MARIO DRAGHI LEGGE “UN POPOLODI DEBITORI” E SI CONVERTE: UN PO’ D’INFLAZIONE CI SALVERA’…

Nell’edizione di oggi, 4 Febbraio 2016, del Corriere della Sera  (CLICCA QUI), il Presidente della Bce, Mario Draghi, accoglie una soluzione per l’uscita dalla crisi finanziaria, avanzata da Miro Renzaglia nel suo libro Un popolo di debitori (Safarà, 2015, € 10,00 CLICCA QUI), che riproponiamo di seguito. Il problema è che Mario Draghi non dice quali sarebbero le “forze globali” che gli impedirebbero di stampare più moneta fino a un indice medio d’inflazione – diciamo – del 5% (nel 2015, è stata appena dello 0,2%), essendo la Bce assolutamente autonoma nel prendere la decisione che lui stesso invoca.

La redazione

UN PO’ D’INFLAZIONE PROGRAMMATA CI SALVERÀ

La storia dimostra che i debiti pubblici non si eliminano con le misure di austerity
ma con la creazione di inflazione.

Giulio Sapelli (1)

 

Un popolo di debitori _miro renzaglia

Inflazione. Basta il nome per far rizzare i capelli sulla testa di chiunque. Anche di chi non sa nemmeno lontanamente cosa sia. Cosa volete? Sentirsi ripetere per decenni: “Il conto è salato? Eh! ma non lo sa? C’è l’inflazione” “I sacrifici sono necessari, sennò arriva l’inflazione” “Il tasso d’interesse del suo mutuo si è alzato? Per forza: non vorrà mica che cresca l’inflazione, vero?” produce i suoi guasti. E che sarà mai ‘st’inflazione? E che è: il bau bau, l’omo nero, l’orco delle nostre infanzie riveduto e corretto per età adulte di, però, uguale ignoranza?

Dicasi inflazione la quantità di denaro emesso in eccedenza al valore e per l’acquisto di tutti i beni e servizi prodotti da una nazione ed effettivamente disponibili sul mercato. Quel surplus – dicono avvedutissimi economisti – causa il rialzo dei prezzi e la perdita di valore della moneta. Tutto giusto, per carità: solo che, storicamente, gli effetti sensibili cominciano ad avvertirsi quando l’inflazione arriva a definirsi “galoppante” ovvero: sopra la soglia del 5%. Al di sotto di questa soglia, diciamo fra il 2 e 4 per cento, è detta “strisciante” e con esiti sui prezzi quasi nulli. Inoltre, entro questa soglia, è anche fisiologica: emettere un po’ di moneta in più è necessario per non cadere nell’effetto opposto della deflazione quando, cioè, la moneta in circolazione è insufficiente per l’acquisto delle merci e dei servizi prodotti e disponibili. Con esiti per l’economia di produzione e consumo disastrosi.

Stabilito ciò, non abbiamo stabilito ancora nulla. Perché, per esempio, negli anni Settanta abbiamo vissuto in Italia più stagioni con un’inflazione costantemente a due cifre (iperinflazione). I prezzi delle merci, come previsto dagli scienziati di economia, crescevano, è vero. Ma se il dato fosse inoppugnabile, con l’entrata in vigore dell’euro e con il ferreo controllo dell’inflazione costantemente al di sotto del 5%, i prezzi non avrebbero dovuto salire o salire di pochissimo. Purtroppo, non è così: dati statistici alla mano, i prezzi al consumo nella zona euro sono saliti in dieci anni del 40%. Dunque, come la mettiamo?

La mettiamo che tutto o quasi tutto quello che sappiamo dell’inflazione è falso. O, almeno: non tutto quello che ci vogliono far sapere è vero. Per esempio, quando l’emerito ex presidente della Banca centrale europea, monsieur Jean-Claude Trichet, per giustificare il rialzo dei tassi di interesse prospettava il rischio dell’inflazione, diceva una sonora e flagrante bugia (2). Basta mettere a confronto i dati statistici dell’inflazione nell’ultimo decennio con gli indici dei tassi di interesse dello stesso periodo per accorgersi che a un più dei primi non corrisponde affatto un meno dei secondi. E viceversa. Sempre per esempio, nel 2008, con un tasso d’interesse del 4,25%, si registrava un indice di inflazione del 3,6%, mentre nel 2013, con un tasso d’interesse al minimo storico dello 0,50%, l’indice d’inflazione è attestato intorno al 1,2%. Fino a quando, nel luglio del 2014, l’Europa è andata addirittura in deflazione di -0,1% (calo dei prezzi al consumo per difetto di domanda) costringendo la Bce del subentarato Mario Draghi, con una manovra corretta ma tardiva, a ridurre il tasso ai minimi storici dello 0,05%. La ricetta di Trichet, come si vede, non solo era del tutto falsa ma funzionava addirittura al contrario.

E c’è chi comincia a pensare che l’inflazione non sia poi quella malvagità di cui va nota. L’ex Presidente della Commissione Ue, Jacques Delors, nel corso della presentazione del suo libro Investir dans social se ne è uscito, cacchio cacchio tomo tomo, così: «Un po’ d’inflazione controllata in questa fase sarebbe più che utile». Ribadendo il medesimo concetto nel corso di un’intervista. A chi gli chiedeva ragione di questo suo convincimento, rispondeva: «Siccome i deficit di tutti i Paesi aumentano, mi chiedo come si potrà tornare indietro. Da economista, dico che in periodi così difficili, un po’ d’inflazione controllata potrebbe essere utile».

Eh, sì, signori! perché bisogna sapere che c’è una categoria precisa che con «un po’ di inflazione controllata» di sicuro ci guadagnerebbe: i debitori. E un’altra che di sicuro ci rimetterebbe: i creditori. Va da sé, infatti, che una perdita di valore del capitale (questa è la definizione di inflazione in termini monetari) riduce i costi di restituzione del credito ricevuto. Ora, se così è e se – come sappiamo bene – i più grandi debitori sono gli stati e i più grandi creditori sono le banche e altri noti istituti filantropici come il Fmi, risulta del tutto chiaro perché la Bce veda come il fumo negli occhi la possibilità che cresca l’inflazione. E chissenefrega se, a furia di strette monetarie alla fine, come era ovvio, si sarebbe giunti alla deflazione.

C’è, è vero, l’appendice negativa che, in fase d’inflazione, a perdere valore siano anche il potere d’acquisto dei salari e i risparmi individuali e delle famiglie. Ma proprio per questo, Delors parla di “inflazione controllata” e programmata negli indici e nei tempi. Se io so che fra un anno il potere d’acquisto del mio stipendio e dei miei risparmi sarà inferiore mettiamo di un 5% rispetto a oggi, comprerò ora, o rinvierò al termine della spinta inflattiva programmata, l’acquisto di quel che voglio comprare. Inoltre, con la possibilità che lo Stato riesca a saldare con più agilità il debito pubblico, abbiamo buone speranze di non subire il salasso fiscale che attualmente subiamo proprio per la nostra condizione di stato indebitato.

Ezra Pound diceva: «Inflazione è una parola che serve da spauracchio per allontanare la gente da qualsiasi espansione monetaria. Quando una nazione non ha o non può ottenere la quantità di derrate occorrente al suo popolo, è una nazione povera. Quando quelle derrate esistono e il popolo non può procurarsele con il lavoro onesto, lo Stato è marcio. Quando un banchiere o un professore afferma che un paese non può fare questo o quello perché manca il denaro, afferma una menzogna vile e stupida quanto sarebbe dire che non si possono costruire le strade perché mancano i chilometri».

Come dite? Pound era un economista dilettante… Può darsi, ma io personalmente trovo più assennati e interessanti certi dilettantismi delle bugie lampanti di banchieri come Trichet e Draghi. Anche perché i primi sono gratis e le seconde, invece, le paghiamo care. Le paghiamo tutti.

Note

1 Giulio Sapelli, docente di storia dell’economia all’Università Statale di Milano, dice una cosa vera ma la dice in un contesto da verificare. La frase completa, infatti, è questa: «Sul fronte debito pubblico, l’effetto potrebbe presentare due facce: il fenomeno inflattivo che una svalutazione dell’euro creerebbe, aiuterebbe sicuramente a ridurre lo stock di debito, visto che la storia dimostra che i debiti pubblici non si eliminano con le misure di austerity ma con la creazione di inflazione». Ovvero, l’inflazione ritenuta necessaria e auspicata – e fin qui siamo d’accordo – si avrebbe automaticamente con la svalutazione della moneta. Non è sempre così. Per esempio, quando nel 1992 il Governo italiano (Presidente del Consiglio, Giuliano Amato) svalutò la lira del 20-25%, avevamo un’inflazione al 5,4%. Nel 1991, cioè l’anno prima della svalutazione, era al 6,4% e, addirittura, nel 1993 scese al 4,2%. (La citazione di Giulio Sapelli è ripresa dal forum del sito Wall Street Italia, pubblicato il 26 aprile 2012).

 

2 «La decisione [di alzare il tasso d’interesse dal 4 al 4,25 per cento] è stata presa per prevenire effetti di “second-round” sui prezzi, perché restano rischi al rialzo per l’inflazione nel medio periodo. Non ci siamo impegnati in modo preventivo sulle future mosse sui tassi. Rimaniamo fermi sul nostro mandato, la Bce fa quello che è necessario per ottenere la stabilità dei prezzi. L’inflazione, rimane la principale preoccupazione, dei cittadini di Eurolandia, da qui la decisione odierna». Jean-Claude Trichet, Francoforte 3 luglio 2008 (Fonte: Corriere della Sera).

miro renzaglia

 

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