Miro Renzaglia. La parola a Ezra Pound…

Nell’etimologia latina, il termine persona indica la maschera teatrale che veniva indossata dagli attori per-sonare (per intensificare) la propria voce e farla ascoltare anche agli spettatori più lontani dal palcoscenico. Da qui, è derivato l’uso di chiamare persona tutti gli uomini, quali attori destinatari del dovere fondamentale di recitare il loro ruolo nel mondo. Ne La parola a Ezra Pound (Circolo Proudhon Edizioni, 2016 € 13,50 CLICCA QUI), Miro Renzaglia indossa 28 maschere d’autore, prima fra tutte quella del poeta americano, rappresentata in un drammaturgico processo alle sue parole di presunto traditore, per-sonare la messa in opera di alcuni suoi convincimenti. Quello che segue è un estratto dalla nota dell’Autore che introduce al libro.

Redazione

LA PAROLA A EZRA POUND
(e altre maschere d’autore)

copertina_miro1Si possono processare le parole? Sì, si può. Ogni (più o meno santa) inquisizione, in ogni epoca, ha preteso che le parole fossero giudicabili e condannabili nella persona di chi le pronuncia: da Socrate a Pound, da Galilei a Irving… Corrette o inesatte che fossero; giuste o ingiuste che siano.

Evidentemente, le parole hanno un certo peso. In qualche caso, forse, hanno più peso, addirittura, degli atti, dei fatti e dei misfatti che la storia ci tramanda. Dipende da chi possiede, in maniera somma, il dono della parola e da come lo gestisce nei confronti dei dogmi imperanti nell’e- poca in cui sono pronunciate. E i poeti – si sa da Platone – vanno tenuti lontani dalle mura della città. Oppure, vanno rinchiusi in quelle mura dentro le mura che sono prigioni e manicomi: non sia mai pronuncino alcunché di interdetto alla società dei “giusti”.

Se: «In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio, il verbo era Dio», non ci deve stupire più di tanto che un verbo politicamente scorretto (tanto allora, quanto ades- so), come quello che pronunciò con forza poetica Ezra Pound, sia stato considerato arma letale, più delle bombe atomiche sganciate su Nagasaki e Hiroshima. Per lui, il poeta, l’accusa di tradimento e dodici anni di manicomio; per i bombaroli atomici, onorificenze al merito. Così va il mondo: che volete farci?

Ezra Pound: un poeta contro le leggi dell’usura. Un artigiano terrorista che semina mine verbali negli svincoli, storicamente noti, del discorso ferro lineare che recita incensurato: tutto il potere alla moneta… e a chi la possiede in montagne geometricamente moltiplicabili per usura.

Che importanza può avere se il verbo di Pound sia presso Dio, in segno di verità e giustizia, e persino di profezia, quando la menzogna vince la guerra per il suo dominio in cielo, in terra e in ogni luogo? È la menzogna, la maledettissima menzogna di sempre, che detta le sue regole e pronuncia le sue condanne. Oggi come ieri e, forse, un po’ meno di domani.

Pound sapeva di più. Pound lo sapeva prima. Inascoltato da altri che non fossero gli obiettivi dei suoi j’accuse. Loro sì che intendevano. Loro: i “poteri forti” che si apprestavano a pretendere e a prendere il banco del mondo.

E intendevano bene: quella voce molesta, tra falsetti, “r” arrotate, indiavolate associazioni concettuali che solo i chiamati in causa sapevano bene interpretare; quella voce – dicevo – andava messa in condizione di non nuocere. La morte? Ma no: perché farne un martire? I martiri – si sa – continuano a nuocere, anche dopo la loro dipartita. La pazzia, allora… Ecco, sì: la pazzia… La pazzia, bollata e certificata, ridimensiona il traditore ai superiori interessi del (presunto) tradito che può, così, dichiarare demenziali tutte le sue parole, tutte le sue argomentazioni. Per di più, spacciandosi per clemente.

Rifare (anzi: fare) il processo a Ezra Pound è quasi un’offesa alla sua memoria. Tirarlo fuori dalla tomba per fargli riascoltare l’imputazione alla sua onestà e al suo coraggio è quasi un atto di leso onore. Quanto sarebbe meglio, forse, lasciare che sia l’immortalità della sua poesia a parlarci di lui. Eppure, eppure: io penso che riascoltare le sue ragioni e i suoi torti processuali, faccia bene a chi non si accontenta di celebrare il poeta glissando sulle sue convinzioni sociali, politiche ed economiche. E un tribunale – per quanto bieco possa essere – è pur sempre l’aula di ascolto del testimone…

miro renzaglia

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