Giorgio Ballario. Nero Tav…

Avverte l’editore prima che tutto inizi: “Ogni riferimento a fatti, persone, luoghi, enti, aziende e società, compresi quelli reali e veramente esistiti, è frutto della rielaborazione dell’Autore e, pertanto, da ritenersi puramente casuale ma spesso necessario per conferire maggiore veridicità al racconto. Le opinioni espresse dall’Autore non riflettono necessariamente quelle dell’Editore e/o del Curatore”. Basterebbero queste note, usuali, banali, di prassi, ma nella loro puntigliosa reiterazione, nella loro presa di distanza, fotografia di uno stato d’animo oltremodo eccitato, per capire che l’Editore si è fatto coinvolgere in uno dei vortici che costituiscono la bellezza di questa nuova prova letteraria di Giorgio Ballario: il romanzo Nero TAV (Cordero Editore, 2014, CLICCA QUI) ha pubblicato nello scorso Maggio nella sua collana di narrativa noir. Perché non c’è niente di più veritiero del verosimile. È su questa affascinante, e allo stesso tempo inquietante ambiguità, che tutte le vicende si avvitano in tanti sottili fili diversi a costituire un ordito iridescente su una trama lineare e scheletrica che, proprio grazie all’ordito multiforme, trova la sua anima.

La storia che si dipana, ha come scenario i fatti della Val Susa, in cui il famigerato progetto dell’Alta Velocità, la ben nota TAV che dà titolo al romanzo, avanza e si interrompe, tra una protesta e una carica della Polizia, tra l’opposizione dura ma pacifica dei valligiani testardi nell’impedire uno scempio ecologico, sociale, sanitario e i tentativi di guerriglia (per nulla urbana) da parte di un manipolo di vetero resistenti pronti a cavalcare qualsiasi protesta pur di far deflagrare la loro rabbia esistenziale. È in questa cornice che la sparizione di due giovani ragazzi, un lui e una lei, dà la stura a tutta la narrazione. Ad Hector Perazzo, investigatore privato argentino trapiantato in Italia, viene affidato l’arduo compito di capire che fine hanno fatto e di rintracciarli.

Da qui cominciano le sue indagini che incroceranno, un variegato mondo fatto di attivisti No Tav, poliziotti, criminalità organizzata, avvocati borderline, giornalisti d’assalto. Quello che colpisce è appunto ciò che ha colpito l’editore, il continuo rimescolamento delle carte, l’incessante rimando tra le due sponde del fiume della verosimiglianza che sono la verità e la finzione romanzesca. La bellezza del romanzo sta tutta qui (se vi pare poco!). Il suo palpitare, la leggera ansia che via via prende il lettore è tutta racchiusa in questo baco della mente. La scena ha un continuo touch of Hitchkoch che lo rende noir nella sua anima ma profondamente screziato di grigio nei contorni. I fatti si succedono ma quello che più lascia in apprensione il lettore è proprio questa sapiente sospensione che solo alla fine avrà il suo epilogo non scontato. L’autore, per poter continuamente tendere la corda, per tenere in apprensione il suo lettore equilibrista, ricorre ad una ricetta ricolma di ingredienti stratificati che si alternano e si combinano in modo delizioso. Si riconosce nel romanzo il plot investigativo, ma si fa ricorso anche a molto altro.

C’è lo spaccato sociologico, “Era una di quelle casette monofamiliari dei primi anni Settanta, quando ancora dettavano legge i geometri di paese e le abitazioni venivano su senza troppi fronzoli, con un occhio alla cubatura e l’altro al budget ristretto del committente. Quattro muri, un tetto di tegole rosse, l’alloggio al piano rialzato e sotto, nel seminterrato, garage, cantina e lavanderia. Un minuscolo giardino con alberi da frutta e un paio di cervi o nanetti in cemento, il terreno sottostante usato come orto”, teso a delineare il carattere di una terra, di una popolazione, di un certo grigio modo di vivere ed intendere le cose che è mirabile nella sua asciutta compostezza se lo si paragona, ad esempio, ad un tentativo analogo provato in Cartongesso, dal suo autore: Francesco Maino che gli è valso, secondo me immeritatamente, il Premio Calvino 2013, in cui il degrado del Nord Est viene descritto metaforicamente attraverso le costruzioni in cartongesso, prive di eleganza e forza, che hanno caratterizzato una certa edilizia speculativa del Triveneto. C’è il reportage giornalistico, concentrato a contestualizzare gli eventi all’interno di tutto quel magma ribollente che i fatti della Val Susa ed il suo dannato tracciato dell’alta velocità rappresentano. C’è la ricerca d’archivio del giornalista (in questo caso dell’investigatore) curioso che vuole ricostruire, attraverso l’analisi e la lettura della documentazione processuale, la situazione così com’è, nella sua cruda verità e non per come appare dalla rappresentazione, spesso edulcorata e fuorviante, delle testate giornalistiche di maggior tiratura.

Queste pagine sembrano quasi anticipare, anche se con altri intenti, quello che Umberto Eco, a proposito della macchina del fango giornalistico, ha raccontato nel suo ultimo romanzo Numero zeroQui il percorso però procede in senso contrario. Non si tratta di accedere alla fonte per manipolarla, ma di smantellare la manipolazione, accedendo alla notizia di prima mano, nel tentativo di sollevare la cortina fumogena oscurante, per far luce sul mistero. E il bello è proprio qui, si ritorna all’ambiguità cui facevo cenno prima. Questi documenti sono veri e utilizzati dall’autore ai fini della sua finzione o sono finzione che rimanda però, strizzando l’occhio, ad una verità inconfessabile? Non importa che sia vero l’importante è che sia verosimile. È appunto la verosimiglianza, questo spettro incombente su tutto il romanzo, che ne fa un oggetto inquietante al di là e al di sopra dello scenario al contorno e dei fatti che vi vengono incastonati.

È un clima che chi ha letto l’opera precedente di Ballario, ed in particolare i tre romanzi africani che vedono in campo il maggiore Morosini, conosce bene. Un affascinante velo esotico, qui declinato in terra nostrana, che in trasparenza disvela ma nasconde. Un gioco di “guardie e ladri” che in alcuni accenni ricorda la commedia dell’arte, condita da un oscuro sentimento di imminenza che non condensa mai ma che permea il tutto con la sua impalpabile presenza.

La scrittura è asciutta, tesa, scarnificata, moderna con qualche eco d’esotismo elegante, a me particolarmente caro, che affonda le sue radici proprio nel ciclo del maggiore Morosini. Eccovene un esempio: “La barbera superiore d’Asti zampillò gorgogliante dal collo della bottiglia, si adagiò sul fondo del calice a tulipano e riverberò attraverso il cristallo il suo colore di rubino intenso, con lievi sfumature arancioni. Marchesini osservò compiaciuto l’operazione, poi afferrò con delicatezza il bicchiere e con un lento movimento circolare ne fece oscillare il contenuto. Diede un’annusatina e sorseggiò il vino con circospezione, trattenendo per alcuni istanti il liquido fra lingua e palato. Ripetè il gesto ancora una volta e finalmente distese le labbra in un sorriso di soddisfazione”.

Insomma un noir da tracannare alla prima lettura e poi da sorseggiare beatamente alla seconda. Sì perché, per gustarselo a pieno e per riuscire a goderselo in tutta la sua variegata poliedricità, questo romanzo va letto e poi riletto. Come ho fatto io. Lo dico mentre mi accingo ad un terzo giro di bicchiere. Benedetta questa Barbera superiore d’Asti. Prosit.

Mario Grossi

 

 

 

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