L’era del post-umano. Tecnica, Ideologia e Società nel XXI secolo…

Sabato 14 del corrente mese, a Roma si è svolto “L’era del post-umano. Tecnica, Ideologia e Società nel XXI secolo” [foto a fianco], un convegno avente per oggetto quel tormentato rapporto tra l’uomo e la tecnologia, con particolare riferimento alla possibilità di modificarne radicalmente l’attuale status antropologico, al fine di addivenire ad una vera e propria condizione “post” o “trans” umana che dir si voglia, ove le differenze tra sessi e, di conseguenza, di qualsiasi altra umana condizione, possa venir superata, equalizzata ed omologata nel nome di uno status di vita, strettamente interrelato con la tecnologia. E’ l’idea di un’umanità androgina, desessualizzata e deprivata di qualsiasi iato di appartenenza ad un “quid” identitario, che non sia il proprio egotistico piacere ed il tirannico esercizio di quei “diritti” che, oggidì non più adattati e contemperati, in un armonico equilibrio con la propria koinè/comunità e con quell’immenso e misterioso equilibrio che tutto in sé contiene e genera, quel “kosmos” o quella “natura naturans” che dir si voglia, dell’individuo hanno fatto una informe “massa desiderante”, drogata dai supporti  della Tecno Economia e perciò stesso incapace di reggere quel perenne confronto con l’imprevedibilità di un divenire cosmico che, dell’intera vicenda umana, rappresenta un po’ il sale.

E’ su queste basi che si è sviluppato l’intero evento, con interventi di tono e portata differenti. Dall’ex “ideologo” del 5 Stelle, il professor Becchi, al filosofo francese De Benoist, passando al polemista d’Oltralpe Zemmour, passando via via attraverso gli interventi degli studiosi Barcellona e Fusaro e della stessa onorevole Ciprini, si sono via via compiute analisi e disamine molto interessanti per il proprio intrinseco valore “descrittivo”, ma poco pregnanti al fine di dare una più organica e completa risposta al problema. La stessa soluzione dal Becchi prospettata e condensata in un “principio di responsabilità” che, sulla falsariga di quanto scritto da Hans Jonas, dovrebbe essere incardinato ad un “ritorno” alla metafisica, presenta non pochi interrogativi, visto il fuoco di fila a cui l’idea stessa di “metafisica” è stata sottoposta negli ultimi tre secoli, anche e specialmente, da nomi del calibro di Nietzsche o di Heidegger.

Il fatto è che, quello che ci troviamo di fronte, non è un problema di facile soluzione ed è facile incappare in strade senza uscita e binari morti di vario genere. E’ vero. L’ideologia “trans” o “post” umanista che dir si voglia, muove ufficialmente i suoi primi passi nell’America dei tormentati anni ’60. Gli studi scientifici sul genere sessuale e sulle sue deviazioni morfologiche, divengono presto materiale in base al quale il femminismo egualitario, promuoverà una lotta contro le convenzioni sociali, di genere, sesso, lingua e religione, al fine di veicolare la concezione di un mondo da tali pesi liberato, equalizzato e, perciò stesso reso felice nell’illimitato fruimento dei sensi. Tale concezione andrà, però, spingendosi oltre, postulando non solamente la liberazione della donna dalla presenza maschile ma, addirittura, la soppressione del rapporto eterosessuale visto solo come una riconferma della tanto aborrita ed evocata supremazia maschile. Il tutto accompagnato con le rivendicazioni alla parificazione di gay, trans, lesbiche e via dicendo, anche nel metter su famiglia.

Questa impostazione “Gender” va al contempo innestandosi al principale “filone”, quello “transumanista” vero e proprio. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe che quello del “transumanesimo” sia un termine coniato per la prima volta da J. Huxley (fratello del più noto utopista A. Huxley) nel 1957 in un senso che, l’aspirazione all’elevazione dell’umana condizione si sarebbe dovuta accompagnare sinergicamente alla scienza nelle sue molteplici applicazioni come biologia, genetica, etc… Huxley per “transumano” definirà, «l’uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana». In suo libro del 1974, invece, Joseph Fletcher , considerato uno tra i fondatori della cosiddetta “bioetica”, ha sostenuto l’idea di utilizzare la genetica e le altre scienze per migliorare la condizione umana, arrivando ad auspicare per i genitori o per lo stato, un potere di controllo sulle caratteristiche genetiche dei propri figli, al fine di indirizzarne ottimalmente l’attività futura. Senza contare la possibilità preconizzata di creare esseri “paraumani”, sorta di ibridi geneticamente modificati, costituiti da un mix di genoma umano ed animale, da utilizzare in ambiti lavorativi ad alto rischio e da produrre secondo le necessità economiche del momento. Il termine “transumano” trova poi la propria definitiva consacrazione ufficiale negli Stati Uniti, a partire dagli anni Ottanta, con un significato sempre più orientato ad un individualismo spinto, grazie all’opera di Natasha Vita More e del suo compagno Fereidoun M. Esfandiary.

A detta di ricercatori e studiosi come Robin Hanson «Il “trans umanesimo” è l’idea secondo cui le nuove tecnologie probabilmente cambieranno il mondo nel prossimo secolo o due a tal punto che i nostri discendenti non saranno per molti aspetti ‘umani’» mentre, per il filosofo britannico Max More, il “transumanesimo” altri non è che «una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana», così come preconizzato anche dallo studioso italiano Roberto Marchesini. A dirla così, sembrerebbe che quella  del “transumanesimo” con tutti i suoi folli addentellati, altri non sia che il frutto di dell’esasperato delirio tecnicista che pervade l’attuale momento storico, nella veste di una specie di sfogo febbrile del pensiero contemporaneo, ma così non è.

A parte le illuministiche suggestioni, rappresentate dall’ “uomo-macchina” di Hollbach e Lamettrie, a parte i richiami al mitteleuropeo Golem di meyrinkiana memoria,  l’aspirazione al superamento della condizione umana, è un sogno che viene da molto lontano e ci riporta a quella originale “ubris”che, connaturata al mito prometeico, dell’intera cultura occidentale è l’asse portante. La vicenda di Prometeo, al pari del viaggio di Odisseo o la stessa sfida intellettuale di Edipo alla Sfinge, sono tutti atti animati da un’unica irrefrenabile volontà: quella della conoscenza ed alfine del dominio di un Essere, la cui unica difesa all’agire umano, sembra essere il costante ed irrefrenabile fluire della casualità degli eventi. Pertanto l’intero agire dell’uomo occidentale, sin dagli albori della propria storia, nascendo con il precipuo intento di dominare le forze del “kosmos”,  porta in sé, implicito, un messaggio all’autosuperamento che, con l’irrompere della civiltà Tecno-Economica, dal 17° secolo in poi, ( e potremmo anche dire dalla Rinascenza in poi…sic!) va facendosi sempre più esplicito.

All’arido enciclopedismo illuminista ed alle sue appendici positiviste, va contrapponendosi la filosofia della vita. Una vita che è energia e tutto permea di sé. L’uomo non è solo ed unica raziocinante, cartesiana “res cogitans”, l’uomo è irrazionale volontà, volta a levarlo dai più elementari bassifondi della vita alle più luminose vette dell’Essere, in un moto di gioiosa e costante ascesa, salvo poi ridiscendere e cambiare stato, natura, in un ciclico svolgersi di eventi. E siamo a Nietzsche, Bergson, Marinetti, D’Annunzio, Jung, VonUexkull, Heidegger ed altri ancora… il pensiero vitalista spinge l’uomo verso il proprio autosuperamento, sia in modo esplicito come per Nietzsche con il suo super/oltre uomo, o, ancor più, nel caso del Futurismo di Marinetti, volto ad esaltare un modello umano innervato e plasmato all’insegna di una multicolore e scintillante “Techne”, che, magari, in modo più implicito, come per Heidegger che, con il suo “ereignis/eventuarsi”, spinge l’uomo ad una contemporaneità di azione/pensiero che reca in sé lo iato a liberarsi da quel limitante fardello costituito da una natura umana, altrimenti legata alla distinta dualità dei due elementi. Autosuperamento sicuro… ma certamente non demenziale auto castrazione, né alienante perdita del sé…

Eppure anche in questa stessa rassicurante affermazione, c’è qualcosa di poco chiaro. Il problema è che il pensiero occidentale è costituito da una essenziale ambiguità di fondo. Tutta la vicenda occidentale, sin dai suoi primi esordi nella grecità pre-socratica, è rappresentata dalla spinta alla perenne auto contraddizione dei propri modelli o schemi di pensiero che dir si voglia. Una vicenda che, come abbiamo già precedentemente sottolineato, trova i propri esordi archetipici in un tutta una serie di motivi mitologici e particolarmente in quello prometeico, nei quali le luminose vicende dei vari eroi, finiscono con il tingersi di una luce ambigua, a causa di tutta una successiva serie di vicissitudini negative, pesantemente condizionate da un arcaico sortilegio divino.

Tutto questo sembra trasferirsi nella pratica dell’esegesi o interpretazione del pensiero, in Occidente assurta a vera e propria prometeica “ars divinatoria”, in grado di portare quest’ultimo e le sue applicazioni dalle vette del sublime, alle sue più nefande conseguenze. Techne, lo strumento che doveva conferire all’umanità il dono della conoscenza e dell’armonia, si sta invece rivelando una trappola mortale. A testimoniarcelo, una volta di più, la contraddittoria vicenda dello sviluppo della Modernità e delle sue Avanguardie, le cui grandi enunciazioni scientifiche ed ideologiche, dall’Illuminismo al Positivismo, passando attraverso l’Evoluzionismo darwiniano, la psicanalisi di Freud, sino alla narrazione ideologica marxista, avrebbero sempre più, dovuto fare i conti con la crisi dell’unitarietà della coscienza occidentale, determinata dall’impeto di un inarrestabile Divenire Tecno Economico.

Accanto a questo si sarebbe andata accompagnandosi quella già citata ventata di vitale irrazionalismo, che sembrava sparigliare le carte in tavola ad un mondo che nel proprio sviluppo, invece, avrebbe dovuto seguire una certa tabella di marcia. Così a contrapporsi sarebbero stati due modelli di Modernità, con i loro rispettivi correlati ideologici. Quella che sarebbe uscita da questo magmatico ribollire di idee ed istanze, sarebbe stata però, una società marcata dalla predominanza della sintesi tecno economica su tutto il resto. Al socialismo dei vari Proudhon, Sorel ed altri, si sarebbe opposto, vincente, il socialismo scientifico di Marx, Engels, Rosa Luxemburg e Lenin. All’idea vitalistica di evoluzione prefigurata da un Von Haeckel, si sarebbe opposto, vincente, l’evoluzionismo meccanicista di Darwin. Alla psicologia analitica di Jung, si sarebbe contrapposta, vincente, l’analitica delle più materialiste tra le scuole freudiane.  Quelle stesse avanguardie artistiche che, tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, si sarebbero poste sulla scia di questo pensiero e, nell’esperienza futurista in particolare, si sarebbero fatte portatrici di istanze di radicale rinnovamento della società, alla luce dei cambiamenti apportati dalla rapida evoluzione della scienza e della tecnica, avrebbero poi sconfinato nella materica incertezza del non-significato, rappresentato dall’arte astratta e dalle sue appendici.

Alla spinta vitale del disegno filosofico nicciano, coniugata ad una prospettiva tutta incentrata sulla immediatezza della pulsionalità individuale, su quella “erlebnis”, che in autori come Dilthey, Simmel, Bergson, Jung , (ma anche nei neoprgamatici e neohegeliani alla Dewey o alla Gentile), si sarebbe costituita a mò di prospettiva primaria, intesa come spinta dell’individuo ad un’autorealizzazione in piena concomitanza con le istanze dell’intero corpo sociale, si sarebbe, invece, fatta avanti l’idea di uno sfrenato individualismo, volto ad introiettare qualunque segnale di sollecitazione proveniente dalla sfera tecno economica, sino a fare di quello stesso individuo, un anodino tubo digerente. Pertanto, ritornando a bomba sull’ambiguità di fondo della Techne, da noi inizialmente sottolineata, (e che ripetiamo,esser determinata dalla sua doppia natura di cieco strumento del diktat economicista, da una parte, e di veicolo principe per la realizzazione ed il passaggio dell’uomo all’auspicato stato di nicciana memoria di “oltreuomo”, dall’altra, sic!), la soluzione a questo nodo di Gordio, da cui dipende il destino dell’umanità, non può non passare se non attraverso un capovolgimento della prospettiva mezzo-fine, in cui la Tecno-Economia, ritorni ad essere un puro mezzo di fruimento, anziché un fine in grado di provocare una grave degenerazione della stessa prospettiva antropologica della razza umana.

Ma anche qui, la soluzione non può che essere all’insegna di quella ontologica binarietà, tanto cara a quel sistema di pensiero che, in grazia di una definizione oramai assurta a natura di vera e propria “geografia filosofica”, noi oggidì definiamo “occidentale”, da “occidere-cadere” e pertanto in perenne Divenire. Da una parte il rifiuto totale della Tecno Economia, si et si, e dei suoi correlati ideologici rappresentati dai concetti di Evoluzione, Crescita, Progresso e via dicendo. Vecchia e facile suggestione della via della Conservazione ma che, nel suo facile evocare il ritorno a “Dio, Patria e Famiglia”, si dimentica di darci una definizione esaustiva di questi termini, in grado di scioglierne le contraddizioni e le insolubili antinomie. Dall’altra invece, il confronto con la Techne, il cavalcarne l’impeto, tornando a quelle radici vitaliste, che potrebbero finalmente spalancare le porte ad un’ “altra” Modernità. Una Modernità, questa sì figlia di una sicura prospettiva “Post Moderna” e non di una “Liquida” dissoluzione e che, nel nome di un nuovo Umanesimo possa finalmente coniugare Tecnica ed Umanità, Avanguardia e Conservazione, Essere e Divenire, in una nuova Sintesi epocale, in grado di connotare questo nuovo, incerto, millennio.

Umberto Bianchi

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks