Verso una nuova crisi economica?

crisi-economica_fondo magazineIl nuovo anno appena cominciato, si è inaugurato con un tonfo delle borse a livello mondiale. A partire dal gigante cinese, sembra che un irrefrenabile contagio recessivo, abbia spinto al ribasso i titoli azionari urbi et orbi. Tutti gli analisti ufficiali sono concordi nell’attribuire questa crisi al recente ribasso dei prezzi del petrolio che ha , oramai, raggiunto quasi il proprio minimo storico, per vari motivi. Anzitutto, la crisi recessiva che da molti anni attanaglia con variabile intensità l’Europa ed il resto del mondo, ha portato ad una sensibile riduzione dei consumi di petrolio, in particolare nel Vecchio Continente, generando pertanto, un esubero produttivo, a cui non corrisponde un proporzionale consumo. Secondo poi, l’entrata in scena di nuovi “competitors” energetici dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo, come gli Stati Uniti (che hanno praticamente raggiunto l’autosufficienza energetica) o la Federazione Russa, ha contribuito non poco a questo nuovo scenario. Non solo.

La nuova ventata di crisi è, dai più, attribuita ad una presunta bolla speculativa immobiliare e finanziaria, che riguarderebbe proprio il gigante cinese e che rischierebbe a breve di provocare una disastrosa deflagrazione sui mercati mondiali. A questo già inquietante scenario, nel contesto europeo, l’Italia vive un pesante clima di dubbio ed incertezza, generato dal problema delle cosiddette “sofferenze bancarie” e dal conseguente rischio di insolvibilità di queste ultime verso investitori, risparmiatori e correntisti d’ogni genere e tipo. Il caso di banca Etruria è, a tal fine, esemplificativo di una situazione che meriterebbe un’analisi che dovrebbe andare ben oltre tecnicismi e virtuosismi macro economici che, ben poco contribuiscono alla comprensione del problema.

A tal fine bisognerebbe fare un piccolo passo indietro, rammentando che, negli Stati Uniti sta per esplodere nuovamente una crisi determinata dall’annoso problema delle obbligazioni spazzatura e che potrebbe rappresentare una delle prime battute di una nuova, micidiale crisi del credito. Infatti, sempre negli USA, il fondo di investimento di Third Avenue, che gestiva 788 milioni di dollari, ha annunciato il proprio scioglimento, dopo essere stato travolto da un’ondata di perdite e di richieste di riscatto da parte degli investitori. Oltre a questo caso, recentemente l’ “hedge fund” Stone Lion Capital Partners, che gestisce 400 milioni di dollari, ha bloccato tutti i riscatti.

Questi casi non rappresentano un’eccezione, ma sono il risultato dell’insolvenza di tutta quella pletora  di società del settore petrolifero ed energetico di dubbia credibilità a cui, negli ultimi anni, sono stati erogati crediti con estrema facilità. Gli Usa hanno, difatti, vissuto e vivono a tutt’oggi, un periodo di denaro facile e a costo bassissimo che, anche grazie ad una costitutiva mancanza di regole in tal senso,  ha consentito nuovamente l’espansione delle obbligazioni spazzatura (i cosiddetti Junk bonds) e di tutti quei fondi di investimento, che raccoglievano capitali dai risparmiatori alla ricerca di tassi di interesse più alti, di quelli erogati da obbligazioni o da titoli del debito pubblico. Ora questo settore, cresciuto contemporaneamente alla bolla dello “shale oil” e “shale gas” americano, sta esplodendo.

Gli analisti ufficiali attribuiscono al crollo del prezzo del petrolio e delle altre materie prime, la crisi che sta travolgendo tutte quelle società che sopravvivono, grazie alla possibilità di rifinanziarsi con la speculazione sui mercati. Si parla di cifre da capogiro: per il solo settore petrolifero americano si stima che i crediti in sofferenza superino i 200 miliardi di dollari. Una crisi questa che, chiaramente, non poteva lasciare indenne il settore bancario: Wells Fargo, la maggiore banca statunitense per capitalizzazione, ha annunciato perdite per i prestiti concessi al settore petrolifero. A conferma di quanto detto, le autorità di sorveglianza americane hanno stimato che i crediti bancari del settore energetico in sofferenza, abbiano oramai superato i 34 miliardi di dollari, risultando quintuplicati rispetto all’anno passato.

Sulla pericolosa china della crisi, vi sono anche colossi dell’industria mineraria, che oltre a quello di impresa, giuocano in prima persona anche il ruolo di maggiori ossia speculatori (trader), sul mercato delle materie prime. Anglo-American, per esempio, ha annunciato una ristrutturazione che prevede il taglio di 85mila dipendenti; la Glencore, che è il principale trader a livello mondiale, sta disperatamente cercando di ridurre un indebitamento che supera i 20 miliardi.

Questi dati ci riportano ad uno scenario simile a quello da cui prese avvio l’attuale fase di crisi, proprio all’inizio del 2007, con il fallimento di due “hedge fund” che facevano capo alla banca di investimento Bear & Stearrns e che continuò fino all’autunno del 2008, con il fallimento della Lehman Brothers. Allora era la crisi del mercato immobiliare americano, oggi la crisi del settore energetico e minerario. Allora nelle obbligazioni che contenevano i mutui ipotecari, oggi nei titoli con cui sono stati finanziate le società petrolifere, stanno emergendo perdite reali che, come allora, non si limitano ai settori in crisi, ma vanno contagiando anche i titoli di società di altri settori. Ad essere maggiormente coinvolti sono, in questo caso, i titoli obbligazionari a maggiore rischio, con un forte rialzo dei rendimenti, che determina le premesse per una serie di fallimenti. Ad oggi, sempre negli Usa, ad essere coinvolti sono anche i titoli con cui si rifinanziano i colossi della grande distribuzione, come nel caso della catena Macy’s, uno dei big americani del settore. I media “embedded” sussurrano che, al pari di quanto avvenne nel 2007, questa situazione di difficoltà non debba necessariamente comportare, nell’immediato, una crisi di più ampie proporzioni.

Taluni addirittura vedono nella crisi del gigante cinese,  un episodio unicamente connaturato ad un “naturale” e “benefico” processo di passaggio da una struttura socio economica prevalentemente rurale, ad una a prevalente vocazione industriale. In verità, la crisi del debito ha iniziato a produrre i suoi primi effetti in paesi come il nostro dove, a fronte della operazione di salvataggio di quattro banche di piccola dimensione, avvenuta in conformità delle nuove belle regole europee del “bail in”, per cui i detentori di obbligazioni subordinate (ed alla fine tutto il corpus dei risparmiatori, sic!) vengono chiamati a pagare le perdite di queste banche, abbiamo un settore, quello bancario, gravato da 200 miliardi euro di sofferenze che, secondo i dettami dei Poteri Forti, dovrebbero essere ripianati da quelle banche centrali che, saldamente partecipate dalle banche private (che maneggiano i soldi dei cittadini!), sono altrettanto saldamente e generosamente, finanziate con il denaro pubblico ( ovverosia con i soldi delle tasse dei cittadini, sic!). Da tutto questo bel quadretto, possiamo trarre alcune considerazioni finali.

Primo. Questa nuova crisi è tutt’altro che passeggera. A detta del russo Kondratiev, fautore di una teoria sui cicli delle crisi economiche, quella presente, chiamata “secondaria”, altro non sarebbe che la continuazione  della precedente fase depressiva. Se, nel 2008 ci si era illusi che si fosse toccato il punto più basso della cosiddetta “onda K”, ora c’è chi sostiene che, non prima del 2020, questa fase si esaurisca. Il fatto è che, tutti gli indicatori di Kondratiev oggidì sono manifesti: bassa inflazione, interessi sul debito in calo, materie prime al minimo, surplus di liquidità. A detta di taluni, a voler andare ad analizzare i cicli precedenti, l’esistenza di queste condizioni dovrebbe costituire un evidente segnale di ripresa. Ma oggi ci si presentano tre ulteriori variabili, che modificano in negativo l’intero quadro: la globalizzazione, l’ instabilità del quadro politico internazionale e la cosiddetta curva del ciclo breve.

Secondo. Molte società dei Paesi emergenti negli ultimi si sono pesantemente indebitate sui mercati occidentali e, il fatto che, la Cina in primis, come abbiamo già precedentemente accennato, stia per essere travolta da una bolla immobiliare non dissimile da quella americana del 2008, ci pone davanti alla realtà del declino, se non addirittura del fallimento, delle cosiddette “realtà emergenti”, ovverosia quei paesi (come Cina, Brasile, India, Sud Africa, Malesia, Corea del Sud, Emirati Arabi, etc.) che, negli anni passati, sono stati oggetto di una impetuosa crescita economica, almeno in termini di PIL.

Terzo. Abbiamo già detto che, a pagare, sono solamente i cittadini contribuenti e risparmiatori, perchè il rifinanziare le banche con altro denaro pubblico o privato che sia, costituisce una semplice panacea che non può saldare, se non momentaneamente, i vari buchi di bilancio, ma non il problema di fondo.

Quarto, a corollario di quanto sin qui detto. Inutile nascondersi dietro una foglia di fico. Il liberal-capitalismo ha fallito. Cercare di dimostrare il contrario e proseguire con un certo andazzo, oltre ad costituire una antistorica perdita di tempo, costituisce un esercizio autolesionista e suicida. Il mondo sta rischiando di andare incontro ad una catastrofe ambientale, solo perché i grandi raggruppamenti finanziari debbono poter lucrare sullo sfruttamento di materie prime come gli idrocarburi, snobbando l’ampio ventaglio offerto dalla risaputa esistenza di tecnologie alternative.

Milioni di persone, in Europa e nel resto del mondo, vedono quotidianamente ridursi i margini del proprio tenore di vita. Lo squilibrio tra la impetuosa crescita di nuove realtà geoeconomiche, di contro alla stasi ed alla decrescita occidentali, in virtù della legge dei vasi comunicanti connaturata alla globalizzazione dei mercati, sta portando quel medesimo contagio recessivo a contesti sino ad oggi considerati “in crescita”. L’attuale ciclo economico, caratterizzato da un’economia dei servizi, anziché porre l’accento sulla produzione di beni reali in affiancamento e supporto alla prima, ha condotto ad un’autolesionistica virtualizzazione dell’economia, ora imperniata sulla finanziarizzazione, ovverosia sull’emissione di titoli vari, privi di alcuna garanzia reale a supporto del proprio valore di emissione.

Questo fenomeno, marcia appaiato con l’annosa questione, che abbiamo poc’anzi esaminato, legata alla produzione della valuta, la cui proprietà, ufficialmente detenuta dalle banche centrali è, in realtà, nelle mani di banche ed istituzioni finanziarie private che, delle varie banche nazionali costituiscono l’ “assett” maggioritario. Pertanto, prima si prende coscienza di quanto sin qui detto, meglio sarà per tutti. Pensare che le manovre di Draghi o del duo Renzi-Padoan Schioppa possano, in qualche modo, costituire un’alternativa a questo quadro, è folle ed illusorio. Il meccanismo innestato dal liberismo globale, tende ad un progressivo accentuarsi di sempre più brevi momenti di euforia dei mercati, a cui fanno da contraltare sempre più lunghe e violente fasi di crisi recessiva. E’ pertanto auspicabile un ritorno, in tempi brevi, ad un’economia caratterizzata da una forte partecipazione e controllo da parte del settore pubblico. Un keynesismo “etico” e non un’involuzione burocratica, supportato da una totale rivisitazione degli attuali equilibri (sarebbe meglio dire squilibri, sic!) geoeconomici, tramite una generale riappropriazione da parte degli Stati, delle proprie competenze politico-economiche, (tornando, per esempio, ad effettuare politiche di bilancio, o, alla sovranità monetaria, ovverosia alla esclusiva titolarità pubblica nell’emissione di quella valuta, i cui costi (signoraggio) andrebbero reinvestiti nel settore pubblico, sic!) oggi castrate da accordi-cappio internazionali (Wto, Maastricht, Lisbona, Tpp, Tisa e Ttip, etc.), in primis facendo della Comunità Europea, un Comunità di Stati Indipendenti, riprendendo in mano quella sovranità politica ed economica, senza la quale non vi possono essere, né vi saranno mai, crescita, sviluppo o benessere generali, che dir si voglia.

Umberto Bianchi

 

 

 

 

 

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