Quel che è stato è stato…

L’articolo che segue è stato pubblicato
sul numero 2 della rivista “Il Guastatore”, marzo-aprile 2020.

IL FURURO?
SI CHIAMA STATO FEDERALE EUROPEO
miro renzaglia

carabiniereNel volger finale del suo decorso (kaliyughico, direbbe qualcuno con il monocolo incollato all’aristocraticissimo sopracciglio), lo stato-nazione torna a essere quasi esclusivamente quello che alle origini fu per divisione del lavoro: il carabiniere. Ovvero, il custode, sentinella vigilante e insonne, del nuovo soggetto che la storia ci propose circa 6000 anni fa: un agglomerato fatto di uomini e case, strade e mercati, caserme stadi e stalle che andarono costituendosi intorno ai templi. Non tanto e non solo considerati (i templi) come deputati ad accogliere culti e preghiere ma, e forse soprattutto, come luoghi di garanzia e registrazione degli scambi commerciali (ricordate l’invettiva di Cristo contro i mercanti nel tempio? ecco, appunto).

L’uomo, sino ad allora (cioè, fino a quando alla economia di sussistenza non subentrò quella della divisione del lavoro) era stato “sufficiente a se stesso” (tipologia cara a tutta una schiera di pensatori che va da Nietzsche a Jüngher passando per Stirner). In fondo, provvedere a vestiario cibo e casa lo potevano fare tutti: chi più chi meno. Ecco, è probabilmente su questo “chi più chi meno” che a qualcuno venne l’illuminatissima idea, destinata a cambiare per sempre il futuro dell’umanità: lasciare a chi sapeva far meglio una certa cosa, fare solo quella, rimettendo ad altri specialisti l’onere di realizzare ciò che al primo riusciva meno. È il giochetto di scambio, arrivato fino ai nostri giorni, che prende il nome appropriato di transazione economica.

Senonché, e con ogni probabilità, il  fiorente sviluppo che la fresca rivoluzione determinò assai velocemente finì per attrarre mire di rapina da parte di chi era rimasto all’età della pietra (detto fuor di metafora) o giù di lì. Certo, il calzolaio e il contadino, il muratore e il fabbro, lo scriba e il sarto, se minacciati, potevano sempre deporre gli utensili da lavoro e riprendere in mano spada e scudo, arco e frecce ma – diciamoci la verità – dopo qualche tempo di disabitudine, il vecchio mestiere di sbudellatore  part-time non riusciva più tanto bene. Soprattutto se davanti e avverso avevi qualcuno che, invece, non aveva mai smesso di esercitarsi alla bisogna. Insomma, anche alla sicurezza, bene certamente non secondario, doveva essere designato uno specialista: il carabiniere, appunto (appuntato ci diventerà poi, per anzianità di servizio).

La storia che ne seguì è cosa nota:  con una progressione lenta ma sicura, in virtù di una forza temporale che dettava un certo comprensibilissimo rispetto, se non già timore, lo stato (ovvero: il carabiniere) invase ambiti sempre più ampi di competenza, fino a integrare prima e a sostituire poi il Sommo Sacerdote, come normoregolatore dell’intero vivere consociato. L’esercizio di giustizia, in primis e, via via a seguire tutto, ma proprio tutto quel che c’era da controllare sempre per conto e in nome del superiore concetto della sicurezza nazionale e, in definitiva, soprattutto di se stesso in quanto Stato (oramai con la “S” maiuscola), divennero affar suo. Fino a che – diciamo intorno alla prima metà del XX Secolo – apparvero nella storia gli stati totalitari: comunismo e nazismo (con prodromi a percussione imitativa sparsi in ogni continente e sotto qualsiasi ideologia). L’economia (già messa sotto custodia con l’emissione statale della moneta fisica), l’istruzione, la salute, la casa, il lavoro, la pensione tutto divenne competenza e prerogativa dello stato che andò costituendosi in quel Leviatano, formidabile apparato di controllo a gestione burocratica, che Friedrich Nietzsche bollò, in anticipo sull’avvento, come «mostro più freddo di ogni freddo mostro».

Come è noto, però: toccato l’apice della parabola, la discesa in genere comincia inesorabile. Man mano che l’economia da produttiva che era cominciò a farsi finanziaria (il percorso è diventato evidente nel XIX Secolo, ma le losche attività degli aristòcrati finanziari, quelli che pretendono di fare denaro dal denaro senza sporcarsi le mani con il lavoro, nemmeno quello degli altri, sono notificate fin dalle tavolette d’argilla dei Sumeri) grossi lembi di competenze furono sottratti ai burocrati di stato per entrare nel portafoglio (sic!) dei privati.  Il conio della moneta? Meglio affidarlo alle banche centrali. Non basta, perché ancora sotto controllo statale? Va bene: allora, rendiamole autonome.

La casa è un diritto popolare? Certo, accendete un bel mutuo in banca (privata) e nessuno ve lo nega. La previdenza sociale, no, però: quella resta di stato. Vero che, con i chiari di luna che si prospettano, l’aspirante pensionando farebbe meglio a rivolgersi a un fondo pensionistico integrativo, non si sa mai. Anche questo privato, è ovvio.

L’istruzione, come sapete, è quella che è e, tra parificazioni con istituti privati e costi crescenti per raggiungere una laurea che non ti garantisce nulla, l’analfabetismo che ritorna non deve fare nemmeno la fatica di uscire troppo fuori dall’aula scolastica. Pubblica o privata che sia.

La sanità? pubblica… pubblica, per carità. Però, a furia di tagliare i fondi al sistema sanitario nazionale, se ti arriva tra capo e collo un’epidemia planetaria, cominci a intersecare l’emergenza da contagio con quella della sicurezza (ecco la sovrana sicurezza che ritorna in primo piano) fino a creare un cordone sanitario che somiglia maledettamente alle mura perimetrali di una caserma o, peggio, di un carcere. Un carcere difficile da sopportare per chi ha commesso l’unico reato, sanzionato dalla legge con botte di lockdown , di credere allo stato come salvifica forma di virtù.

E il lavoro? Secondo i dettami del buon caro Keynes, lo stato deve restare fuori dal mercato, compreso quello del lavoro. Esclusi, però, i tempi di crisi: quando il privato non riesce o recalcitra a fare il suo, lo stato può e, anzi, deve intervenire, sia facendo impresa in proprio sia assumendo direttamente l’eccedere di disoccupazione in età attiva. Bene e, secondo voi, in questo momento di crisi italiana (per la verità, ciclico periodica permanente) in quale settore lo stato va ad assumere lavoratori? Quasi esclusivamente per quella florida attività di pertinenza del Ministero dell’Interno: la sicurezza.

Vogliamo allargare l’orizzonte? Non è sempre in nome e per conto della sicurezza che gli autoinvestiti gendarmi del pianeta scatenano guerre con scadenza puntuale? E mi sembra che qui possa essere messo il punto al cerchio che si chiude, direi in maniera prevedibile, esattamente dove era principiato. Quel che verrà dopo, potrà essere tutto tranne che un ritorno alla sovranità e allo splendore degli statarelli nazionali, come pretende chi, impaurito dalla crescente complessità postmoderna, anela il rifugio nelle vecchie care e semplici certezze di un tempo che non c’è più.

Non voglia sembrare un consiglio non richiesto ma io, per cercare avvisi di navigazione, ogni tanto mi rileggo Lo stato mondiale. Concetto sul quale torna con occhio tutt’altro che ostile quel formidabile vecchio guastatore e anarco-ribelle che continua a essere Ernst Jünger che in esso vedeva, paradosso nemmeno troppo illogico, recuperi di spazi autonomi tanto per comunità schiacciate dalle sovranità nazionaliste che per l’individuo. Magari, prima di cotanto approdo, soggiornerei pure volentieri in un nel frattempo augurabilmente costituito Stato Federale Europeo.

m.r.

 

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