Nicola Maiale. In Fiamme…

Quella che segue è la prefazione di Miro Renzaglia al libro di Nicola Maiale, In Fiamme (Circolo Proudhon Edizioni, 2015, pag 273, € 13,00 CLICCA QUI).

La redazione

 

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IN FIAMME
di Nicola Maiale

Prefazione di Miro Renzaglia

Ero giovane e non potevo ammettere altre verità che le mie, né concedere all’avversario il diritto di avere le proprie, di farle valere o di imporle. Che i partiti potessero affrontarsi senza annientarsi superava le mie capacità di comprensione. Vergogna della specie, simbolo di un’umanità esangue, senza passioni né convinzioni, inadatta all’assoluto, priva di avvenire, limitata sotto ogni aspetto. Incapace di elevarsi a quell’alta saggezza che m’insegnava che l’oggetto di una discussione era la polverizzazione del contraddittore. Così io consideravo il regime parlamentare. E, in compenso, i sistemi che lo volevano eliminare mi sembravano belli, tutti, senza eccezione, all’unisono con il movimento della vita: la mia divinità di allora.

Emil Cioran

Se per politica s’intende “ciò che è pubblico”, la violenza fisica deve essere sempre considerata un’azione politica in quanto produttrice di effetti (fossero anche soltanto interrogativi filosofici o morali, in una parola “culturali”) sulla realtà, appunto  “pubblica”, attigua a chi la mette in pratica. Dal suicidio (la violenza su di sé) alla guerra (la violenza di una comunità “territoriale” contro l’altra), nessun tipo di violenza può essere in alcun caso considerata “privata”. Eminentemente compresa fra questi due poli, suicidio e guerra, è lo scontro fisico fra fazioni che si contendono, in maniera più o meno armata, il primato della politica, ovvero: il potere, la facoltà di determinare il destino di quella stessa comunità “territoriale” che li comprende. E’ la storia di una praxis che risale alle origini dell’uomo e che si ripeterà puntuale nel corso dei secoli, compreso lo scorcio temporale radiografato in questo libro, e mai dismesso fino a oggi. E’ la strada quasi sempre privilegiata che la “forza delle idee” ha scelto per uscire dai libri di filosofia ed entrare in quelli di storia.

Tutt’altro che antitetica alla cultura, chi esercita violenza (soprattutto quella che per convenienza continueremo a definire “politica”) se ne serve per giustificarsi. Proprio come se ne serve chi la intende condannare. E qui entriamo nel campo semantico di due topoi classici del pensiero occidentale: i mezzi e il fine. Marx, per esempio, riteneva che la bontà della causa – il riscatto del proletariato dalla tirannide capitalista – giustificasse «la violenza come levatrice della storia» verso il fine di una società nuova che sarà liberata dalla violenza per eccellenza: la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. La storia non ha mai inverato il vaticinio marxiano o, almeno, come pretendono gli epigoni più ottimisti, non l’ha ancora inverato. Ma sarebbe dunque questo il criterio per condannare nella fattispecie la “violenza proletaria” e, in assoluto, qualsiasi tipo di violenza politica? Non essere riuscita a realizzare storicamente il fine per il quale era data sancirebbe la condanna morale di una lotta? Sarebbe perciò l’esito di vittoria o sconfitta finale a far scrivere il suo verdetto? Sorprendentemente (ma poi, neanche tanto) è Nietzsche a smascherare l’eventualità di un siffato (pre)giudizio: «Non è il fine che giustifica i mezzi ma è la bontà dei mezzi a giustificare qualsiasi fine». E in quel “qualsiasi” – aggiungiamo noi – va incluso anche il fine non raggiunto, sconfitto o abortito perché, sosteneva Giovanni Gentile, e noi siamo d’accordo con lui: «Non ribellarsi alla sopraffazione bestiale è segno di vigliaccheria e non di moderazione».

Se questo è vero, resta da stabilire quale sia l’arco entro il quale far oscillare la bilancia del verdetto, fino a trovare il punto oltre il quale l’esercizio della violenza politica merita un giudizio negativo. Ci soccorre in questo Hannah Arendt: «[Se] L’estrema forma di potere è Tutti contro Uno, l’estrema forma di violenza è Uno contro Tutti». Esclusa la premessa (l’estrema forma di potenza del tutti contro uno) non può quindi essere considerata legittima, e come tale assolta, l’estrema forma di violenza dell’uno contro tutti. L’azione individuale o di piccole élite che avocano a sé il diritto di infliggere la morte al “nemico interno” è il punto dove sembra possa scattare il rifiuto etico dell’uso della violenza politica. Sarà pure «La più semplice azione surrealista [quella di] scendere in strada brandendo due pistole e iniziare a sparare alla cieca sulla folla» come poetizzava André Breton ma, politica finché si vuole, l’estrema violenza di un Anders Behring Breivik può, al massimo, aspirare a essere citata in qualche libro di psichiatria criminale, assai difficilmente in uno di storia.

Del tutto diverso è il caso delle vicende narrate in questo studio di Nicola Maiale. Qui due fazioni politiche si contendono violentemente non tanto il potere ma il privilegio di sfidare il potere. In termini sportivi la potremmo definire una semifinale. Ma non si trattava di élite sganciate dalla massa e, in quanto tali, autoreferenziali. Si trattava piuttosto, e più correttamente, di avanguardie con grandi masse al seguito. Ed erano, per di più, espressioni agenti di due weltanschauung assai strutturate culturalmente (come puntuale annota l’Autore). Si contesero le piazze d’Italia per arrivare a prendersi il Palazzo. Lo fecero ad armi pressoché pari, talvolta finanche cavallerescamente. Una delle due fazioni vinse e face la storia di questo Paese per oltre 20 anni. Ancora una volta, la violenza fu “levatrice della storia”. Bella e buona o brutta e cattiva? La storia non giudica se stessa: sono gli storici che giudicano.

miro renzaglia

 

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