Canto I – Al Maestro, ad Apollo, alla Musa Divina

capolettera I
o comincio: «Poeta che mi guidi,
tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi,
lo bello stilo che m'ha fatto onore
a novità del suono e 'l grande lume.
Sotto 'l velame de li versi strani,
amor mi mosse che mi fa parlare 
dove le due nature son consorti:
morte comune e de li forti i vizi.
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.         
E se le fantasie nostre son basse,
lasciale tal, che di qui a mille anni
le lor figure, com'io l'ho concette,
paia tua possa in questi versi brevi!
O buono Apollo, a l'ultimo lavoro
ch'è principio e cagion di tutta gioia,
la voce tua sicura, balda e lieta,
suoni la volontà, suoni 'l disio:
a che la mia risposta è già decreta!».
O somma sapienza, quanta è l'arte!
Con simile atto e con simile faccia,
io non so s'i' mi fui qui troppo folle.
E però, poco val freno o richiamo:
voglia assoluta non consente al danno.
Per questo la scrittura condescende
e a Beatrice tutta si converte:
de la voglia assoluta intende, e io
de l'altra; sì che ver diciamo insieme».
Io pensava così: «Questi per noi
s'accorge d'esta innata libertate
ch'è moto spiritale, e mai non posa:
lo natural è sempre senza errore.
Lo cielo i nostri movimenti inizia
e per novi pensier cangia proposta.
Tanto voler sopra voler mi venner
parole per le quali i' mi pensai
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
che, visto, solo e sempre amore accende».
Beatrice in suso, e io in lei guardava,
Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d'amor così divini,
in che lo stral di mia intenzion percuote...
...e quasi mi perdei con li occhi chini.
Ma già si volge il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,
l'amor che move il sole e l'altre stelle.
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