto, così come per scrivere prosa. E cosa c’è di meglio nell’utilizzare scarti di parole altrui per rivitalizzarle in un testo che le rinnova?

C’è poi un gioco di veli, come nella danza del ventre, in cui il disvelamento solo apparente fa il gioco della seduzione. Così i fatti, pur reali, sono trasfigurati e modificati in modo da far risultare solo uno scenario su cui far muovere le proprie interiori pulsioni.

Ma la parte più intrigante per me è questo costante richiamo al mondo degli scacchi, così poco conosciuto e che viene considerato avulso dalla vita di tutti i giorni mentre invece ne rappresenta la sua metafora per eccellenza, con le sue crudeltà, con la sua brutale lotta tra contendenti, con i suoi sublimi inganni.

Ce ne rende partecipi l’autore, attraverso il suo protagonista, quando scrive, per caratterizzare il suo modo di porsi nei confronti della vita: «A scacchi, con il bianco, propongo sempre il gambetto di re. I gambetti sono quelle aperture dove si sacrifica subito qualcosa per guadagnare spazi d’azione e possibilità d’attacco. I posizionamenti e i tatticismi mi sfinivano: meglio andare subito al dunque. E, quando giocavo con il nero, avrei abbracciato come fratello chi mi opponeva lo stesso spirito di gioco. Che quello che mi affascinava era la lotta aperta, il rifiuto di qualsiasi posizionamento difensivo. Qualcosa, insomma, di romantico fino alle midolla. Un gioco fondato sul rischio e sull’avventura, sulla tenuta psicologica nei confronti dell’imprevedibile e dell’imponderabile. L’impianto dei gambetti è semplice-semplice: attacco frontale al re».

Ecco come la metafora scacchistica diventa disvelamento di un modus che ha caratterizzato il protagonista del romanzo.

Ma c’è di più in questa stratificazione tridimensionale: l’ultima beffa, se beffa si può chiamare o un indizio che l’autore ci concede per spiegare il senso della sua posizione nei confronti della vita.

Attingendo ancora dal mondo degli scacchi titola i 23 capitoli del romanzo con una serie di simboli che rappresentano delle mosse.

Il bello è che quei simboli non sono messi lì a caso, rappresentano una sequenza coerente di mosse che ci fa risalire a quella che nel mondo degli scacchisti è nota come “L’immortale”, una partita che si giocò al torneo di Londra nel 1851, tra Anderssen e Kieseritzky.

Anderssen adottò come apertura, guarda caso, un gambetto di alfiere di re che gli permise, anche con una serie di sacrifici imponenti e teatrali nella loro bellezza, entrambe le torri e la donna, di arrivare in una posizione di superiorità che finì con un matto, pur il nero avendo conservato quasi tutti suoi pezzi.

Pur il nero avendo una potenza di fuoco assai superiore cedette miseramente alla genialità della leggerezza, priva di tutto ma non della forza di attacco.

Sembra quasi un testamento spirituale che l’autore, seppur nascostamente, ci rivela. Non serve a nulla accumulare ed esibire quello hai raccattato nel corso degli anni, quello che vale è una vita in cui il perno di tutto è il rischio e l’azione senza domani. L’unica che vale la pena di essere vissuta anche se priva comunque di senso. Il senso risiede nella pura azione, senza presupposti, senza aspettative. Sembra quasi una forma di atarassia postulata in versione moderna. Un Arjuna che parla negli anni duemila. Agire senza preoccuparsi di null’altro.

Perché, ce lo dice chiaramente il nostro, non c’è futuro, inutile pensiero sterile, come non c’è passato, morto fardello che appesantisce ed ottunde la mente.

C’è solo l’adesso, il momento in cui si dispiega, senza sovrastrutture, l’agire: «La progressione temporale è una convenzione che ci tramandiamo per attitudine mentale a interpretare il corso degli eventi come fatti successivi. In realtà, niente è già capitato e nessun domani accadrà se non all’istante. Tutto è compreso nel nunc: non c’è storia. E lì, nell’istante in cui infrangi l’antemurale del tempo, puoi leggere tutto quello che già sai».

E citando Manlio Sgalambro: «Non si può essere reazionari perché non c’è dove tornare. Non si può essere progressisti, perché non c’è dove andare».

Puro vitalismo, nichilismo attivo che mi ricorda Jack London e la disperata lotta per la vita che rende i suoi protagonisti, uomini o animali poco importa, i tragici fautori del proprio destino che inevitabilmente ci porterà lì da dove siamo venuti: il Nulla.

Un romanzo che è un esempio di ottima letteratura per un autore che ci rivela un ulteriore sfaccettatura della sua poliedrica produzione. E che ci racconta che si può attraversare il buio della vita illuminandosi soltanto con la fiammella che sprigiona dalla nostra vitalità, dalla nostra lotta che finirà in sconfitta ma che dobbiamo comunque assumerla come l’unico espediente che ci può mandare avanti.

Del resto, ci avvisa Renzaglia: «Non riesco a vedere la differenza che vedi tu fra mezzo e fine: la vita è lotta e la vita non ha scopo fuori da sé stessa. Se vale per la vita, vale anche per la lotta».

Da leggere e da rileggere. Io che sono lettore lento, l’ho letto in un pomeriggio e riletto nella notte successiva. Poi di getto, quasi vomitandole, ho scritto queste note. Perché la prima volta ti prende il ritmo, vieni affascinato dalle parole, poi devi cominciare a far affiorare le immagini tridimensionali che più l’occhio è concentrato più appaiono vivide, vedere dove prima avevi ascoltato lo scintillio del fraseggio.

Insomma, è un piccolo gioiello per dimensioni, un grande scrigno per contenuti. Un turbinio di parole dal gusto metallico e risonante, nella loro silenziosa sobrietà, affilate come rasoi.

Luminoso nel suo scandagliare oscuri abissi.

Mario Grossi

 

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