Notturni… AA.VV. – Edizioni Settimo Sigillo, 2016

Quelle che seguono sono la prefazione e la postfazione, rispettivamente di Sandro Giovannini e Lewis Stavion, all’antologia Notturni (Edizioni Settimo sigillo, 2016, € 12,00 – CLICCA QUI) che comprende scritti di Giorgio Ballario, Graziano Cecchini, Roberta di Casimirro, Augusto Grandi, Mario Michele Merlino, Susanna Dolci, Daniele Mattia Coresi, Gabriele Marconi, Miro Renzaglia, Luca Leonello Rimbotti, Davide Sabatini. 

La redazione

Prefazione

Sandro Giovannini

 

notturni-page-001Se è vero che la vera fede incontrastata “…al cui interno cresce l’intera storia dell’Occidente”  (come dice un nostro importante filosofo) è il divenire, non in qualità di un solo trascorrere o trapassare da uno stato all’altro, ma un divenire che neghi implicitamente (o che sembri negare implicitamente, e quindi ontologicamente), in quanto sovrasti, domini ed inibisca ogni realtà eterna, immutabile, divina, allora siamo ancora ad una lettura dicotomica della notte e del giorno. Essa (questa lettura dicotomica), oltre essere onusta d’errori ed orrori, è anche una dimensione sostanzialmente antidialettica, anche se molto familiare.  Se gli opposti sono fermi nella loro assietà inderogabile, simili alle stelle fisse dell’universo costruito come una teoria stabile e non come una teoria anch’essa in divenire, probabilmente anche la nostra postura caratteriale sarà influenzata da una scelta inequivoca. La direzionalità nel tempo e nello spazio, univoca, almeno per come noi tendenzialmente (accompagnandola… subendola) la interpretiamo, non ci permette molte opzioni:  la realtà, l’interpretazione, o si muovono in un campo dialettico o tendono a sopraffarsi vicendevolmente, perdendosi per le reciproche tangenti…

Cosa tendo a dire? Forse che se si sceglie un campo dialettico, ovvero un campo ove notte e giorno, realtà ed interpretazione, si diano un sostanziale cambio, una sorta di trasmutazione di sostanza e di forma (nel passaggio muovente e smarcante del fluido e nella pietra fissante e culminante dell’arco), forse si rischierebbe meno in errori ed orrori? No. La storia dell’uomo pleromatico e di quello dialettico (tutta approssimazione… intendiamoci…), ci offre ben dimostrazione del contrario.  Ma almeno rischiamo di non assumere (in linea di teoresi… anche se questo è poco simpatico al filosofo) la spocchia di colui che la sa lunga, illudendosi ed illudendo… E nello stesso tempo sappiamo tutti che le grandi/anime erano, pure, anime/semplici… I gialli notturni, non solo quindi gialli di poliziesco ma proprio gialli di colore, ovvero il giorno dentro la notte, il giallo del giorno conficcato nella notte come il nero della notte è conficcato nel giorno, potrebbero essere, allora, la cifra glocal di questi racconti, ben diversi tra loro e ben imprevedibili come a noi piace pensarli, ma proiettati ad un di più di vita, comunque lo si attenda, speri e creda… questo proprio perché una sana dialettica, ci riduce paradossalmente a più miti consigli mentre ci avvita su una verticale e cosmica spirale… così come precipitando (a livello del terreno), la brina del mattino accanto alla tenda (subita o voluta), afferra e consuma, nella sua gelida e vibrante chiarità, di luce su luce, una notte (che non è) mai finita…

Postfazione

Lewis Stavion

“Di notte un sonnambulo riesce a fare molte più cose di quelli che di giorno dormono in piedi”

Raffaele Palma

notturni-page-001A causa del mio interesse per la filosofia della scienza, ho la fortuna di poter contare su numerosi amici nel campo della ricerca. Di solito si tratta di figure estremamente competenti nel proprio campo disciplinare ma intellettualmente e psicologicamente non dogmatiche (del resto il vero ricercatore è un libertario per sua intima natura; per dirne una, conosco un fisico del plasma che indaga sui fenomeni paranormali), ma penso che tutti i miei amici in ambito scientifico scuoterebbero il capo se leggessero il seguito di questa postfazione.

Infatti, sono intimamente convinto che di notte l’ordinaria percezione delle leggi di natura – con l’eccezione della gravità, che ogni tanto ci fa cadere dal letto, se siamo così sciocchi da starci troppo a lungo – subisca una sostanziale modifica rispetto alle ore diurne. I sensi si acuiscono; l’udito si fa più fine, la vista più tagliente, alcune aree del cervello elaborano gli input esterni in maniera accelerata (questo fenomeno è oggetto di studio da parte delle neuroscienze ormai da decenni, per non parlare della sintonia tra meccanica quantistica e attività neuronale teorizzata da Roger Penrose, e recentemente rilanciata da alcuni neurofisici britannici). In altre parole, di notte – soprattutto se si soffre di insonnia, non si assumono porcate chimiche per combatterla e si sta alla larga dal trash televisivo – si è più svegli, in ogni senso.

Non so se i “notturni” che avete letto in questa antologia – e per i quali consiglio l’ascolto in contemporanea della musica per piano di John Field (compositore assai più eccentrico e visionario del languido Chopin) – siano stati scritti col favore delle tenebre, ma sono ragionevolmente sicuro che molti di loro, forse tutti, sono stati concepiti in questa zona franca che va grosso modo dalle 11 di sera alle 5 del mattino. Da praticante zen ormai trentennale, trovo che ci sia una profonda affinità tra lo shikantaza (“solo sedersi”, ossia la principale pratica meditativa della scuola Soto) e l’attività intellettuale esperita nelle ore notturne. La notte, come la mente, diventa una lavagna sulla quale i fenomeni, interiori ed esteriori, si stagliano con grande nitidezza, facendosi osservare con imparzialità. Non si tratta di respingere o abbracciare il “rimosso” (questa ennesima parolaccia della vulgata freudiana), ma semplicemente di guardarlo. La notte porta contemporaneamente al distacco e alla non discriminazione. La riduzione degli stimoli sensoriali – il silenzio, fratello gemello del buio – conduce a una sorta di chiarezza dove le onde, talvolta furibonde, della soggettività e del proprio vissuto si stemperano in una visione meno asfittica delle cose, e dove tutte le dualità consce che ci affliggono di giorno – dal problema del parcheggio alle questioni metafisiche – trovano una loro sintesi provvisoria, certo mai risolutiva ma quantomeno pacificatrice, e spesso quietamente sovvertitrice. È per questo che la notte è la grande madre di tutte le attività creative (rivoluzioni politiche comprese: sarà un caso che i cospiratori tramino per lo più col favore del buio? Non sono sicuro che si tratti soltanto di non farsi notare…). In fondo, come dimostrano i racconti di questa antologia, la notte ci permette di fare esperienza di un proficuo paradosso: si sogna da svegli, e si è svegli sognando. Per citare Escher, “arriva la notte, che è solo l’altra forma del giorno, che è solo l’altra forma della notte”. E per concludere, “nella notte passiamo la metà della vita, ed è la metà più bella davvero”. Quest’ultimo, però, è Goethe.

Sotto lo pseudonimo di Lewis Stavion si nasconde un editor, traduttore e consulente editoriale particolarmente attivo nel campo della narrativa gialla e della divulgazione storica. Nato a Milano, alcune vicende personali lo hanno portato a dividersi tra l’Italia e gli Stati Uniti, con un costante rapporto di amore-odio per entrambi i Paesi. Nel suo ambito professionale, ha contribuito alla scoperta e valorizzazione di importanti romanzieri e saggisti anglosassoni.

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