Il nuovo noir dell’autore torinese…

ballarioSe volete leggere un signor noir Niente di personale (Edizioni del Capricorno, 2021, 2uro 12,00) di Giorgio Ballario edito dalle Edizioni del Capricorno non può sfuggirvi. La storia è intrigante e mette in scena, nei panni del protagonista, un killer: Dante Finazzi cui viene affidato un compito che rispecchia esattamente la sua professione: uccidere, cosa che ha sempre fatto nel corso della sua onorata carriera con estrema e riconosciuta professionalità che lo ha reso agli occhi di chi lo conosce una sorta di mito. I suoi metodi, il suo stile, la sua lucida interpretazione della professione, la sua silenziosa riservatezza lo fanno un collaboratore prezioso per tutte quelle organizzazioni da cui Finazzi però si è sempre tenuto alla larga, preferendo una vita da cane sciolto più affine al suo carattere, difficile a sottostare ad apparati ed alla loro disciplina.

Il problema, ma all’inizio è solo un fastidio, è che questa volta la vittima è una donna che il killer scopre misteriosa nei suoi comportamenti quando, prima di passare all’azione, la osserva, la fotografa, la pedina.

È un fastidio che cresce insieme alla convinzione, quasi ossessiva in realtà, che quella sarà la sua ultima operazione prima di un pensionamento che lo dovrebbe, nelle sue intenzioni, portare in Sudamerica a spendere i rimanenti anni della sua vita.

Già, perché Finazzi è giunto alle porte di quell’età, sta per compiere cinquant’anni, in cui si comincia a pensare a come organizzarsi per tirare i remi in barca specie se l’attività intrapresa è un “lavoro usurante” come il suo:

“Una volta, anni prima, in un bar di Mirafiori aveva sentito un tizio del milieu criminale affermare che “fino a quarant’anni si può ancora progettare il futuro, a cinquanta è meglio cominciare a pianificare la ritirata””.

Tutto è filtrato attraverso questo umore del protagonista che sente la sua vita giunta alla fatidica svolta in cui, dietro l’angolo della mezza età, si vede l’inizio della propria parabola discendente, corrosa dai dubbi, velata di malinconia, resa esplicita dalle prime rughe, incorniciata da capelli sempre più radi e ingrigiti.

Ed è proprio questo umore una delle caratteristiche di tutto il romanzo ma potrei dire che è una cifra dell’autore che ama dipingere così alcuni dei suoi più riusciti personaggi come l’investigatore Hector Perazzo, solitario, apparentemente cinico, disincantato, malinconico, alle prese anche lui con un tempo ingannatore che non accenna a frenare e che lo trascinerà verso una decrepitezza che si delinea all’orizzonte e che non potrà essere mitigata da nulla ma affrontata con rassegnazione.

Ma quello che potrebbe sembrare una cifra cupa dell’autore trova il suo equilibrio in queste pagine attraverso una contrapposizione gioiosa che stempera questo umor grigio.

La scena si svolge tutta nel perimetro della città di Torino e nei suoi dintorni nell’anno dei mondiali del 1990. E Torino ospita le partite del girone che comprende tra gli altri il Brasile.

Si assiste così ad un gioco di luci ed ombre dove l’umor grigio di Finazzi “cuore di tenebra” e la città stessa nel suo stile sobrio, sabaudo, monolitico, prendono luce dallo sfolgorante sfavillio della torcida verdeoro che, tra entusiasmo, gioia di vivere, belle ragazze danzanti, scoppi di felicità, illumina la scena senza mai farla inabissare in un’oscurità senza ritorno.

Come anche funzione di contraltare per attenuare la tensione crescente dell’azione e per sottolineare una gioia infantile che, seppur sepolta sotto una pesante coltre di disillusioni non scompare mai, ma tende a ripresentarsi proprio quando la nostra mente comincia con l’età ad essere assediata dai dubbi e dai disinganni, hanno le scene al parco che culminano in quella dove Finazzi induce Quadri, l’ex marito della vittima, e suo figlio Sergio a far volare un aquilone.

Come non pensare alla scena finale del film Mary Poppins (nel libro della Traves non ce n’è traccia) della Disney del 1964.

Basta sostituire Finazzi con Mary Poppins, che si allontana per eclissarsi, Quadri con Mr. Banks che vince la sua ritrosia e corre con l’aquilone e Sergio con Micheal che gioisce per un padre ritrovato e la magia è compiuta.

Qualcuno penserà a una mia libera e sciocca interpretazione. Ma io continuo a far parte di quelli che sostengono che se io l’ho visto, l’autore, magari inconsapevolmente, ce l’ha messo. C’è sempre complicità tra lui e il suo lettore.

Il testo, che l’autore nelle note conclusive dichiara di essere liberamente tratto dal romanzo argentino Gli ultimi giorni della vittima di Josè Pablo Feinmann, procede sospeso fino alla fine e si mantiene teso e misterioso ricordandomi invece, nella risoluzione finale, la novella di fantascienza La settima vittima di Robert Sheckley, inserita in quella mirabile antologia che è Le meraviglie del possibile.

In alcuni passaggi poi affiorano segnali, tutti da scoprire, che l’autore lascia nella sua scia (per farsi riconoscere?) perché come dice De Gregori “Non sarà il canto delle sirene ad addormentarci il cuore/ Quando l’occhio di Ismaele si affaccia da dietro il sole/ E nella schiuma della nostra scia qualcosa appare e scompare”.

Forse in modo volutamente popolare Ballario omaggia Seneca quando scrive “Ragassi – diceva Silingardi con quel suo tipico accento emiliano – sappiate che la vita non è altro che una lunga marcia di avvicinamento alla morte” che molto ricorda l’autore delle Lettere a Lucilio “Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit” (“Moriamo ogni giorno: ogni giorno infatti ci è tolta una parte della vita; anche quando il nostro organismo cresce, la vita decresce”).

E con la mente basta andare alle cinque indagini del Maggiore Morosini, un altro personaggio fondamentale dei romanzi di Ballario che guarda caso legge Seneca, per capire che non mi sono fatto fuorviare da un abbaglio.

Deve poi trovare spazio un breve accenno alla figura di Salvatore Penna, un tirapiedi del Dottore che ha incaricato Finazzi di far fuori la sua vittima che, con i suoi vestiti sgargianti da tamarro e con la sua volgarità ben rappresenta, sempre in contrapposizione, la metafora del tempo che scorre, che si corrompe nella modernità e che mette sempre di più fuori gioco Finazzi e i suoi metodi professionali, solidi perché vetusti nella loro etica protestante, sideralmente lontani dalla chiassosa rappresentazione cromatica del delinquente ”tutto chiacchiere” ma senza distintivo.

Il corpus di Ballario che si nutre di personaggi marginali, di drop out, di individui sottovalutati o in crisi con sé stessi come appunto Finazzi, Hector Perazzo, il rapinatore Spaggiari di un altro suo libro o le tante figure che animano Fuori dal coro, si arricchisce di un nuovo adepto il killer dubbioso.

Questi personaggi relegati nella penombra o dimenticati dal mainstream e che Ballario invece adora, per pura empatia immagino, sono la spina dorsale di tutti i suoi scritti e ne costituiscono una delle sue tante bellezze.

Questo fil rouge costituisce la continuità soggiacente a tutta la sua opera.

Più di un noir. Una prova d’autore che non potrà lasciare deluso nessun palato perché in tanta ricchezza ognuno potrà rinvenire uno spunto per poter godere in piena libertà della sua lettura.

Mario Grossi

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