Canto X – Tra la gente sconcia

 


LETTERA Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Chi crederebbe giù nel mondo errante,
son le leggi d'abisso così rotte?
Supin giacea in terra alcuna gente, 

alcuna si sedea tutta raccolta
e altra andava continuamente
nel fondo: erano ignudi i peccatori. 

Cercando lei tra questa gente sconcia,
udii dire: «O tu a cu' io drizzo,
vieni a veder la gente quanto s'ama 

ché 'l piacer santo non è qui dischiuso».
Poscia che l'accoglienze oneste e liete              
furo iterate tre e quattro volte, 

fui conosciuto da un che mi prese
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi». 

Io ch'era d'ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel'apersi
e dissi: «State in là, mentr'io lo 'nforco». 

Ma donna mi chiamò beata e bella,
sì che dal cominciar tutto si tolle:
non avea membro che tenesse fermo, 

che dato avea la lingua in lor passaggio
per la dannosa colpa de la gola.
Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 

quand'un'altra, che dietro a lei venia
con due campioni al cui fare, al cui dire
seco li menava in dritta parte vòlta 

d'una catena che la tenea avvinta
di sotto, per dar passo a li sferzati.
Questi si percotean, non pur con mano, 

li diretani a le cosce distese. 
Quando una voce disse: «Qui si monta»,
l'un poco sovra noi a star si venne. 

Quando di maschio femmina divenne,
donnescamente disse: «Vien con lui 
-gridò - fa, fa che le ginocchia cali: 

non t'inganni l'ampiezza de l'intrare
lo fondo è cupo sì, che non mi basta
chi mi battien crudelmente il retro». 

Sovr'esso giovanetti triunfaro:
qual va dinanzi e qual di dietro il prende,
dinanzi l'altro e dietro il braccio destro 

potevan su montar di chiappa in chiappa.
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