Notturni. Di notte tutti i gatti sono bigi…

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Siamo abituati a pensare che la saggezza popolare che informa i proverbi abbia sempre ragione. Così ci sembra realistico pensare che con il sopraggiungere della notte tutti i gatti che sotto il sole sono diversi tendono a convergere su un unico colore che li imbigisce, li rende opachi, difficilmente distinguibili, ombre sopravvissute al giorno, fantasmi intristiti dalla morte della luce. E’ come se la loro realtà multicolore si annullasse per il semplice sopraggiungere delle tenebre. È come se la notte, considerata solo come sottrazione (della luce), mancanza (del sole), sospensione (tra due giorni) si appropriasse di tutti i colori e stendesse un velo di uniformità anonima, livellante su tutto.

A confermarci che questa lettura usuale è al contempo falsa, arriva in libreria un volume collettaneo edito dalle Edizioni Settimo Sigillo che porta il titolo di Notturni (CLICCA QUI). È una raccolta di contributi assai diversi tra loro. C’è, tra le altre cose, un racconto di ambientazione storica, un noir appena pennellato, un resoconto di viaggio, una gothic tale, una prosa/poesia onirica, un testo poetico, un tributo (diventato nel frattempo, con tempismo inquietante, postumo), una novella a sfondo sociale.

Va da se che gli stili sono anche molto variegati ed ogni lettore può trovare nell’uno o nell’altro quello che più gli si avvicina. Nella loro diversità di genere e di stile si può dire che questi gatti, pur transitando nel buio della notte, non sono affatto bigi ma offrono un panorama policromo che restituisce alla notte la sua vera natura che sarà pure superficialmente uniforme e scura ma che, se si cerca di guardare un po’ più in profondità, appare pulsante di colori, come un mantello freddo che nasconde tiepide carni, ricolme di vita.

Da quello che scrivo sembrerebbe che il volume manchi di coesione, sia una raccolta estemporanea senza un filo conduttore, frutto semplicemente dell’andare solitario degli autori che lungi dall’essere un coro, giustappongono le loro voci in solitari assoli. Anche qui vale la regola del mantello. Bisogna guardare con attenzione, tendere le orecchie in silenzio per scoprire che un sottile filo d’unione vi soggiace. Tutto converge verso un’idea: la notte è il luogo dell’agguato. Il luogo dell’inseguimento, il luogo dove non ci possono essere sconti, il luogo dove è difficile transitare tanto che per superarlo indenni bisogna abbandonarsi al sonno che, non casualmente, alcuni chiamano “la piccola morte”, male minore rispetto all’angoscioso corpo a corpo contro qualcuno o qualcosa.

In questi notturni un manipolo di repubblichini esce per un rastrellamento di partigiani, un metronotte viene inseguito da due balordi ubriachi, la rappresentazione di un sogno si trasforma in una gigantesca caccia all’uomo stilistica, una vampira adesca le sue prede, il viaggio in terre ignote assume toni inquietanti, il presentarsi di un passato non vissuto sembra una trappola ben ordita. Talvolta si assiste al capovolgimento delle parti e il cacciatore diventa cacciato in un ribaltamento senza spazio e atemporale che mi fa dire che la notte non è affatto un luogo e nemmeno un tempo da attraversare.

La notte in realtà è un elemento chimico, un catalizzatore che accelera o rallenta un processo, che acuisce la reazione, così come il nostro sentire, sia esso frutto dei nostri sensi fisici, sia esso frutto dei nostri percorsi cerebrali. A tal proposito cito due racconti che fotografano con esattezza quello che sto dicendo, seppur con modi totalmente diversi.

In R.E.M., un racconto/poesia praticamente senza storia, tutto è giocato sullo stile che ben riesce a rappresentare quel carattere atemporale e di non luogo che la notte e il sogno nella notte rappresentano. Con un andamento frammentato, composto da minuscoli momenti, quasi non collegati tra loro ma pieni di significato se presi singolarmente, con un ritmo che sta sul confine tra la prosa musicale e la poesia, si snoda un sogno/incubo in cui il tempo sospeso, lo spazio esploso delle singole schegge restituiscono un angosciante andamento a spirale che sembra avvolgerti per non volerti rilasciare, con un sentimento di prigionia cui queste volute obbligano proprio perchè ancorate ad un tempo che non scorre.

In Non c’è posto il senso atemporale della notte viene rappresentato mediante la reiterazione retorica che fa da ossatura a tutto il racconto. Quel “cerchi di capire” che il protagonista si sente rivolgere da tutti fino allo scioglimento finale che determina la conclusione del racconto. Lo trovo simbolicamente di grande effetto e descrive con esattezza il senso di sospensione gravida di conseguenze che il passaggio notturno possiede. Una atemporalità circolare, priva di progresso (che non esiste) che concede solo di replicarsi sempre più stancamente, senza più nemmeno la speranza che il sorgere del nuovo giorno si porta dietro.

Solo alcuni dei protagonisti, al termine della notte, si sentiranno rinfrancati. Prevale la malinconia, l’incredulità, lo sbigottimento, l’attaccamento straniante a quel tempo atemporale, a quel luogo che luogo non è. Alla caccia notturna si può sopravvivere adottando strategie diverse: ricorrendo al sonno, la “piccola morte” che ricorda l’opossum e il suo fingersi morto per ingannare, guarda caso, i predatori. Abbandonarsi ai propri deliri onirici trasformandoli in altrettante occasioni di vita. Decidere di vivere in questo non luogo privo di tempo rinnegando il giorno e fuggendolo. Tutto sarà vano, in un incessante rotolare della ruota, l’oscurità tornerà e tornerà. A noi non resta che sopravvivere in attesa della prima notte di quiete.

Mario Grossi

 

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