Canto V – La rosa e la margarita

 

LETTERA Tu vuo' saper di quai piante s'infiora
questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia
di questa rosa ne l'estreme foglie? 
Surse in mia visione una fanciulla
vestita di color di fiamma viva.
Mi prese del costei piacer sì forte,
che questa gioia preziosa ingemma
lo sfavillar de l'amor che lì era.
Forse la mia parola par troppo osa, 
dicendo: «Li occhi tuoi già veder parmi:
ben supplico io a te, vivo topazio,
perché mi facci del tuo nome sazia». 
L'altra rimase, e cominciò quest'arte:
«Guardami ben! Ben son, ben son Beatrice!
Per che, mia donna, manda fuor la vampa 
del tuo disio - mi disse - sì ch'ello esce 
in forma dunque di candida rosa?».
Allor conobbi chi era, e pregai: 
«I' son nel mondo vergine sorella.
Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
maraviglia sarebbe in te se, priva 
d'impedimento, giù ti fossi assisa
sì come schiera d'ape che s'infiora».
Ed ella, che vedea 'l mio disire, 
incominciò: «L'amor che mi fa bella
non mi ti celerà l'esser più bella...
Come tu di', non c'è mestier lusinghe:
ma perché 'l sacro amore, in che io veglio,
di dolce disiar s'adempia meglio,
non aspettar mio dir più né mio cenno: 
libero, dritto e sano è tuo arbitrio».
Volta ver' el, sì lieta come bella,
baciolle il volto e dissi: «Alma sdegnosa 
nel mortal corpo, così t'amo sciolta».
E dentro a la presente margarita,
che mi diseta con le dolci stille, 
volontier torno a ciò che la trastulla
fin che la mano ad accertar s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie 
che non si può fornir per la veduta...
Poi, da le mani angeliche salivo
là dove suo labbro s'insapora, 
e ricadeva in giù, dentro e di fori
d'una fessura che lagrime goccia.
E ‘nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.






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