Miro Renzaglia. Fabrizio De André: maledetti poeti…

Fabrizio De André – Maledetti poeti, inaugura la collana diretta da Miro Renzaglia “Pre/Testi”, Circolo Proudhon Edizioni (CLICCA QUI). Il significato di pretesto è: occasione, motivo di approfondimento. Con una leggera forzatura linguistica, però, può essere letto come: ciò che viene prima del testo.   La collana “PreTesti” vuole essere l’una e l’altra cosa: approfondire un autore – non necessariamente letterario – risalendo alle sue fonti (i suoi pre-testi) e segnalandone ascendenze di gusto e di stile. Ogni volume presenterà un’introduzione critica degli autori di riferimento scelti con rigore filologico, un’antologia curata dei testi-fonte e un breve cenno bio-bibliografico dei chiamati in causa. Quello che segue è l’incipit dell’introduzione al primo libro della collana.

La redazione

FABRIZIO DE ANDRÉ – MALEDETTI POETI
miro renzaglia

de-andre-libro_-fondo-magazineSi schermiva: «Benedetto Croce diceva che fino all’età di diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore».  Non dategli retta: Fabrizio De André è un poeta. Mi potreste obiettare: anche a prescindere dalla sua dichiarazione d’identità autorale, fatto è che i suoi testi finiscono in canzone, mica se ne stanno asciutti asciutti sulla pagina di un libro. E che vuol dire? Già dai greci antichi sappiamo che mousiké era la poesia cantata e che la lirica d’antan si definisce lirica, appunto, perché la sua recitazione era accompagnata dal suono della lira. E poi, su su nel tempo della poesia: al “suon” di canti e cantici, ballate, madrigali, trobar clus e trobar leu non si arriva forse lì a indicare un matrimonio originario mai del tutto divorziato fra composizione verbale e suono musicale? Semmai, De André, con la sua cura divinamente maniaca per il testo della canzone – suo o di altri, tradotto e/o reinventato – ci ricorda che la poesia (purché sia poesia, purché non sia porcheria) è già musica, perché è già ritmo di suo: a metterla in canzone è solo questione di orecchio.

Ma non siamo qui per celebrare il poeta De André e nemmeno la sua poesia. O meglio, siamo qui per celebrare la poesia del genovese, attraverso i suoi poeti e le loro poesie: quelle che, in un modo o nell’altro, hanno rifornito di humus e linfa il suo linguaggio poetico. Chi si stupirà dei molti debiti da lui contratti non sa che solo per Omero, con il quale inizia la storia della letteratura dell’intero Occidente – quella scritta, per intenderci – è impossibile risalire alle fonti (il che non significa che anche lui non ne abbia avute, per quanto orali). Per chi è venuto dopo il Grande Cieco, non c’è scampo: il genio, anche quello assoluto, non nasce mai dal niente. L’intera letteratura è una catena cui ogni singolo anello rimanda a qualche altro precedente. Vale per tutti, anche per le eccellenze. Un esempio illustre? Il poema dei poemi della lingua italiana, la Commedia di Dante, è dato come assai probabilmente influenzato (anche) dall’islamico Libro della Scala, ove si narra l’ascensione celeste del Profeta Maometto. Volete, dunque, che De André faccia eccezione? Dio! che domanda retorica, la mia: come se non fosse lui stesso a dichiarare ascendenze e debiti formativi, suggestioni e referenze. Per l’antologia di questo volume ho scelto gli autori più evidenti e dichiarati (tranne un paio di casi, Jacopone da Todi e Olindo Guerrini, dei quali dirò). Anche per i singoli testi mi sono attenuto ai riferimenti espliciti del genovese e, là dove assenti o parziali (come per Pasolini), ho praticato la via della deduzione comparativa ed empatica.

Pseudo Giacomo, Aristofane, Jacopone da Todi, Cecco Angiolieri, Françoise Villon, Edgar Lee Masters, Oswald De Andrade, Olindo Guerrini, Riccardo Mannerini, Pier Paolo Pasolini, Fernanda Farias de Albuquerque, Álvaro Mutis. La formazione è di quelle sporche, cattive e… perdenti. Tutt’altro dall’ungarettiana “Petrarchesca” che puntava in alto. Qui siamo in piena zona retrocessione di quel campionato a girone unico (senza ritorno) che chiamano vita. Bari e falsari, carcerati, esiliati, suicidi, gay e transgender, assassini e assassinati, drogati e alcolisti, condannati al patibolo, scomparsi nel nulla, morti di cancro. Solo l’«illustre cugino» Oswald De Andrade (e forse Aristofane, per il poco che se ne sa) se l’è cavata da quella maledizione frequente che colpisce i poeti: ve la siete voluta e così sia… Quella che viene fuori dalla loro produzione è la poetica della sconfitta e degli ultimi; dell’uomo e della sua miseria, quasi sempre senza orizzonte di salvezza né di redenzione, e della sua estraneità da quel buon senso dove «la maggioranza sta». Una poetica mutante nelle forme e ossessiva nei temi, in linea – credo – con quella di De André che di se stesso pronunciava: «Ho sempre avuto poche idee, in compenso fisse».

m.r.

 

 

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