Nero TAV. Intervista a Giorgio Ballario…

L’editore con la sua dichiarazione: “Ogni riferimento a fatti, persone, luoghi, enti, aziende e società, compresi quelli reali e veramente esistiti, è frutto della rielaborazione dell’Autore e, pertanto, da ritenersi puramente casuale ma spesso necessario per conferire maggiore veridicità al racconto. Le opinioni espresse dall’Autore non riflettono necessariamente quelle dell’Editore e/o del Curatore” – che a me sembra eccessivamente difensiva, vuole solo evitarsi rogne o come io sospetto si è fatto coinvolgere dal clima del tuo noir?

Non credo voglia evitare rogne, più che altro trattando il romanzo di temi molto caldi e molto attuali, quella è la formula standard per mettere in chiaro che si tratta di finzione, non di cronaca. Del resto ci tengo anch’io a precisare che nulla di ciò che scrivo è veramente accaduto, ma avrebbe potuto accadere. E forse potrebbe accadere in futuro.

E’ più facile scrivere sorretti solo dalla proprio fantasia o incastrarla all’interno di uno scenario che attinge alla realtà?

Per me è più facile incastrare la fantasia in uno scenario reale, forse per via del mio mestiere di giornalista. Mi viene più naturale. Del resto anche i romanzi del “ciclo coloniale” di Morosini si inseriscono in un quadro di grande verosimiglianza con la realtà storica, solo che in quel caso è più complicato perché non avendo vissuto quei tempi bisogna reinventarli, documenti storici alla mano.

Da come descrivi i fatti della Val di Susa mi sembra abbastanza chiaro il tuo giudizio sull’Alta Velocità, anche se mantieni un tono distaccato da osservatore. Mi dai un tuo giudizio di sintesi su quella faccenda extra romanzo?

Cerco di mantenere una certa distanza perché non si tratta di un libro politico, ma d’intrattenimento. Però non voglio evitare la domanda e, al netto di tutto ciò che è successo dal punto di vista giudiziario e dell’ordine pubblico, continuo a pensare che il treno ad Alta Velocità Torino-Lione sia una maxi-opera costosissima di cui non si sente il bisogno. E non voglio neppure entrare nel merito dei possibili danni ecologici e dell’inferno cui sottoporranno la popolazione della Val Susa per circa 15-20 anni. Parlo proprio dal punto di vista dell’utilità per la nazione e dei costi per la cittadinanza. Per me è uno spreco, oltreché un regalo alle lobby del cemento e delle cooperative rosse che realizzeranno l’opera.

I documenti processuali che il protagonista legge ed analizza sono verosimili. Sono anche veri?

Sì, i documenti citati tra virgolette sono atti giudiziari del processo Minotauro, che ha portato in carcere e poi davanti al Tribunale circa 150 presunti appartenenti alla ‘ndrangheta in Piemonte. Devo dire che quando nel libro si parla di ‘ndrangheta, è tutto vero, compresi i legami con la politica: magari non si fanno i nomi, però sono notizie tratte dai giornali di questi ultimi anni.

Hector Perazzo, l’investigatore protagonista del tuo romanzo, è un eroe anomalo, apparentemente disincantato, a tratti uno sconfitto dalla vita, ma pieno di una ruvida umanità riabilitante che mi fa pensare, per alcune sfumature, a Corto Maltese, seppur inserito in una realtà più circoscritta. Esiste un possibile lontano parallelo?

Se esiste, me lo stai facendo notare tu in questo momento. Io sinceramente non ci avevo mai pensato, però siccome Corto Maltese è un personaggio che amo e ammiro, può darsi che involontariamente lo abbia “citato” nel descrivere il mio detective.

E quanto c’è di te, se mi è permessa la poco urbana intromissione, in lui?

Be’, qualcosetta di autobiografico c’è sempre nei miei personaggi, anche in Morosini. Però cerco di non esagerare, anche perché Perazzo e il maggiore sono figure senz’altro più interessanti del sottoscritto. Quindi hanno diritto a una personalità loro.

Una tua opinione sulla mia lettura del romanzo. Trovi plausibile riscontrarvi la bellezza in questa sospensione tra verità e verosimiglianza?

Sì, Nero Tav vuole essere un romanzo assolutamente verosimile. Come quasi tutte le mie opere, peraltro, che nascono proprio come racconto di una realtà possibile, anche se non del tutto vera. Anche questo dev’essere frutto del mio mestiere, che ti obbliga ad attenerti ai fatti concreti e verificati, anche se si dice che i giornalisti inventano… E’ un mio limite, a volte penso che dovrei lasciare la fantasia più a briglia sciolta, fregandomene del quadro storico o di cronaca.

Consiglio, anche se questo può sembrare bizzarro per un noir, almeno una rilettura del romanzo. Ai tuoi lettori lo consiglieresti?

Molti mi dicono che rileggendo un libro lo si apprezza meglio, ma ti confesso che ciò non rientra nelle mie abitudini. Non rileggo quasi mai nulla, neanche a distanza di anni. Forse non voglio rovinare la prima impressione, che per me è la quella che conta (anche se la tua recensione suggerisce l’esatto contrario); oppure sono troppo bulimico di letture e mi sembra che rileggere un libro che conosco già porti via il tempo ad altre opere che non ho ancora letto. Non saprei, è una cosa che mi è estranea.

C’è grande discussione sul sesso dei vini. Tu dici la barbera che a me piace molto (l’uso al femminile … ma anche il vino), lo trovo più poetico e in linea con quei tocchi d’esotismo di cui sei capace e che io apprezzo molto. Ma si dice la o il barbera?

Persino qui in Piemonte c’è chi lo chiama al maschile, chi al femminile. Sinceramente non so chi abbia ragione, io ho sempre sentito i puristi chiamarla “la” barbera. Però dopo aver letto la tua domanda ho controllato e in effetti su Wikipedia è chiamata al femminile, e un articolo trovato in Rete sulla storia del vino dice: «Nella tradizione piemontese questo vino e’ sempre stato indicato al femminile: “la” Barbera e non “il” che si riferisce invece al vitigno. Non che chiamare questo vino al maschile sia disdicevole, ma certamente è auspicabile che “la” Barbera rimanga tale, perché, tutto sommato, e’ un vezzo simpatico e distintivo». Quindi mi adeguo.

I tuoi programmi, torno sulla richiesta già avanzata nel passato, prevedono qualche nuovo episodio del mitico Morosini?

Purtroppo negli ultimi mesi nulla è cambiato: Morosini è ancora in licenza forzata. Il quarto romanzo del “ciclo” è già pronto da più di due anni, ma dopo la chiusura improvvisa di Hobby & Work, che aveva pubblicato l’ultima opera (“Le rose di Axum”), non ho ancora trovato un altro editore. C’è un agente che se ne sta occupando, si sta cercando un editore serio e che garantisca una buona distribuzione e visibilità a livello nazionale. E magari che sia anche interessato a ripubblicare i primi tre romanzi del “ciclo coloniale”, visto che ormai sono introvabili e fuori catalogo malgrado riceva ancora molte email di lettori che li vorrebbero acquistare.

a cura di Mario Grossi

Si legga anche la recensione al romanzo,  pubblicata dal Fondo –  CLICCA QUI

 

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