Matteo Luca Andriola. La nuova destra in Europa…

Sono sempre stato attirato dai libri che mi menzionano, sia pure en passant, e non potevo certo mancare uno studio che per di più ripercorre, analizza e chiarisce alcuni snodi fondamentali nell’evoluzione di ambienti con cui nel corso del mio modesto percorso personale ho sempre mantenuto un confronto serrato, talora sino e oltre  il limite del coinvolgimento personale, più o meno “critico“ che fosse.

Meglio ancora se questo studio anziché rappresentare la solita rimasticatura più o meno paranoica, più o meno erudita, di fonti mal comprese e di illazioni a tempo perso, accredita da solo accredita il suo giovanissimo autore come uno dei più promettenti politologi del nostro paese, dimostrandone l’apertura mentale, la capacità ricostruttiva e il genuino interesse a sapere e capire senza ricercare la dimostrazione di teoremi preconcetti ma neanche un’ “obbiettività” angelica che specie in questo campo rende impossibile o insignificante l’analisi dei fenomeni.

Tema e scopo del libro di Matteo Luca Andriola, La nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist (Pagina Uno, Milano 2014 – CLICCA QUI) sta nell’evidenziazione dei profondi rapporti tra le idee maturate in alcuni ambienti europei negli anni settanta del secolo scorso, in particolare come “nuova sintesi” che rimetteva in discussione le tradizionali categorie di destra-sinistra prepotentemente riemerse, seppure in forma parzialmente modificata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, e i “populismi” che dominano le cronache politiche dell’Europa contemporanea se non altro quale residua componente almeno parzialmente ideologizzata, in un panorama politico coloniale dominato da comitati d’affari rivali che restano distinti essenzialmente solo dagli interessi del proprio ceto politico e delle forze socioeconomiche di riferimento.

In  questo il libro ha pieno successo, riscoprendo in modo molto brillante e godibile una trama di rapporti, di contatti, ma soprattutto di idee che si snodano da un paese all’altro, e all’interno di ciascun paese, sfidando il luogo comune e spesso l’ufficialità della “politica politicante” dei vari regimi, non escluse le relative opposizioni. E come punto di riferimento da cui partire, Andriola prende ragionevolmente quale centro, se non come unico epicentro, le evoluzioni, le influenze e gli scambi che nel tempo hanno esercitato Alain de Benoist e la sua cerchia più immediata, o che si sono esercitati su di essi, quale crocevia esemplare dei processi in questione.

Resta l’ambiguità del concetto stesso di “nuova destra”. In Italia, tale ambiguità è rafforzata dal fatto che Nuova Destra e Destra Nuova sono marchi di fabbrica che personaggi locali come Marco Tarchi o Gianfranco Fini, gli enfants prodiges della gioventù missina del periodo post-Democrazia Nazionale, si sono nel tempo precipitati a registrare alla camera di commercio delle denominazioni mediatiche per distinguere progetti personali di scarsa originalità, fecondità e longevità, in parte addirittura attraversati dallo stesso personale (si pensi a Alessandro Campi o Umberto Croppi), e in ogni caso parte largamente integrante di una destra più o meno moderata, più o meno estrema, ma nondimeno certamente “di destra”. Di conseguenza, è comune nel nostro paese ancora oggi per parlare non solo degli amici parigini di Alain de Benoist, ma anche di quelli greci, svizzeri, inglesi, belgi austriaci, spagnoli, tedeschi, e… italiani, parlare di Nouvelle Droite. Tanto più che a sua volta la New Right ha a lungo indicato semmai la riscossa reaganiana e thatcheriana rispetto all’establishment conservatore e più o meno perdente della scena politica angloamericana.

D’altronde, Andriola, che personalmente non è affatto un prodotto degli ambienti che descrive e che da quello che capisco si colloca in un’area lato sensu marxista, è sin troppo generoso con gli oggetti dei suoi studi nell’accreditare ad essi una radicale revisione politica che anzi sarebbe andata maturando e sviluppandosi nel tempo, sino a sfidare sul suo terreno una sinistra non a torto percepita come “invecchiata” quando pure non si trovi invece completamente “recuperata”.

Chiaramente, la provenienza ultima di Alain de Benoist, così come di molti dei suoi interlocutori immediati, è una estrema destra francese più o meno convenzionale, in cui si incrociavano militaristi, sostenitori dell’Algeria francese, pétainisti, gollisti “musclés”, conservatori di varia risma, etc. I dettagli che oggi l’interessato rende pubblici con l’autobiografia in forma di intervista a François Bousquet pubblicata sotto il titolo Mémoire vive (Editions de Fallois, Parigi 2012) non erano così noti negli anni settanta, ma nel 1977 il medesimo autore ottiene il Prix Goncourt con una raccolta di articoli intitolata Vu de droite, così che non era certo un mistero la sua opinione, chiarita nell’introduzione al libro, che lui stesso e le sue idee, se non di destra, si trovassero comunque “a destra” nello schieramento ideologico dell’epoca.

Nondimeno, il GRECE dell’epoca non era questo, o almeno non era solo questo, e Alain de Benoist ed altri lo fondano appunto per superare la “vecchia” destra (sciovinista, tradizionalista, nazionalista, reazionaria, etc.) almeno quanto la vecchia sinistra. Guillaume Faye non veniva affatto da ambienti di destra, Jean Cau men che meno. Julien Freund è una medaglia d’oro della resistenza francese. Yves Christen è un biologo darwinista, essenzialmente anti-lamarckiano ed anti-creazionista. Pierre Chassard, Giorgio Locchi ed altri hanno una formazione essenzialmente nietzschana e semmai è con l’eredità di certa cultura fascista – che già voleva da parte sua essere in certo modo “al di là della destra e della sinistra” – che si confrontano, Nouvelle Ecole pubblica uno dopo l’altro numeri su Bertrand Russell, sull’evoluzione, sul Circolo di Vienna, e pubblica in copertina immagini di missili.  Il contesto è chiaramente ipermodernista, produttivista, dinamico, antimetafisico, futurista, dirigista, tecnofilo, empiriocriticista, e l’opposizione alla “sinistra” rappresenta in sostanza un’opposizione a ciò che di antimoderno, dogmatico, escatologico ed essenzialmente primitivista o superstizioso veniva percepito nel marxismo, nel freudismo, nell’esistenzialismo, nell’ecologismo e nello strutturalismo, soprattutto a fronte delle acquisizioni della riflessione scientifica e filosofica contemporanea. Lo stesso “terzomondismo” che rapidamente viene a caratterizzare il movimento aveva al tempo ben poco a che fare con le fascinazioni esotico-moraliste di certa sinistra, e riguarda essenzialmente una possibile dottrina internazionale di sviluppo e crescita “identitaria” e “policentrica” da opporre all’universalismo occidentale in vista di una politica di emancipazione e potenza europea.

Cosa è successo da allora? E’ bensì vero che Alain de Benoist resta antioccidentale, anticapitalista, antisciovinista – cosa del resto vera anche per intellettuali di destra del tutto “normali” come Franco Cardini –  ed in questo il suo dialogo con i “populismi” non necessariamente o non esclusivamente di destra, come la Lega Nord, resta ovviamente più facile o plausibile di quello, che so, degli intellettuali italiani postmissini. Ma, forza delle parole, quando negli anni ottanta la campagna per distanziarsi proprio dalla definizione di Nouvelle Droite, tentando di imporre sostituti improbabili come “Nouvelle Culture”, viene abbandonata e il movimento stesso comincia ad adottare tale terminologia per identificarsi, la “svolta a destra” che vede progressivamente estraniarsi ed allontanarsi gran parte degli animatori precedenti – tra cui, modestamente e da ultimissimo e giovanissimo arrivato, il sottoscritto – diventa inevitabile. E laddove viene accreditata ad Alain de Benoist una convergenza con certa sinistra meno riciclata al culto incondizionato di Mammona, resta da vedere se la ragione ultima della convergenza stessa non sia da ricercare proprio nella comune ricaduta in tematiche della cui natura essenzialmente reazionaria un tempo nessuno avrebbe dubitato.

L’ecologia del profondo, l’uscita dal consumismo nella direzione della decrescita, l’”economia del dono”, l’impero come dimensione puramente “interiore” di un localismo e di un comunitarismo senza ambizione, la diffidenza per la tecnologia e per lo spirito faustiano, il conservatorismo sul piano sociale e del costume, una declinazione in fondo giusnaturalista dell’identitarismo come “diritti dei popoli”, il neoLuddismo e la nostalgia per sistemi economico-produttivi essenzialmente precapitalisti, disegnano in entrambi gli ambienti una sensibilità più orientata al rifiuto della modernità che al suo superamento.

Naturalmente, questo ritorno ai temi della “cultura di destra” non solo rischia di accomunare solo sinistra no-global e attuale Nouvelle Droite, ma viene prodotta anche autonomamente negli ambienti da cui sorgono esperienze come la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle. Nondimeno, il fatto che un dialogo si stabilisca proprio su questo piano rappresenta semmai un elemento di preoccupazione quanto alla capacità del cosiddetto “populismo”, o in generale dell’opposizione contemporanea al sistema occidentale di rappresentare in futuro un’alternativa reale al sistema stessa ed al destino di stagnazione e di “uscita dalla storia” che a suo modo tale sistema ci propone, anziché una resistenza residuale e perdente ai processi di affermazione del medesimo.

Al riguardo, si vedano ad esempio gli esorcismi debenoistiani, essenzialmente sinceri, contro “ogni forma di totalitarismo”. Ora, partendo dall’affermata natura totalitaria del liberalismo, cui dopo momentanee e malcelate infatuazioni filosovietiche dell’inizio degli anni ottanta si accompagna una rinnovata condanna delle esperienze del socialismo reale per le stesse ragioni, cui non può non aggiungersi una analoga e politically correct valutazione delle esperienze politiche variamente riconducibili al fascismo – quanto alla versione italiana unico regime tra l’altro che abbia espressamente rivendicato per sé la qualifica… – cosa resta, in realtà? La risposta, per molti, è chiaramente “il tempo felice in cui Marta filava”.

Rischia di realizzarsi in questo senso la profezia di Giorgio Locchi che vedeva nella evoluzione, o involuzione, del GRECE, non il superamento delle ideologia della vecchia destra, o del neofascismo stesso, ma la sua trasformazione in una “maldestra forma di prefascismo che ripete gli equivoci del campo romantico”.

In questo senso, è significativo che Alain de Benoist, sospettato ed accusato da larga parte della cosiddetta Nuova Destra italiana della fine degli anni settanta di “illuminismo”, non si muoverà magari nella direzione di un ritorno a Joseph de Maistre, Donoso Cortès o Clemente von Metternich, ma nel ripensare un mondo “di sinistra” forte troppo in fretta liquidato dal suo ambiente come “passatista” finirà non per confrontarsi con la parte ancora attuale, e talora penetrante, di Sorel o Lenin o Majakovskij o Corridoni, piuttosto che con le figure mitiche di Stakanov e Gagarin, ma con… Jean-Jacques Rousseau e con le lagnose prediche sull’abbandono dello “stato di natura” che tanta influenza pure eserciteranno sul socialismo francese, la cui critica comprende alcune delle pagine migliori di Marx, e che naturalmente risulta semplicemente imbarazzante per chi si colloca, e resta, su posizioni transumaniste e postumaniste, e che vede possibili “incontri a sinistra” in tutt’altra chiave, molto più nella direzione del socialismo futurista di un Riccardo Campa o della ricostruzione di una “sinistra nazionale”, oltre le innumerevoli diaspore socialiste, proposta dagli amici di Rinascita.

Il libro di Andriola, le cui pagine denunciano una capacità di penetrazione ideologica incommensurabilmente superiore a quelle con cui ad esempio Francesco Germinario ha recentemente cercato di proporre un bizzarro parallelo tra Julius Evola, Franco Freda e Giorgio Locchi (Tradizione, mito, storia. La cultura politica della destra radicale e i suoi teorici, Carocci, Torino 2014), su questo piano mi sembrano persino sopravvalutare la capacità di esperienze che mi sono trovato e in parte mi trovo tuttora ad attraversare di esprimere compiutamente una risposta in positivo ai problemi della nostra epoca.

Il suo “ottimismo” – che in realtà non è tale ma piuttosto vorrebbe probabilmente rappresentare uno stimolo alla intellettualità di sinistra a rimettersi analogamente in discussione – è d’altronde lusinghiero, e sfida chi si colloca apertamente nel filone esaminato ad essere all’altezza delle “nuove sintesi”, anche a livello politico, che l’autore gli accredita.

Stefano Vaj

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