Canto III – Madreterna

lettera Da l'empio culto che 'l mondo sedusse,
ma come madre a suo figliol benigna,
li occhi drizzò ver' me con quel sembiante
sì che m'inebriava il dolce canto
ch’el cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
in tutte tue question certo mi piaci,
grazioso mi fia se mi contenti,
che bagni ancor la lingua a la mammella.
E non voglio che dubbi ma sia certo
che ricever la grazia è meritorio».
E dissi: «Già contento requievi
affetto al tuo piacer, qual contemplante
de la vagina, de le membra tue.
Di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
Vince paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi face ghiotto.
Quell'è 'l più basso loco e 'l più oscuro:
là giù cascherò io altresì quando... 
...quando la colpa pentuta è rimossa».
Ed ella, allor, battendosi la zucca:
«S'i' ho ben la parola tua intesa,
l'anima tua è da viltade offesa.
Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi.
Tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole:
temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose».
Io cominciai: «Voi siete la madre mia;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io...».
Quando noi fummo là dov'el vaneggia,
l'aperse che non v'ebbe alcun ritegno.
Di poco era di me la carne nuda,
ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro:
e la prora ire in giù, com'a lei piacque...
Nel suo aspetto tal dentro mi fei
che Dio parea nel suo volto gioire...
L'un si levò e l'altra cadde giuso
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!
che non gustata non s'intende mai».
Tre volte cinse me. Sì com'io tacqui,
a la quarta levò le poppe in suso,
escotendo da sé l'arsura fresca.









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