Canto VIII – Le male gatte

 

lettera La donna mia, che mi vedea in cura
 ammaestrato da la sua sorella,
 dissemi: «Pria che noi siamo più avanti,
farai la prova; sì ch'a te fia bello
averci fatte parte per te stesso.
 A tanta altezza non è maraviglia
se siam colà dove gioir s'insempra.
E come specchio, l'uno a l'altro rende
tre specchi prenderai e i due rimovi».
Tosto che questo mia signor mi disse,
io dubitava e dicea: «Dille, dille!
ché noi ad essa non potem da noi
al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Così fatta, mi disse: «Il mondo l'ebbe:
non impedir lo suo fatale andare...
E però, prima che tu più t'inlei,
com'io credetti, fa che tu m'abbracce
sopra la qual doppio lume s'addua».
I’ la mirava; e come 'l sol conforta,
così tutto 'l mio amore in lei si mise
con quella reverenza che s'indonna
a lo stremo del mondo e dentro ad esso.
Così la donna mia, poi disse: «Piglia...
che si divalli giù nel basso letto:
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo».
Ed essa e l'altra mossero a sua danza.
Le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
divenner membra che non fur mai viste:
tra male gatte era venuto 'l sorco.
Tali eravamo tutti e tre allotta:
quand'una è ferma, l’altra va e riede
e quella parte onde prima è presa
a batter l'altra dolce amor m'invita.
Le lingue lor non si sentono stanche:
e i’ miseli la coda tra 'mbedue.
Quel ch'era dentro al sol dov'i’ entra'le,
l'altra prendea e dinanzi l'apria,
fendendo i drappi e mostravaci 'l ventre.
I’ restai per veder l'altra fessura
e vidila mirabilmente oscura
che di suo abbracciar mi facea ghiotto.
Né si stancò d'avermi a sé distretto
l'altra ch'appresso addorna il nostro coro,
 a sé torce tutta la mia cura.
E poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.



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