Ivan Buttignon. Trieste segreta…

 

Trieste Segreta_fondo mgazineQuando si parla di memoria collettiva, ci sono due modi per ricordare il passato. Da un lato si possono istituire Giorni della Memoria, dall’altro affidarsi alla ricerca storica. Dal mio punto di vista trovo stucchevole, ridondante e poco utile il ricorrere ai Giorni della Memoria perché si moltiplicano giornate in cui stanchi riti si susseguono, senza poi che i partecipanti si peritino di approfondirne il senso. Si partecipa ad una manifestazione, si ascoltano parole già sentite, ci si sente dalla parte giusta e poi si torna a casa esattamente come prima. Affidarsi alla ricerca storica ed ai suoi progressi invece è modo vivificante sia per l’autore sia per il lettore, ma con un distinguo. Non serve rileggersi testi apologetici, reticenti, superati. Bisogna avere la voglia di incuriosirsi ogni volta allo stesso modo quando un argomento, ritenuto ormai indagato, viene riproposto al pubblico dei lettori. Bisogna partire dal presupposto che la Storia porta, come tutte le scienze, una verità relativa: la verità fino a quel punto, sempre pronta a modificarsi quando nuovi documenti vengono proposti a correzione e a completamento delle passate interpretazioni. La Storia è revisione, costante e continua, alla ricerca di uno sguardo sempre più affilato e preciso delle cose, alla faccia di chi, pigro o in malafede, pretende di scrivere una volta per tutte le pagine passate, fissandole per sempre in cadaveriche carrellate di corpi morti, infilati in barattoli di formalina.

A portare una ventata di aria fresca nell’asfittico e monocorde panorama della storiografia italica ci pensa oggi, ma nel suo passato abbiamo già sperimentato questa sua capacità, Ivan Buttignon con Trieste segreta 1945-1949 edito da Aracne (CLICCA QUI). Il sottotitolo, le vicende mai raccontate, potrebbe trarre in inganno sui contenuti, non sulle intenzioni. Il lettore malizioso subito penserà al classico slogan da imbonitore che lancia l’amo con la sua esca fatta di rivelazioni piccanti, atte a scioccare ma prive di peso dal punto di vista della ricerca. Ed è proprio dal sottotitolo che Buttignon ci sorprende, smentendo il malizioso e proponendo un testo denso e nuovo che permette un passo avanti nella focalizzazione degli eventi che, narrati innumerevoli volte, non venivano delineati così nitidamente da tempo.

I fatti investigati sono quelli della Regione Giuliana e di Triste in particolare, in quel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale alle soglie degli anni 50. Anni cruciali per quelle terre; anni in cui gli intrecci di storie, gli intrighi, le alleanze, le ipocrisie, i tentativi di colpo di mano si susseguono in una intricatissima trama che Buttignon delinea con una chiarezza che deve essergli costata molto, data la difficoltà della materia. Gli attori in campo sono molti: i rappresentanti del GMA intanto, gli incaricati dei governi inglese, americano, jugoslavo, italiano, ma anche tutte quelle formazioni partigiane che costituiscono una serie di rivoli fatti da comunisti filo-italiani, comunisti filo-jugoslavi; partigiani titini, partigiani non comunisti.

La situazione è particolarmente complicata ed è resa incandescente da tutta una serie di eventi che sbilanciano da una parte all’altra questa navicella che sbanda a più riprese. Ci sono ovvi problemi di convivenza per le rivendicazioni territoriali a carattere locale tra due compagini etniche che popolano la regione. Ci sono le richieste dei governi nazionali, anch’essi interessati a far valere le loro istanze. Ci sono le preoccupazioni e le mosse degli Anglo-americani che tentano di stabilizzare la zona e far quadrare un cerchio che sembra sempre di più un’ellisse, anche perché sulle pressioni dei governi nazionali si innesta la questione dei rapporti tra URSS e Jugoslavia, con Tito che decide alla fine di rompere i rapporti che lo legano a Stalin e tenta con successo di abboccare i governi alleati occidentali. È in questo scenario che si assiste ad un’escalation dei toni fino al tentato colpo di mano degli Jugoslavi per prendersi, manu militari, Trieste ed il loro rapido successivo, quasi incomprensibile dietro front con il ritiro dai confini delle truppe. Incomprensibile se non si conoscessero i retroscena degli Accordi di Brioni che Buttignon racconta e che chiariscono quello che appariva un comportamento illogico da parte di Tito. Accordo che prevedeva nel suo nocciolo centrale, a fronte di un cospicuo sostegno economico alla Jugoslavia per la sua permanenza nella sfera occidentale, la contestuale rinuncia ad ogni pretesa territoriale su Trieste. Ed è proprio nel capitolo Il tutti-contro-tutti che Buttignon sfodera tutta la sua sagacia, raccontando quegli episodi che, se non fossero corroborati da una solida ricerca documentale, sembrerebbero frutto solo del sensazionalismo.

Con un accurato approfondimento archivistico e soprattutto con un metodo di confronto che giustappone documenti provenienti da fonti diverse, ricostruisce le intricate vicende mettendoci di fronte ad una realtà oggettiva, senza dover ricorrere a collegamenti fantasiosi e soggettivi. È proprio questa solidità di fondo, sommata ad una prosa lineare, semplice, incisiva che ci permette di non perderci nel mare di sigle e di documenti snocciolati che costellano il corpus del saggio. In questo c’è d’aiuto il vasto e variegato apparato di note che costituisce da un lato un vero pozzo da cui trarre riferimenti e rimandi necessari all’approfondimento (vedi a titolo d’esempio la nota 107 alle pag.91 e 92), dall’altro sembra proprio un testo nel testo in cui trovano spazio storie al contorno, brevi biografie e bozzetti necessari e godibilissimi (vedi ad esempio la nota 18 a pag.30-31 in cui viene delineata la biografia di Milovan Gilas).

Oltre alle note dell’autore voglio ricordare anche la prefazione di Fabio Forti che costituisce in questo caso un documento diverso dalle solite prefazione. È questo un testo che narra le vicende appena antecedenti ai fatti che sono oggetto del saggio di Buttignon e che servono, con una prosa arcaica e bellissima, a contestualizzarli mirabilmente. Un saggio dunque compatto ma non pesante, originale ma non fantasioso (nel senso che nulla vi è d’inventato) che conferma, una volta ancora, che si può scrivere un saggio di Storia e che non tutto, come qualcuno vorrebbe, è già stato scritto.

Certo ci vuole un fisico bestiale per sotterrarsi negli archivi, nel mettere a confronto migliaia di documenti ed espungere quelli non utili, nel trasporre in una lingua chiara, consequenziale, lucida tanti avvenimenti senza mai perderne il filo, cosa che sarebbe stata facile in questo gioco di cerchi concentrici che, partendo da fatti locali, si estende agli interessi nazionali e che va ad increspare prepotentemente quei rapporti di forza che si andavano cristallizzando nel formarsi dei due blocchi che con la Guerra Fredda avrebbero congelato tutto per quasi un cinquantennio. Ivan Buttignon ci è riuscito mantenendo fede anche alle sue note biografiche di copertina che lo dichiarano cultore di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Trieste. Cultore nel senso etimologico della parola, come colui che coltiva una passione come si fa con la terra: scavando in profondità, arando il terreno, seminando nuovi germi e nuove curiosità, vedendo crescere nel lettore il frutto delle sue fatiche in quel campo della Storia che troppo spesso viene desertificato dagli interessi di parte, dal conformismo e dall’omertà.

Mario Grossi

 

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