Miro Renzaglia. “Non aver paura di dire…”

Il testo di Miro Renzaglia che segue è compreso nel volume collettaneo “Non aver paura di dire…”  (Heliopolis Edizioni, 2014 130 pagine, n 100 copie numerate, con copertina lignea incisa laser, costo 50 euro – Conto posta n°: 001017118835 intestato a: Edizioni Heliopolis di Biagini Astelvio, Via Scialoia 27, 61122, Pesaro, (PU). P.I.= 02415710413. Tel. 335 7664456 astelviob@libero.it www.heliopolisedizioni.com – CLICCA QUI), curato da Gianni Bertuccioli, Sandro Giovannini e Luigi Sgroi. Con interventi di Angela Ales Bello,  Luigi Alfieri,  Alberto Cesare Ambesi,  Umberto Bianchi, Mariano Bizzarri,  Ettore Bonessio di Terzet, Claudio Bonvecchio,  Giuliano Borghi,  Riccardo Campa,  Agostino Carrino,  Vitaldo Conte,  Raimondo Cubeddu,  Giovanni Damiano, Vittorio de Pedys,  Gianfranco de Turris,  Massimo Donà,  Adriano Fabris,  Francesco Franci,  Luca Gallesi,  Romano Gasparotti,  Giuseppe Gorlani,  Luca Grecchi,  Roberto Guerra,  Michelangelo Ingrassia,  Vito Limone,  Luigi Lombardi Vallauri,  Francesco Mancinelli,  Gian Ruggero Manzoni,  Gianluca Montinaro,  Raffaele Perrotta,  Miro Renzaglia,  Antonio Saccoccio,  Andrea Scarabelli,  Giovanni Sessa,  Luca Siniscalco,  Francescomaria Tedesco,  Stefano Vaj,  Marco Vannini,  Marcello Veneziani,  Filippo Venturini,  Piero Visani,  Eduardo Zarelli. 

La redazione

 

Sulle orme di Willy – Dirlo o non dirlo, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi degli iniqui, o prendere carta e penna contro un mare di triboli e scrivendo disperderli. Tacere silenti, nulla di più e, con uno sbadiglio, porre fine al chiacchiericcio – naturale retaggio dello sproloquio incessante – potrebbe essere soluzione da accogliere a mani giunte.  Scrivere ancora, sottintendere, divagare forse. Ma qui è l’ostacolo: quali parole possono venirci ancora quando tutto è già stato detto, quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale del senso che di tanto prolunga la china dell’inchiostro?

Fra il dire e il non-dire – “Un bel tacere non è mai stato detto” è una contraddizione in termini, perché dice ciò che, per essere veramente bello, non andrebbe detto e, anche, una lampante conferma del fatto che ci vuole molto più coraggio a non dire anziché dire. La tentazione del dire, infatti, è continua, incessante, impellente come un bisogno fisiologico: lo puoi trattenere finché vuoi ma quello, alla fine, se ne esce. Non serve coraggio, c’è solo un lasciarsi andare, un liberarsi dalla pressione. Al limite: un’incontinenza in atto… E quando qualcuno non riesce ad espellere il contenuto che preme, proprio come chi soffre di calcoli alle vie urinarie va dall’urologo, il renitente alla leva del dire prende carta e penna (o tastiera e video) e, finalmente, si libera… Sì ma per dire cosa, esattamente, che non sia già ciò che è evidente, a chi ha occhi per vedere, nella muta osservazione del fatto in sé? Cosa dire, in sostanza, che non sia inutile riba-dire? Facciamo un esempio, anzi: due…

Inutile dire/1 – …che se io adesso affermo che la destra, in tutte le sue declinazioni politiche – radicale, estrema, nazionale, sociale, aristocratica, popolare, liberale e/o liberista, cattolica, pagana, massonica e antimassonica, berlusconiana anti-berlusconiana e post-berlusconiana, leghista, di destra-nuova e di nuova-destra, di destrini destrieri maldestri e destrotturati – mi fa un senso prossimo al disgusto, pensate che abbia dovuto vincere qualche tipo di paura? Macché! mi sgorga naturale come la prima minzione mattutina… E dovrei pure argomentarla una tale ovvietà? Ma su, siamo seri: non bastano le prove provate sulla pelle degli italiani dall’Unità nazionale a oggi che la destra, in quanto destra, è l’orinatoio del paese che ammorba con i suoi miasmi da latrina a cielo nemmeno tanto aperto? Ditemi una sola conquista politica, sociale, civile di cui la destra possa andare orgogliosamente fiera… Niente: da Di Rudinì, il capo del governo che diede ordine a Bava il Beccaio di bombardare a Milano i manifestanti della “protesta dello stomaco” al fronte della fermezza che mandò a morire Aldo Moro; dalla battaglia contro il divorzio di quel grande statista che fu (dicono) Giorgio Almirante alla strage di Peteano; da Pravy Sector che, con due saluti romani e una svastichella al braccio, ha fatto suggestionare i ridotti  valtellinesi del neofascismo nostrano (e pazienza che quella Ucraina è l’ennesima falsa primavera al servizio degli interessi Usa) al colpo di fulmine che li ha colti (i medesimi nazistelli, più o meno dichiarati) sulla via padana che porta in braccio alla Lega; da chi fa un film (un film?) come “Sangue sparso” che specula in maniera schifosa, sia dal punto di vista etico che estetico, sui cuori neri degli anni 70, ai decantatori della formula vincente per il terzo millennio: stop all’immigrazione, difesa della famiglia tradizionale, basta-euro che evolve dal “dio-patria-famiglia” degli incalliti fautori  della conserva fatta in casa… E poi due paroline su Evola le vogliamo (sempre inutilmente, s’intende) dire? Evola chi? Ma sì, lo scrittore di seconda mano (toglietegli la sincresi Nietzsche + Guénon e nei suoi libri di originalmente suo troverete, al massimo, il titolo dei capitoli); ma sì, sì, proprio lui:  l’aedo del guerriero che, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, a 43 anni, anziché andare volontario – come fecero, chessò? il sessantenne Marinetti e il trentaseienne Berto Ricci – e con l’esempio pratico dare lustro alla decantata teoria dell’armiamoci, si rintanò in casa contemplando col monocolo accigliato lo struggente spettacolo degli altri partire. Capito chi? Esatto: lo stilatore di quel pamphlettino che reca in titolo “Il fascismo viso dalla destra” diventato la bibbia di ogni reazionario che si rispetti (detto senza ironia).

Inutile dire/2 – …che mi viene da autobiettarmi: ma perché la sinistra è meglio? Fermo restando che l’unico governo di sinistra che abbia avuto l’Italia è stato quello del ventennio fascista che poi tanto male (assoluto) non era, almeno finché è stato un governo politico e non un ministero delle guerre a perdere; a parte questo – dicevo – di quale sinistra si parla? Se mai c’è stata una sinistra in Italia – e mi riferisco al vecchio Pci – è sempre stata all’opposizione finché, pure ‘sto partito, s’è fatto convinto che per andare al governo doveva trasformarmi in una cosa di destra o, quanto meno, non più di sinistra. Fu – checché se ne dica – Enrico Berlinguer a intraprendere la via: via la dittatura del proletariato, via la lotta di classe, via l’abolizione della proprietà privata, via l’articolo 5 dello statuto che imponeva agli iscritti di farsi messaggeri del dogma marx-leninista, via dallo schieramento con il Patto di Varsavia e un sì, grande come un casa bianca, all’ombrello protettivo della Nato… Ecco, dopo tutto questo, cosa restava di sinistra in quel partito? Ah! la giustizia sociale… Sì, sì, come no: come se la giustizia sociale fosse un obiettivo esclusivo della sinistra, tanto da connotarlo e distinguerlo, chessò? da un democristiano come Fanfani o da un socialista come Craxi, da un repubblicano come La Malfa o da un liberale, latifondista e banchiere, come Malagodi (en passant: un liberale che si chiama “mala godi” è pura tautologia…). Non mi direte mica che le privatizzazioni, menate dall’ulivista Prodi e realizzate dal gran banchiere Draghi, siano roba di sinistra, vero? E non vi sembra che l’elezione del mai-stato-comunista (però, per davvero: non come i Veltroni e i D’Alema millantano dai tempi del crollo del muro) Matteo Renzi a segretario del partito erede del vecchio Pci sia l’apoteosi di quel progetto di trasformazione in cosa di destra messo in cantiere proprio da Berlinguer? E che altro sono il Pd e il suo governo che, non a caso, conta sull’appoggio dei destristi responsabili (responsabili? mi viene da ridere) del niucciddì se non la realizzazione realizzata del compromesso storico, quel pasticcio all’italiana fatto con gli avanzi deideologizzati del secolo prima?

Ma Sandro mi esorta: “non aver paura di dire…” – E va bene: l’ho detto. Ma l’ho detto solo per non aver avuto il coraggio di lasciare bianche queste due pagine e dispiacere l’amico (che sui contenuti, comunque temo, avrà qualcosa di cui dispiacersi).

miro renzaglia

 

 

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